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Full text of "Castel Gavone"

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NAZIONALE 


t ! 

5 // 

MILANO 




BRAIDENSE 













' 1 


MIX-. A IMO 




CASTEL GAVONE 



DELLO STESSO AUTORE: 

I Rossi e i Neri, romanzo. 2 grossi voi. in-16 L. 7 — 

Val d’Olivi, romanzo. 1 voi. in-16 — 

Racconti e Novelle — Voi. 1 : Capitan Dodero, Santa 

Cecilia, Una notte bizzarra. 1 voi. in-16 • 2 — 

Capitan Dodero. 1 voi. in-32.» — 50 

Santa Cecilia. 2 voi. in-32.1 — 

L'Olmo e l'Edera. 2 voi. in-32.» 1 — 

II libro nero. 2 voi. in-32..1 — 

Le confessioni di Fra Gualberto, storia del se¬ 
colo XIV. 1 voi. it-lG .t 3 — 

d’imminente Pubblicazione: 

Raooonti e Novelle. — Voi. II. L'olmo e l'Edera, 
Il libro nero, Una ogni mille. 

f 



A 





CASTEL GAVONE 

STORIA DEL SECOLO XV 

n 


ANTON GIULIO BARRILI 





Stabilimento Fratelli Treves 



A Santo Saccomanno. 


A te, valoroso artista, il cui scalpello sa in¬ 
fondere nel marmo tanta parvenza di vita, io 
dedico questo libro, in cui mi sono ingegnato di 
rinfrescare la vita e le costumanze d'un tempo 
trascorso. È una storia paesana e per me quasi 
domestica , poiché si ragguarda alla terra ove 
mio padre ha passati gli anni *della studiosa 
adolescenza, ove mia madre è nata , e dove io 
medesimo ho vissuto tanti bei giorni . 

Fanciullo ancora, io mi aggirai per quelle 
valli, consolate da un’aria così pura ; mi com¬ 
misi a quel mare tinto, in azzurro da un così 


limpido ciclo; m'inerpicai su quei greppi, dove 
annidano i falchi e donde Vanima si eleoa così 
libera e franca . Colà non è palmo di suolo che 
io non abbia corso, con quella pienezza di gau¬ 
dio che tifa parere come in casa tua, e con 
quel senso intimo di pace, che ti fa gustare la 
poesia delle solitudini . Il culto delle antiche me¬ 
morie io lo derivo da quella terra così varia e 
così nobile, colle sue caverne ospitali ai prischi 
uomini della Liguria, co' suoi ponti romani, colle 
sue torri severe, cogli archi a sesto acuto e le 
finestre partite a colonnini, donde egli sembra 



che tuttavia ci guardi il passato, mestamente 
amoroso. 

Tra le storie che illustrano questo mio diletto 
suolo materno, ho amato raccontar questa dello 
assedio sostenuto dai vecchi marchesi del Finaro, 
contro le armi di Genova, così onorevole pei 
combattenti dell’uno e dell' altro campo, figuri 
tutti, antenati nostri, e, se ne togli ciò che è vi¬ 
zio particolare dei tempi, uomini esemplari per 
rara fortezza d’animo e singoiar gentilezza di 
costume. 0 ni’ inganno, o il segreto di quella • 
nobiltà di sentire, che è di presente patrimonio 



comune, ha da cercarsi in quelle stirpi di- ca¬ 
valieri del medio eoo; i quali però non sono 
soltanto i mal ricordali progenitori di degeneri 
schiatte, ma i padri di tutti noi, gl' istitutori 
de’ forti caratteri e dei cuori gentili. 

E tu che le cose gentili e le forti imprimi si¬ 
curo nel marmo, gradirai, se non altro, le 
buone intensioni, che io, scultore a mio modo, 
pongo oggi sotto il patrocinio della tua cara 
amicizia. 


Anton Giulio Barrili. 


CASTEL GAVONE 


CAPITOLO I. 

Nel quale si narra di due viaggiatori 
ohe amavano saper molto e dir poco. 

A' dì 26 novembre dell’ anno 1447 della fruttifera 
incarnazione (così dicevasi allora, nò io mi stillerò il 
cervello a rimodernare la frase), due cavalieri, che pa- 
reano aver fretta, galoppavano in sulle prime ore del 
mattino per la strada maestra che, svoltate le rupi di 
Castelfranco, lunghesso la marina del Finaro, risale 
verso il borgo. 

Che risalga' è un modo di dire , trovato da noi, i 
quali abbiam sempre la mente alle carte geografiche, 
e ci raffiguriamo il settentrione su in alto e rostro 
umilmente segnato nel basso. La strada di cui parlo 
era per contro ed è tuttavia in pianura, come la spiag¬ 
gia che rasenta e come la valle in cui piega. Questa 
valle, che per amore del Medio Evo io dirò del Fi¬ 
naro, ma che i lettori possono, senza scrupoli di co¬ 
scienza, chiamar di Finale, ó stretta, ma piana, e la si 
abbraccia tutta quanta in un colpo d’occhio. Essa è 

Barrili. Cantei Garone. 1 



' _ 2 _ 

conterminata da tre montagne; due la fiancheggiano, 
accompagnandola cortesemente fino al mare; un'altra 
la chiude a tramontana, o, per dire più veramente, la 
divide in convalli, dandolo in tal guisa la forma di 
una ipsilonne, il cui piede si bagna nel Tirreno e le 
braccia si allungano verso il padre Appennino, che in 
quei pressi per l'appunto incomincia, spiccandosi dal¬ 
l’altura del Settepani, ultimo anello della catena delle 
Alpi marittime. 

Nella inforcatura dell' ipsilonne (poiché ho presa a 
nolo questa inutilissima tra le lettere dell'alfabeto, ne 
spremerò tutto il sugo) si alza il monte del Castello, 
elio ha il borgo del Finaro alle falde. Due torrenti, 
Aquila da levante e Calice da ponente, scendono dalle 
convalli, circondano il borgo, si maritano sotto le sue 
mura (stavo per dire sotto i suoi occhi), pigliano il 
nomo di Pora e in un . letto che é lungo un miglio, o 
poco più, consumano le nozze modeste, vigilate in sulla 
foce dalle due montagne accennato più sopra; Monti- 
cello a levante, che finisce poco lunge dalla spiaggia 
noi dirupi bastionati di Castelfranco, e Caprazoppa a 
ponente, ruvida schiena di monte che s'inarca a mezza 
via, indi si abbassa, si prolunga a dismisura verso 
mezzogiorno e coll’estremo suo ciglio si getta a piombo 
nel mare. 

Tra questi due monti, e lungo la spiaggia, si stende 
ora una piccola ma ridente città, che porta il nome 
di Finalmarina. Al tempo di cui narro, si diceva in 
quella vece la Marina del Finaro e non era che un’u- 
mil terra di duecento fuochi ; laddove il borgo feu¬ 
dale , murato in capo alla valle, ne noverava ben 
quattrocento, o, coronato dal suo castel Gavone, di- 



— 3 — 

mora e sede di giustizia ai marchesi Del Carretto, 
comandava su tredici borgate minori, sparse sui greppi 
che gli sorgevano intorno, e per le valli che gli ser¬ 
peggiavano da tergo. % 

Intanto che io tengo a bada il lettore benevolo, i 
due cavalieri hanno avuto il tempo di varcar la Ma¬ 
rina, offrendo spettacolo di sé ad alcune frotte di pe¬ 
scatori , che traggono a terra le reti, e dando una 
sbirciata a due galere, che stanno sulle àncore in un 
cantuccio della rada, coi provesi legati agli argani 
della spiaggia. Giunti a poca distanza dal torrente, 
hanno voltato a destra, verso la valle, dalla cui aper¬ 
tura una severa ma bella veduta si affaccia loro allo 
sguardo. 

La Caprazoppa, co'suoi massi enormi, sporgenti da 
ripide falde scarsamente vestite di umili cespugli ed 
erbe di facile contentatura, riceve ed ammorbidisce 
nella sua tinta rossigna, qua e là chiazzata d'azzurro^ 
la vivida luce del sole. Laggiù, in capo alla valle, il 
cui fondo è ancora a mezzo velato dall* ombra della 
costiera di Monticalo, s'innalza il dorso alpestre, su 
cui è murato il castello Gavone, superba mole solita¬ 
ria, fiancheggiata da quattro torri, che siede a cu¬ 
stodia dei passi sottostanti. Veduto a quella distanza, 
così solo in mezzo alle balze digradanti, il nobile edi- 
fizio comanda Taramirazione e la riverenza. Lo si di¬ 
rebbe un avvoltoio, posato alteramente sulla sua rupe, 
in atto di spiare intorno e meditare da qual parte 
abbia a calarsi veloce, per afferrar la sua preda. Non 
lungo dal castello, la rupe si deprime un tal poco, 
indi risale, si gonfia e tondeggia in ampio dorso sas¬ 
soso. È questa la roccia di Pertica, che, veduta da 



— 4 — 


settentrione, apparisce dirupata, inaccessibile, come 
una di quelle rocche incantate che vide o ritrasse la 
fantasia dell’Ariosto. La vetta del monte, le bianche 
torri di Castel Gavone e i sottoposti declivii, risplen¬ 
dono al sole; il borgo del Finaro non si vede, ascoso 
com'é dietro un colmo di piante, ma lo s’indovina 
dalla merlatura di qualche torrione, o dalla guglia di 
qualche campanile, che sbuca dal verde. 

I due cavalieri s'erano avviati per una stradicciuola 
sulla riva sinistra del torrente. Poco o nulla, inol¬ 
trandosi, potevano più scorgere di quella scena mera¬ 
vigliosa, che, allo svoltare della Marina, s’era parata 
dinanzi a loro. Il luogo era piuttosto basso; la pro¬ 
spettiva chiusa da alberi frequenti, da siepi e casolari. 
Ma eglino, a quanto pareva, non si curavano molto 
di godere la bella veduta, bensì di trovare un certo 
edifi/.io, che doveva esser meta, o stazione, del loro 
viaggio. 

Ora, sebbene da quelle parti là non fossero mai 
stati, tale era la forma, o così chiara l’insogna del 
luogo cercato, che essi non ebbero mestieri di pigliar 
lingua da alcuno, per ritrovarlo. La forma era comune* 
anzi rustica a dirittura, ma notevole per un largo 
terrazzo sormontato da una pergola, su cui alcuni 
ceppi di vite, serpeggiando lunghesso i muri, erano 
saliti ad intrecciare i nodosi lor tralci , che per la 
stagione inoltrata apparivano spogliati di fronde. L’in¬ 
segna, poi, era un ramo di pino, sporgente sull’angolo 
dell’cdifizio, vicino ad un muro di cinta, nel quale si 
apriva il portone, per dar àdito alla casa e ali’ orto 
attiguo. 

Giusta le apparenze, il padrone del luogo, o fit- 



— 5 — 

taiuolo che fosse, raccoglieva nella sua persona le due 
dignità di ortolano e di ostiere. 

I due cavalieri giunsero davanti al portone spalan¬ 
cato, che lasciava scorgere un'aia pulita e lucente, 
sebbene non d'altro fosse composta che di terra bat¬ 
tuta, con un frascato in aria, ali* altezza del primo 
piano, e qua o là alcune rozze tavole e panche niente 
più appariscenti, secondo il costume delle osterie di 
campagna. Di là dall'aia, e proprio di rincontro al 
portone, si dilungava un pergolato, che risaliva tra 
due file di pilastri sul fianco della collina. 

— Dovrebbe esser qui; — disse il più vecchio dei 
due, uomo intorno ai sessanta, dal volto abbronzato e 
dalle membra poderose, stretto in un farsetto di pan¬ 
nolano, su cui era buttato alla scapestrata un corto 
mantello. — Questa veduta risponde benissimo a ciò 
che vi ha detto il magnifico messere Ambrogio Sena- 
rega. C’è il terrazzo colla pergola, c'è la frasca sull'u¬ 
scio, il viale copèrto in fondo dell'aia.... 

— E l’insegna che dice tutto! — interruppe il 
compagno, d'una ventina d'anni più giovine e più no¬ 
bilmente vestito. — Vedi, Picchiasodo; qui sul por¬ 
tone sta scritto a lettere da speziali: « Fermatevi ab 
VAitino ; c'è buona Vaccoglienza e meglio il vin<f. » 

— L'oste si vanta ; — rispose il Picchiasodo ; — ma 
gli darò io una ripassata al suo vino, e se non mi 
va, il primo pezzo di muro che mando a rotoli, vuol 
esser questo, dov'egli ha posto l'in3egna. — 

Intanto, erano entrati sotto il portone. 

L'oste, faccia contenta e grulla (così almeno por¬ 
tava l'apparenza), si fece innanzi premuroso, con un 
ragazzone e una nidiata di bambini alle spalle. 


— 6 — 

— Entrate, magnifici messeri! — gridò egli, cavan¬ 
dosi umilmente la berretta e mettendo inchini su in¬ 
chini. — Maso, piglia i cavalli e conducili in istalla. 

— No, non occorre: — disse il più giovine dei 
due viaggiatori, che in quel mezzo scendeva d'arcione. 

— Metteteli soltanto al coperto ; ci si ferma per 
poco. 

— E se il tuo vino non è buono, si parte subito ! 

— aggiunse quell'altro, che rispondeva al nome di 
Picchiasodo. 

— Ah, per questo, — rispose l'oste con aria di si¬ 
curezza profonda, — non ho niente paura. Vedrete, 
messere, sentirete che vino! Non fo per dire, ma ci 
ho il meglio della vallata. Soltanto alla tavola -dei 
nostro magnifico Marchese si può bere il compagno. 

— Vedremo.... confronteremo! -r disse gravemente 
messer Picchiasodo. 

Ed era per aggiunger dell'altro; ma il suo compa¬ 
gno gli diede un'occhiata, che ebbe il potere di arre¬ 
stargli la parola tra i denti. . 

— Venga dunque il tuo vino! — ripigliò l'oratore 
interrotto. — E siccome io m'immagino che voi, mes¬ 
ser Pietro, non vi disporrete a mandarlo giù cosi 
di buon mattino, senza un briciolo d’accompagna¬ 
tura.... 

— No certo; — ribadì l’altro sollecito.*— Non ci 
sei che tu, per ber vino ad ogni ora, come se fosse 
acqua di fonte. 

— Ah, baie! Io e lui siamo amici vecchi, messere, 
e si sta come pane e cacio. A proposito di cacio, hai 
tu qualcosa da ungere il dente? Di'su! 

— Comandate, magnifici messeri! — fu pronto a 





dir Toste, a cui erano rivolte le ultime parole del Pie-* 
chiasòdo. — C'é pane e cacio, uova da farne una frit¬ 
tata in un batter d'occhio, e se vi piace, posso an¬ 
che ammannirvi un pollo allo spiedo.... 

— Ottimo amico! Ostiere degno della mia stima e 
della mia pratica! — gridò con burlesco fervore quel- 
Taltro. — Portaci il pollo, la frittata, il cacio, il 
pane, tutto quello che hai! — 

L'oste, serviziato per indole e giubilante per quella 
mattutina ventura, non se lo fece dire due volte, e, 
comandato al Maso che accompagnasse i due forastieri 
al pian di sopra, ov'era luogo più degno di loro, en¬ 
trò difilato in cucina, per ammannire alla svelta tutto 
il meglio della credenza. La moglie si diede a pelare 
un pollo, ostia innocente, acciuffata in quel punto sul¬ 
l'aia e messa a morte senza processo; il figlio più 
grandicello a rattizzare il fuoco e disporre il menar- 
rosto; un altro a raccattare nell'orto due talli d'in¬ 
divia e due carciofi primaticci ; egli a trar fuori dal¬ 
l’armadio il pane, il cacio, il vasellame e tutto l'altro 
che bisognasse. Volea fare le cose a modo, mastro 
Bernardo ; dare in tavola i principii, servire per bene 
i suoi ospiti, che gli pareano persone d'assai. 

— Per altro, diceva egli (e qui faceva capolino la 
naturai diffidenza del campagnuolo), o come va che 
due cavalieri di quella fatta, avviati al Finaro, si 
fermino qua, all'insegna dell'Aitino? Capisco che alla 
Marina non abbiano trovato il fatto loro; ma qui 
siamo a cento passi dal borgo, e, con quelle cavalca¬ 
ture vistose, in quattro salti erano a casa. — 

Queste considerazioni mastro Bernardo le faceva ad 
alta voce, in quella che spicciava le sue faccende. Il 



— 8 


Maso, che tornava in quel punto da apparecchiare la 
tavola, lo intese e da buon cortigiano entrò a dire 
la sua. 

— Padrone, o che credete, che l’insegna delimitino 
la non ci abbia il suo buon nome per tutto il paese? 
Chi non lo sa, che il miglior vino di Calice viene a 
farsi bere nella nostra osteria? E non sono già soli 
i terrazzani, che ci hanno la divozione a questo santo, 
ma anco i forastieri, che pure non avrebbero a risa¬ 
perne gran cosa. Vi ricordate, padrone, quel pezzo 
grosso di genovese, che c’ è capitato due volte o non 
c’era.luogo al mondo che gli piacesse di più? 

— Uhm ! — brontolò mastro Bernardo, elio in sulle 
prime aveva fatto bocca da ridere. — Brutta gente, 
quei genovesi! K se questi due fossero della pasta di 
quell'altro, meglio sarebbe dar loro acquetta, che vino 
di Calice ! 

— Ho dunque a portar loro l’acquetta? — chiese 
il ragazzone, con aria che volea parere melensa. 

— Di che acquetta mi vai tu novellando? 

— Non sapete, mastro Bernardo ? quel vinello fio¬ 
rito, che ò sempre in fin di botte, perché oramai nes¬ 
suno lo vuole? 

— Ehi, bada a te, mascalzone! Vuoi forse trincar¬ 
telo tu, che fai sempre a screditarlo ? Ci ho a fare 
un nipotino ancora, prima'*che tu ne assaggi! 

— Un nipotino su quel vinello ? Sarà acqua schietta, 
allora ! — notò il Maso tra sé. 

E raumiliato in vista, ma contento d'aver detto la 
sua, andò a spillare il migliore, per servir degnamente 
i due forastieri ; indi, colmate lo bottiglie, si affrettò 
a portarle di sopra, insieme col pane e i camangiari. 



— 9 — 

Si affrettò, dico, ma non fu tanto sollecito a ritornare, 
come al padrone pareva che egli ragionevolmente do¬ 
vesse; epperò n’ebbe da mastro Bernardo un’altra ri¬ 
passata delle solite. 

— Diamine I — sciamò il Maso. — Come ho a fare IL. 
Cinquantadue scalini non si salgono e non si scendono 
mica in un batter d’ occhio 1 

\ 

— Cinquantadue ! Tanti ce n’ha dal pian terreno al 
terrazzo. 

— E appunto lassù ho dovuto apparecchiare. Hanno 
voluto così. — 

Mastro Bernardo rimase lì a mezzo, colla mano 
sullo schidione e le ciglia inarcate. 

— Che diavolo! — gridò egli sbalordito. — Sul 
terrazzo ? in fin di novembre ? 

— La giornata è bella ; — notò il ragazzo. — I 
due messeri hanno detto che par primavera e vogliono 
profittarne per godersi la vista.... 

— Della Caprazoppa! — interruppe l'ostiere. 

— Eh, già, della Caprazoppa; —soggiunse il Maso. 
— Voi stesso, padrone, non dite che la valle è stretta, 
ma bella a vedersi? E poi, non si vede soltanto la 
Caprazoppa, di qua. Si guarda a manca, e si vede il 
mare; a destra, e si vedono le case del borgo, il ca- 
stel Gavone e la roccia di Pertica. Così l’hanno intesa 
i due forastieri, e, scambio di mettersi a tavola, sono 
andati a sedersi sul murello, per contemplare il paese. 

— Uhm ! uhm ! — borbottò mastro Bernardo. — 
Che fossero davvero due genovesi ? Bisognerà since¬ 
rarsene. 

— Padrone, — ripigliò il Maso, — s’ha a darlo in 
tavola, il pollo? 



— 10 — 

— Non ancora ; lo porterò io, quando sarà rosolato 
per bene. Va intanto lassù, moccicone, e vedi se non 
hanno mestieri di te. — 

Cuoceva assai più del suo pollo, l’ostiere. Natura 
J’avea fatto curioso ; amore della sua terra lo facea 
sospettoso per giunta. E qui cade in acconcio un cenno 
storico, il più breve che per me si potrà, donde il 
lettore benevolo avrà qualche lume intorno alla diffi¬ 
denza di mastro Bernardo. 

Quel tratto di paese, che dopo il 1100 formò il 
marchesato del Finaro , era compreso per lo innanzi 
nel marchesato di Savona, e facea parte del patrimo¬ 
nio di quel famoso Aleramo, che la leggenda disse 
nato d’ignoti pellegrini e rapitore d’ una figliuola di 
Ottone I, ma che la storia chiarisce figlio d’un conte 
Guglielmo, venuto di Francia, con trecento lance, in 
aiuto al marchese Guido di Spoleto. * 

Di questo Aleramo, che ben potè avere ottenuta in 
moglie l’Adel&sia della leggenda, poiché egli appare 
esser stato carissimo ad Ottone I, e da lui fatto si¬ 
gnore di largo dominio, nacquero i marchesi di Mon¬ 
ferrato e, ramo minore, ma non manco rigoglioso ed 
illustre, i signori Del Carretto, marchesi di Savona e 
d’altre terre sull’ Appennino. Venuto a morte nel 1268 
Giacomo Del Carretto, sesto della discendenza d’Ale- 
ramo, l’eredità sua andò spartita in tre figli, e l’ultimo 
d'essi, Antonio, ebbe per suo terziere, e trasmise ai 
suoi successori, il Finaro. 

Congiunti d’ antico parentado ai marchesi di Mon¬ 
ferrato, prossimi consanguinei dei marchesi di Mille¬ 
simo, di Ponzone, di Cortemiglia e via via, di tutti 
i borghi delle Langhe , ultimi rimasti sulla Riviera 



— li¬ 
di ponente a rappresentarvi il feudalismo invasore 
delle regioni settentrionali d'Italia, non potevano i 
marchesi del Finaro esser veduti di buon occhio dalla 
genovese Repubblica, che, utilmente pei futuri destini 
della penisola, sebbene non sempre con mezzi leciti e 
con nobiltà d’intento, mirava al dominio di tutta 
Liguria. Però non istettero molto a nascere e ad in¬ 
fierir le contese. E Genova, fattasi, nel 1365, per ces¬ 
sione sforzata d'uno tra que' marchesi, padrona d’ una 
parte del territorio, a viemmeglio assicurarsene il pos¬ 
sedimento , innalzava sollecitamente sulla marina del 
Finaro la ròcca di Castelfranco, che aveva a perder 
di poi. 

Ma Castelfranco e i diritti di Genova sulla terza 
parte del Finaro, avevano cionondimeno a rimanere 
continuo argomento di litigio tra la Repubblica e i 
marchesi Del Carretto. La questione sarebbe stata pre¬ 
sto risolta colla peggio di questi, se le intestine di¬ 
scordie genovesi non avessero condotta la città in 
gravi distrette e travolto il suo reggimento in balìa 
dei signori di Milano. E i marchesi del Finaro ne fe¬ 
cero lor prò, alleandosi coi nemici di Genova, acco¬ 
gliendone ad onore i fuorusciti, dando aiuto ai capi¬ 
tani di ventura, mandati a guerreggiarla, e quinci e 
quindi occupando le terre circonvicine, che ella aveva 
per sue. 

In questa maniera di guerra, si chiarì più audace 
de’suoi antecessori il marchese Galeotto, uomo d'animo 
grande oltre lo stato, e, ne’ suoi avvedimenti contro 
Genova, sovvenuto dal patrocinio di Filippo Maria 
Visconti, signor di Milano. E appunto nella primavera 
di quell’anno, che fu, siccome si è detto, il 1447, una 



— 12 — 

nave del Finaro, impadronitasi d’una nave genovese 
de'Calvi, l'avea tratta come buona preda al marchese. 
Dolse ai genovesi lo sfregio sul mare, più che non 
avessero potuto gli altri danni molteplici in terra; 
perciò fu deliberato di trarne vendetta sollecita , e 
tanto più allegra, in quanto che, essendo al termine 
di sua fortuna, e altresì di sua vita, il Visconti, ed 
ospite di Galeotto essendo il fuoruscito Barnaba Adorno, 
antico doge, balzato di seggio da Giano Fregoso in 
queir anno, i vecchi nodi coi nuovi pareano stringersi 
al pettine, e molti torti si vendicavano in uno. 

Per altro, infiammati i genovesi alla guerra, Giano 
Fregoso mirava a sfruttare quello sdegno cittadino 
per utile suo; e copertamente faceva proposte di paco 
a Galeotto, chiedendogli in moglie Nicolosina, la sua 
bella figliuola, c in balìa Tospito Adorno, il cui ri¬ 
scatto, già^fermato in diecimila gcnovini d* oro, pro¬ 
metteva egli di costituire in dote alla sposa. Disdegnò 
le celate proposte il marchese, mentre pure incalzavano 
le intimazioni della Repubblica, aperte queste e so¬ 
lenni. E in quelle proposte di Giano, e in queste in¬ 
timazioni del Doge, parecchio ambascerie s’erano spese, 
tra il marzo o il novembre, ma tutto senza alcun 
frutto presso il marchese. Egli, o fidasse nell' aiuto 
de* consanguinei, stretti in lega con lui, o dal mede¬ 
simo spesseggiar dei messaggi argomentasse debolezza 
ne’suoi nemici, o non pigliasse consiglio che dal suo 
animo prode, si tenne saldo nel niego. 

E pronto si teneva altresì alla prova deir armi. Il 
borgo era munito d*ogni maniera di difese; Castel¬ 
franco, scolta avanzata del Finaro, mentendo alle ra¬ 
gioni per cui era stato costrutto, si mostrava prepa- 



— 13 — 

rato a sostener 1' arto de* suoi fondatori. Senonché, i 
genovesi parevano piuttosto propensi a minacciare, 
che a muover guerra risoluta e gagliarda. L'ultima 
ambasceria, quella di messere Ambrogio Senarega , 
non avea l'aria di recare ai Del Carretto le ultimo 
ragioni della Repubblica; epperò se ne aspettava un'al¬ 
tra, con grande molestia dei fmarini, i quali vedevano 
le loro valido braccia rapito all'utile lavoro dei campi 
e delle officine, per aspettare un nemico che non ve¬ 
niva mai, e tutti li costringeva a quell' uggioso stato 
di aspettazione, che non è guerra, né pace, e non dà 
modo di godere i frutti di questa, nò di sperare im¬ 
minenti le conseguenze, buone o triste, di quella. 

E adesso il ilottoro intenderà di leggieri con che 
animo mastro Bernardo, da buon cittadino e da oste a 
cui premova il suo traffico, paventando il futuro, si 
facesse a considerare il presente, e con che po’ di so¬ 
spetto dovesse badare a que* due forastieri, i quali, 
in cambio di starsene in una camera al caldo, anda¬ 
vano a far sosta sul terrazzo, e più assai che di gu¬ 
stare i principii di tavola, si mostravano teneri di 
studiar prospettiva. 

L’impazienza rosolava mastro Bernardo, ben più 
che i carboni ardenti non rosolassero il pollo. Ne av¬ 
venne, che egli si tenesse ancora nelle dita una ser¬ 
qua di giratine, c messo il pollo in un vassoio di terra 
savonese (che cominciava allora a soppiantare le terre 
cotte di Majorica), lo portasse egli in persona a' suoi 
ospiti. 

Erano ambedue seduti sul murello dell’altana, quando 
l'ostiere comparve dall'abbaino, col suo piatto fumante 
tra mani. 



— 14 — 

Picchiasodo fu il primo a vederlo. 

— Degno ostiere! — gridò egli, tirando dentro una 
gamba, che tenea cavalcioni sul rauricciuolo. — Tu 
hai fatto le cose alla spiccia. 

— Magnifici messeri, — disse Bernardo inchinan¬ 
dosi, neiratto di deporre il vassoio in mezzo alla ta¬ 
vola, — temevo non aveste a spazientirvi e a prendere 
in uggia rAltino.... 

— In uggia ? che diavol dici? in uggia questo pa¬ 
radiso terrestre? Io ci ho succhiato una dozzina di 
olive indolcite, e stavo per isfogliarci un carciofo, da¬ 
vanti a questa bella veduta. 

— Un po'chiusa.... — notò timidamente l'ostiere. 

— Tu sei modesto, mio caro.... A proposito, il tuo 
nome? 

— Bernardo, ai vostri comandi. 

— Diciamo dunque mastro Bernardo. Ora, vedi (e 
frattanto Picchiasodo con certi colpi di trinciante, che 
non erano da scalco, faceva a spicchi il pollo infilzato 
nel forchettone, per darne il meglio a messer Pietro), 
a me piacciono quei monti, che chiudono la vista.... 
quei monti che calano addosso al paese, come falconi 
sulla preda. 

— Ci sarà una strada; — entrò a dire con piglio 
di mezza domanda il compagno. 

— Una strada ? sicuro ; — rispose l’ostiere; — quella 
che voi facevate, messeri. 

— Eh, quella, si sa; ma un'altra su quella costiera, 
o qui, dall'altra banda.... Queste montagne non saran 
mica inaccessibili. 

— Occhio alla pentola, Bernardo! —disse l'ostiere- 
tra sé. — Son genovesi, costoro, o ch'io non so più a 
quanti dì è san Biagio. 



— 15 — 

E ad alta voce soggiunse: 

— No, magnifici messeri; ci sono alcuni passi, ma 
da non farne conto ; buoni per menare al pascolo le 
capre, e nient* altro. 

— Male 1 — sciamò il Piccliiasodo , battendo le 
labbra. — Strade ci vogliono, mastro Bernardo ; strade 
ci vogliono, perché la gente a modo non abbia a sca¬ 
vezzarsi il collo. 

— Le strade larghe tirano i nemici in casa, — 
sentenziò l'ostiere, temperando l’agro dell’osservazione 
con un suo riso melenso. 

— E le strette non invitano gli amici; — replicò 
il più giovine e il meno loquace dei due forastieri. — 
Per ventura nostra, abbiam fatto il giro più lungo, a 
venir qua, ed abbiamo azzeccato una strada da amici. 

— Amici 1 Beato chi ne ha! 

— E ne ha sempre chi merita. Ne ha, verbigrazia, ■ 
in buon dato il tuo magnifico marchese, messer Ga¬ 
leotto, che è un cortese e liberal cavaliere. 

— Dite anche giusto ed umano, — soggiunse mastro 
Bernardo con impeto, — che in tutta la nobilissima 
stirpe dei signori Del Carretto non è il più leale, il 
più degno deH'amore e della venerazione del popolo. 

— Tu lo ami molto, a quel che pare. 

— Messere, che dirvi ? Siam povera gènte e si conta 
nulla; ma se bisognasse buttarci nel fuoco per lui.... 

E mastro Bernardo fece l'atto di dar la capata. 

— Qualche volta riesce un po'duro di pagare la 
taglia ; — notò il Maso, che si rodeva da un pezzo di 
non poter dire la sua. 

— Che c'entri tu, mascalzone ? Ti paion cose da 
dirsi, coteste? 



— 16 — 

Eh, mastro Bernardo, — soggiunse l'altro, strin¬ 
gendosi nelle spalle, — non vi lagnate voi qualche 
volta, e non avete detto ancora l'altro dì.... 

— Che tu se' un pendaglio da forca e eh' io vo'lar- 
dellarti la lingua, per farne vivanda regalata al dia¬ 
volo, tuo padrone. Va via, e vedi se la Rosa ha in 
pronto la frittata. Perdonate, magnifici messeri! Quel 
tristanzuolo mi ha fatto perdere la tramontana, colle 
sue invenzioni. Non dico che qualche volta.... Sicuro, 
i tempi son grami e le riprese scarse; ma io ho sem¬ 
pre pagato volentieri la taglia, la decima» c tutte 
Pulire gravezze.... perchè, già, il castello e la chiesa 
non son mica fatti d’aria, e di qualcosa hanno pure a 
campare. 

— Sta di buon animo ! — disse gravemente il Pic- 
chiasodo. — Se tu hai qualche volta mormorato dei 
fisco, hai anche puntualmente pagato. La penitenza 
cancella il peccato, e noi non ne diremo nulla al tuo 
ottimo signore. Alla sua salute intanto, — aggiunse 
il solenne bevitore, — e ogni cosa gli vada com'io di 
gran cuor gli desidero. 

— Non son genovesi ! — notò mastro Bernardo tra sé. 
— Indi, a voce alta prosegui: 

— Vedo che voi, magnifici messeri, siete amici del 
nostro Marchese, che Iddio prosperi e innalzi su chi 
gli vuol male. Di certo siete qua venuti per fargli una 
sorpresa.... 

— Vedi il destro arcadore ! Ei l'ha imberciata alla 
prima. Sicuro, siamo venuti a fargli una sorpresa, e 
sarà più contento egli di veder noi, che non tu di 
JJpscarti un^genovino d'oro. 

— Moneta del nemico, è sempre buona a pigliarsi; 



— 17 — 


— si fece a dire quell'altro, che il Picchiasodo chia¬ 
mava rispettosamente messer Pietro; — e anche non 
amando i genovesi, si possono avere in pregio i ge- 
novini. 

— E’sono il meglio di quella gente là! — rispose 
mastro Bernardo, ridendo liberamente, da uomo che 
non aveva più sopraccapi. —. Ma ecco la frittata, ma¬ 
gnifici messeri; — soggiunse, vedendo tornare ilMaso 
e levandogli di mano il piatto, con quel disco appe¬ 
titoso nel mezzo; — guardate se non par d'oro an¬ 
che questa. 

— Or ora ne faremo il saggio; — disse il Picchia¬ 
sodo. — Ma guardate, messer Pietro, voi che siete così 
vago della bella natura; guardate com'è bene indorata 
dal sole quella vetta laggiù. Di’su, amico ostiere, come 
si chiama? 

— È la roccia di Pertica, — rispose mastro Bernardo. 

— La è proprio a cavaliere del castello; — notò il 
Picchiasodo. — Io, per me, se fossi nei panni del 
Marchese, temerei sempre di vedermi cascare di lassù 
un genovese sulla groppa. 

— Sì, se un genovese avesse Tali! — disse asciut¬ 
tamente mastro Bernardo. 

— Che? non ci si sale, fino a quel colmo? 

— Che io mi sappia, non ci ha mai posto piede 
anima nata. E' bisogna vedere la roccia alle spalle, là 
dalla parte di Calice. Gesummaria! Se un negromante 
non ci scava i gradini nel vivo, gli è come" volersi 
aggrappare ad uno specchio. 

— Uhm ! — borbottò il Picchiasodo. — E queiral¬ 
tro cocuzzolo sulla Caprazoppa? 

— E la* roccia dell’Aurèra. 

Barrili. Castel Cacóne. 


2 



— 18 — 

— Mi paro di vederci un segno di strade. 

— Strada romèa, messere; ma ora la ò guasta per 
modo che nessuno più se ne giova. Per altro , a che 
servirebbe, lassù? 

— Adagio a*ma’ passi! — gridò il Picchiasodo. — 
Qui ti vien meno il tuo senno, degnissimo ostiere. Non 
mi dir male de’romani! Non c’eran che loro, per ca¬ 
pir certe cose. Vedi; una strada su quel monte la ci 
voleva, come un bicchier di vino su questo boccone. 
Strade sui monti, dico io; in pianura, quasi quasi se 
ne potrebbe far senza; uomo, o macchina, o bestia da 
soma, tutto ci passa a bell’agio; ma su per l’erta d’un 
monte, sul fianco d’una costiera, e va dicendo, s’ha 
a far come Annibaie, lavorar coll’aceto. No hai tu del¬ 
l’aceto ? 

— Padrone, — entrò a dire il Maso, — c’è quella 
botte di vinello fiorito, che potrebbe.... — 

Così disse il ragazzo, ma non continuò il discorso, 
poiché mastro Bernardo con una occhiata furibonda 
gli troncò le parole, e con una pedata non meno 
espressiva gli fe* prendere il volo verso l’abbaìno. 

— Ne avrete fatto, di strada; — disse l’ostiere, tor¬ 
nando a’ suoi ospiti e cercando di ravviare la conver¬ 
sazione ; — ne avrete fatto molta, messeri, per venire 
fin qua! 

— Molta; — rispose il Picchiasodo, colla bocca im¬ 
pacciata da un boccone più grosso degli altri. 

— E.... se è lecito il chiedervi.... 

— Ostiere ! — interruppe quell’ altro, con piglio 
tra il burbero e il faceto. — Che diavol ti piglia, di 
voler sapere il nostro itinerario? 

— Scusate, magnifico messere.... volevo ‘dire.... Sic- 



— 19 — 

come so che il nostro Marchese aspetta per l'appunto 
qualcuno.... — 

Il Picchiasodo era per dirgli dell’altro in quella me¬ 
desima chiave; ma messer Pietro, più accorto, indo¬ 
vinò il profitto che si poteva ritrarre da quelle mezze 
parole dell’oste, e vogò destramente sul remo al com¬ 
pagno. 

— E chi aspetta, di grazia? — domandò egli a ma¬ 
stro Bernardo. — Ne hai già imbroccata una, dicendo 
che siamo venuti per fare una sorpresa al tuo nobi¬ 
lissimo signore; vediamo dunque; indovina quest’altra! 

— Ma.... — disse l’ostiere, gonfiandosi a quella lode 
(e se avesse avuto un cencio di coda, si sarebbe pro¬ 
vato a fare la ruota) — si parla in paese d'un certo 
matrimonio.... 

— E di chi? Ya innanzi! — proseguì messer Pietro, 
ugnendogli le carrucole. 

— Eh, meglio di me lo saprete voi, magnifico mes¬ 
sere. Io non lo conosco, ma dicono sia un uomo d’assai, 
che ha terra e castella ed ogni ben di Dio, là dalle 
parti di Torino.... 

— E la sposa ? Che ne dici tu ? 

— Madonna Nicolosina ? Ah, quella è un occhio di 
sole.... un bottoncino di rosa!... Diecisette anni, mes¬ 
sere, diecisette anni a san Nicola, che casca tra dieci 
dì, salvo errore, ed è già una meraviglia di bellezza, 
che vengono già da tutte le parti, solo per vederla a 
passare per via. E buona, per giunta, come il pane, e 
costumata, poi, e dotta, che nemraanco il parroco di 
san Biagio ne sa quanto lei. Insomma, una perla, mes¬ 
sere, una perla, come madonna Bannina, sua madre, che 
Iddio conservi lungamente alla casa dei nostri signori. 



— 20 — 

— Godo che un suo vassallo me la lodi così ! — 
esclamò messer Pietro, con aria tra umile e contenta. 

— È lui l è lui! non c’è dubbio; — disse mastro 
Bernardo tra sé. — Non sono io il solo a lodarla, — 
ripigliò quindi, per dar la giunta alla derrata, — ma 
tutti i ventimila abitanti del Marchesato 1* hanno in 
quel conto che ella si merita, per la sua bellezza e 
per la sua virtù, che non han la compagna. E come 
le son fioccati i partiti \ Ce n’è uno che la voleva ad 
ogni costo, e seguita a volerla.... messer lo Doge di 
Genova.... Ma sì, gli ha da appiccar la voglia all* ar¬ 
pione, costui! Madonna Nicolosina non è boccone pei 
Fregosi.... 

— Ah sì? e perché mò? — interruppe messer Pie¬ 
tro, facendo bocca da ridere. — Perchè son genovesi? 

— Non già per questo; — rispose l’ostiere, con un 
certo sussiego. — Parliamo suppergiù la medesima 
lingua e si potrebbe vivere, sto per dire, da buoni 
fratelli, se qualche volta non ci avessero il ruzzo di 
spadronare in casa d’altri. Ma vedete, messeri; su 
quella gente là non ci si può far conto. Potevano 
essere, sia detto con vostra licenza, il primo po¬ 
polo del mondo, stimati da per- tutto e temuti la parto 
loro.... Ma no; con mille discordie si sono guastati il 
sangue, e non possono durarla tre mesi in pace con 
sé medesimi. Va via di lì, ci vo’star io, è la regola 
di tutti que* maggiorenti, che dovrebbero invece ado¬ 
perarsi per la tranquillità e per la grandezza del po¬ 
polo. E si bisticciano sempre, non so da quanti anni, 
e fanno a rubarsi il comando; oggi Adorno, domani 
Fregoso, posdimani Adorno da capo, sempre su e giù, 
si arrabbattano come fagiuoli in pentola. Erano pa- 



— 21 — 

droni in casa loro, che non li comandava nemmeno 
Tiraperatore; e adesso, vedete, son roba di tutti, che la 
è una miseria a pensarci. E ancora s’impuntano a 
dar molestia ai vicini; e vogliono far Tomo addosso 
a noi altri! Si mettano in pace tra loro, si mettano; 
comandi chi può e obbedisca chi deve.Che ve ne sem¬ 
bra, messere ? 

— Mi sembra che tu abbia ragioni da venderei — 
rispose messer Pietro, aggrottando le ciglia. 

In quella che mastro Bernardo, ringalluzzito del suo 
trionfo oratorio, si disponeva a meritarsene un altro, 
ricomparve il Maso sull' altana. 

— Padrone! — gridò egli ansimante — Venite giù 
subito ! 

— Che c’è egli di nuovo? — dimandò stizzito l'o- 
otiere. 

— C’è messer Giacomino che ha mestieri di voi. 

— Aspetti; or ora ci andrò. 

— Ha premura; — incalzò il ragazzo. 

— Se ne vada, allora; potevi dirgli che ci ho fora- 
stieri. 

— Se gliel ho dotto ! Ma egli vi vuole ad ogni costo. 

— Ha da essere un pezzo grosso, il vostro messer 
Giacomo 1 — notò il Picchiasodo. — Va dunque e vedi 
di contentarlo. 

— Oh, gli è un giovinotto, mezzo villano e mezzo 
soldato, che si crede dappiù di chi si sia, perchè il 
nostro Marchese lo vede di buon occhio; un super¬ 
bioso, che va sempre col capo nelle nuvole, e qui non 
ha mai bevuto un bicchiere. 

— Ragione di più per scendere; vedrai che sta¬ 
volta ti asciuga la cantina. 



_ 22 _ 

— Del resto, — soggiunse messer Pietro. — ora¬ 
mai siamo satolli e si parte. Fa intanto stringer' le 
cinghie ai cavalli. 

— Sarete serviti, magnifici messeri; e caverò fuori 
un fiaschette di malvasia, che vien proprio da Candia, 
•pel bicchier della staffa. 

— Sta bene; e tu piglia questo per l'opera tua; 
credo che basterà. — 

Così dicendo, messer Pietro gli pose in mano un ge- 
novino d'oro. 

— Corbezzoli, se basta! — gridò l'ostiere, facendo 
tanto d’occhi a quel lucicchìo. — Tornateci domani, 
sul conto, e doman l'altro, se vi piace ; l'Altino é vo¬ 
stro, messere. 

— Se non ci avesse a costare che questo, — bor¬ 
bottò il Picchiasodo, — e'sarebbe a straccia mer¬ 
cato. — 

Il genovino d'oro, valeva allora quindici grossi, che 
erano intorno a tredici lire della nostra moneta pre¬ 
sente, ma che, fatto il conto dei tempi diversi e dei 
mutati prezzi delle derrate, potrebbero ragguagliarsi 
al doppio di questa valuta. E ciò spieghi la meravi¬ 
glia della contentezza di mastro Bernardo; il quale si 
avviò gongolante all'abbaino, per dove era già scom¬ 
parso il ragazzo. 

— Che matrimonio ha da essere! — andava di¬ 
cendo l'ostiere tra sé. — Non è più di primo pelo, 
ma e'ci ha un’ariona da principe, questo messere.... 
A proposito; la Rosa mi aveva pur detto il suo nome! 
Tamburlano? No. Canterano? Nemmeno. Certo co¬ 
mincia in ca.... Vediamo un poco! 

Messer Pietro si era mosso dalla tavola, alla volta 



— 23 — 

del murello, e pareva volesse dare un’ultima occhiata 
al paese. Picchiasodo, da uomo più materiale, era an¬ 
cora al suo posto, e mostrava cogli atti di voler ve¬ 
dere il fondo airorciuolo del vino. 

— Scusate, messere; — disse mastro Bernardo, av¬ 
vicinandosi a lui; — il nome del vostro compagno? 

— Perchè? — dimandò il Picchiasodo, inarcando 
le ciglia. 

— L’ho sulla punta della lingua; — prosegui ma¬ 
stro Bernardo, senza badare ai piglio scontento di 
quell’altro. — Vedete, messere; sono un povero dia¬ 
volo d’oste, ma ci ho entratura al castello. Mia moglie 
è sorella della madre di Gilda , la cameriera di ma¬ 
donna Bannina, e il nome dello sposo io l’ho risaputo. 
Ca.... Casche.... Aiutatemi a dire! 

— Casche.... — ripetè il Picchiasodo , per conten¬ 
tarlo. 

— Sicuro,Caselle....Ma se non mi date voi una mano... 

— Ti cascherà l’asino, lo capisco. 

— Ah, bravo! Cascherà.... Ci sono; Cascherano,. 
Grazie tante! Messer lo conte di Cascherano, — sog¬ 
giunse allora mastro Bernardo, volgendosi a messer 
Pietro e sprofondandosi fino a terra, — la grazia 
vostra! 

— Per chi vi piglia costui ? — chiese il Picchia¬ 
sodo a messer Pietro, mentre queU’altro si allontanava. 

— Lascialo dire; — rispose messer Pietro. — Egli 
è venuto quassù per farci cantare, ed ha cantato lui 
per tutti, il baggèo! — 



— 24 — 


CAPITOLO II. 

Cove messer Giacomo Pico impara 
che il torto ò degli assenti. 

Stropicciandosi le mani in segno di contentezza, 
tronfio, invanito di quel colloquio, in cui aveva fatto 
prova di tanta penetrazione, mastro Bernardo scese le 
scale; indi, comandato al ragazzo che stringesse le 
cinghie alle cavalcature dei due forastieri, e alla Rosa 
che pigliasse in cantina un fiaschetta di malvasìa, 
entrò in cucina, dove stava il nuovo venuto impa¬ 
ziente ad attenderlo. 

Era costui un giovinotto di forse venticinque anni, 
che tale lo dinotava l’aspetto, fiorente della prima vi¬ 
rilità, alto della persona, di membra robusto e di belle 
sembianze, quantunque infoscate un tal poco dalla 
torbida guardatura degli occhi cilestri e dallo aggro¬ 
vigliarsi della chioma rossigna in ciocche scompigliate 
sul fronte. Semplice era la foggia del vestire ; portava 
calze di lana divisata e scarpe di cuoio ruvido , alla 
guisa dei montanari; in capo aveva un’ umil berretta 
e sulle spalle una cappa di bigello, alla borghigiana; 
ma il farsetto di cordovano e l’impugnatura d*una 
brava misericordia, che facean capolino dallo sparato, 
insieme colla punta d’una spada che usciva fuori ad 
una rispettabile lunghezza dal lembo della cappa , lo 



— 25 — 

chiarivano un uomo d’armi, per allora fuor di servi¬ 
zio, ma non al tutto fuori d’arnese. 

Il suo nome era Giacomo Pico, flgliuol d'Antonio, 
della terra di Bardineto. Lo si chiamava diraestica- 
mente messer Giacomino, sendo egli venuto in tenera 
età alla corte dei Marchese; ancora lo dicevano il 
Bardineto, senz’ altro, dal suo luogo natalo, posto a 
forse dodici miglia di là, in mezzo ai monti, presso le 
scaturigini del Bormida. Bardineto apparteneva ai si¬ 
gnori Del Carretto, e ad essi molto affezionata era la 
famiglia dei Pico; singolarmente caro a Galeotto il 
loro ultimo rampollo, che dapprima eragli stato don¬ 
zello, indi compagno nelle aspre fatiche di guerra e 
salvator della vita. Però Galeotto lo teneva sempre 
al suo fianco, più amico assai che vassallo, e lo ado¬ 
perava in ogni faccenda che richiedesse fedeltà e segre¬ 
tezza a tutta prova. 

Ragioni queste perchè mastro Bernardo avesse a 
fargli servitù. Ma, oltreché non gli sapea menar buono 
quel suo fare fantastico e il non essersi mai èeduto 
davanti a’suoi fiaschi, quel giorno a mastro Bernardo 
pareva di aver piantato l'insegna accanto a più gran 
personaggio che non fosse messer Giacomo Pico. 

Epperò, mentre questi, vedutolo entrare in cucina, 
si muoveva ansioso verso di lui, quel vanaglorioso 
d'un oste gli fece a mala yna di berretta. 

— Ve ne prego messer Giacomino, spicciatevi ; — 
soggiunse egli tosto, dopo quell'atto un po’ sbrigativo ; 
— ho da offrire il bicchier della staffa a due cavalieri. 

— Erano da tei — sciamò il Bardineto. — Ed io 
che li cerco da un'ora!.... 

— Eh, eh, capisco; — ripigliò mastro Bernardo, 




— 26 — 

con aria di chi sa e vuol lasciarsi scorgere; — il no¬ 
stro magnifico Marchese li aspetterà. 

— Se li aspetterà! Lo credo io! Sono annunziati 
certamente da due ore. Io era appunto in volta verso 
Calvisio,... A mala pena arrivato stanotte !... 

— A proposito, siete stato in viaggio.... 

— E lungo; e ho avuto appena il tempo di far la 
mia relazione al Marchese, ch’egli mi ha mandato fino 
a Pia per vedere la nuova compagnia di balestrieri 
che ha presa in condotta testé. Ero salito a Calvisio 
per dare un’ occhiata alla guardia ; torno al passo della 
fiumana e mi dicono che due cavalieri sono discesi 
verso Castelfranco, avviati pel Borgo. Mi metto sulle 
loro pedate e non li trovo; alla porta di San Biagio 
nessuno li ha visti. Rifò la strada, piglio lingua, e 
sento che si erano fermati all’Altino. Che è ciò? A 
due passi dal borgo, perchè smontano essi da te? 

— Eh, l’ho detto ancor io; perché smontare da me? 
Ma che volete, messer Giacomino? Avran veduto l’in¬ 
segna: Fermatevi all*Aitino, c* è buona l'accoglienza 
e meglio il vino. E l’han trovato buono, credetemi, 
quantunque non l’abbiate mai assaggiato. Dopo tutto, 
o che? dovevano presentarsi al castello a stomaco di¬ 
giuno, come due pellegrini affamati? 

— Che uomini sono? — dimandò il Bardineto, per 
metter fine a quella intemerata dell’oste. 

— Non lo indovinate ? 

— Eh, forse; due genovesi, dei soliti, che vengono 
qua, sotto colore d’ambasceria, per curiosare, scoprir 
terreno e macchinar tradimenti in casa nostra. 

— Che! — sciamò mastro Bernardo, facendo le coc¬ 
che colle dita. — Più su sta monna Luna! 



— 27 — 

— Come? e òhe altro hanno ad essere? 

— Due pezzi grossi, vi dico io. Cioè, no, dico male; 
uno grosso soltanto di corporatura, e gli ha da essere 
lo scudiero, o alcun che di somigliante; ma l’altro.... 

“ — L'altro? 

— Eh, un uomo per la quale, che è aspettato dal 
Marchese e gli farà molto piacere il vederlo capitare 
al castello. 

— Non genovese? — ripicchiò il Bardineto, strin¬ 
gendosi nelle spalle. 

— Non genovese; piemontese. 

— Capitano di ventura? 

— Altro ci è; signore di terre e castella. Ma scu¬ 
satemi, messer Giacomino; e’son qua che scendono le 
scale. — 

E senza aspettar altro, l'ostiere si mosse , per an¬ 
dare incontro a* suoi ospiti. 

Il Bardineto, rimasto solo in cucina, si accostò alla 
finestra, che dava sull’aia, ov'erano già i due cavalli, 
tenuti per le redini dal Maso, e vide poco stante i 
due forastieri che salivano in arcione. 

Uno, il più vecchio e il più tarchiato, gli parve per 
l’appunto uno scudiero, o un famiglio. L'altro, era un 
bell’uomo fra i trenta e i quaranta, bioodo di capegli, 
dal volto un po’ arsiccio, ma bianco di carnagione, di 
leggiadro fattezze e di nobilissimo aspetto. Anche a 
non voler badare alla sua cappa di scarlatto verde 
foderata di vaio e ai suo cavallo palafreno, la cui 
gualdrappa e gli altri arnesi erano filettati d’argento, 
si capiva ch’egli era un uomo di grande affare, e che 
mastro Bernardo aveva ragione a notare in lui un’a- 
riona da principe. 



— 28 — 

— Chi diamine sarà costui? — andava almanac¬ 
cando tra sé il Bardineto. — Non genovese, perciò 
non nemico; capitano (li ventura nemmanco. Fosse 
uno del parentadol Ma io li conosco tutti, i signori 
della lega, e questi mi giunge affatto nuovo alla vista. 

Intanto, mastro Bernardo s'era fatto innanzi col suo 
fiaschetto di vin prelibato e profferiva ai due viag¬ 
giatori il bicchier della staffa. 

— Grazie ! — disse il più giovine accettando il bic¬ 
chiere e rendendolo dopo avervi a mala pena intinte 
le labbra. 

Non così il Picchiasodo, che, recatosi il bicchiere 
all’altezza degli occhi, ne contemplò amorosamente il 
liquido topazio, indi lo accostò alle labbra, ne assa¬ 
porò un sorso, tornò da capo a guardare, mentre, alla 
maniera de’ buongustai, batteva la lingua contro il 
palato, e finalmente, arrovesciando gli occhi in segno 
di beatitudine, mandò giù l’abbeverato e succiò l’orlo 
del bicchiere per giunta. 

— Se tu cominciavi da questo, — diss’egli all’oste 
nell’atto di restituire il bicchiere, — non 6i andava, 
più via dall’Altino. 

— Eh eh! — rispose mastro Bernardo ridendo. — 
Per altro, a messer lo conte non è piaciuto. 

— A me ? — dimandò messer Pietro, vedendo che 
l’oste accennava a lui. — Anzi, gli é néttare, non 
vino; ma con quest’amicone non bisogna far troppo 
a fidanza. 

— Con vostra licenza, messere, berrò io le vostre 
bellezze. Alla salute degli sposi. 

E mastro Bernardo, contento di metter le labbra al 
bicchiere del suo ospite, tracannò il rimanente d’un fiato. 



— 20 — 

Messer Pietro sorrise, salutò e spinse il cavallo 
fuori del portone. Il Picchiasodo spronò a sua volta, 
e lo seguì sulla strada. 

— Costui vi vuol vedovo, messer Pietro ; — gli 
disse frattanto a mezza voce. — Povera madonna Bar- 
tolomea ! — 

A mala pena furono sulla strada i due viaggiatori, 
il Bardineto si serrò addosso a mastro Bernardo. 

— E adesso mi dirai.... Prima di tutto, che andavi 
tu novellando di sposi? 

— Non avete capito ? — disse P ostiere , mentre, 
levato di pugno al Maso il fiaschettp prezioso, lo an¬ 
dava a riporre neir armadio. — C* è un matrimonio 
in aria e quello è lo sposo ; il magnifico conte di Ca- 
scherano, che si è degnato, bontà sua.... 

— Sposo ! di chi ? — interruppe il Bardineto , fa¬ 
cendosi bianco nel viso come un cencio lavato. 

— Eh, non già di madonna Bannina, nò della mia 
Rosa, che hanno i loro uomini vivi e sani ! 

— Ma, alla croce di Dio, parla ; di chi ? 

— Di madonna Nicolosina, perdinci! 0 che, vento 
dal mondo della luna? — 

A messer Giacomo Pico venian meno le forze, e si 
offuscava la vista. 

— Impossibile! — esclamò egli, con voce soffocata 
dalla commozione. — Impossibile ! 

— E perchè mo* ? A San Nicola fa i diecisette, 
quantunque, a dir vero, mi paia che la sia nata ier 
l'altro. Ma, pur troppo, i giorni passano e gli anni 
van di conserva. 0 clic ? l’avrebbe da starsene a spul¬ 
ciare il gatto? È bella, ò savia, è di nobil casato; e 
qui, con nostra buona pace, non c’ è nessuno per lei. 



— 30 — 

Al Fregoso, quantunque doge, non l’hanno volata mo¬ 
strare nemmeno dal buco della toppa ; e’ bisognava 
dunque far capo più lunge ; a Cascherano, verbigrazia. 
Cascherano! bel nome! E lo sposo n’ha un altro, per 
giunta alla derrata ; ma ora e’ non mi vien sulle 
dita. — 

Il Bardineto sudava freddo, o per un tratto non 
aveva potuto aprir bocca. 

— Ma come sai tutto ciò. che io ignoro affatto?.... 

— Eh, lo capisco ? se voi andate a fare l’ambascia- 
tore ! Da quanto tempo mancate ? 

— Da due settimane; cioè a dire, da quando è par¬ 
tito rultirao oratore dei Genovesi, messere Ambrogio 
Senarega. Sono stato a Cosseria, a Millesimo, a Cor- 
temiglia, a Ponzonc ; ho dato infine una scorsa a tutte 
le castella delle Langhe. 

— Orbene , e in questo mezzo s’è accozzato il ne¬ 
gozio. Io sono stato il primo ad averne fumo, in paese. 
Sapete pure , messer Giacomino ; madonna Bannina, 
che Iddio la prosperi sempre, n’ha fatto un cenno alla 
Gilda. La Gilda l’ha rifischiato a sua zia; o sua zia, 
ohe è poi nostra moglie, indegnamente, 1* ha rappor¬ 
tato a me, com’era debito suo. Ma ora che ci penso, 
badate, gli era un segreto da tener sotto chiave, e voi 
da me non sapete nulla, intendiamoci ; io non ho fia¬ 
tato, acqua in bocca ! me lo promettete \ — 

Messer Giacomo Pico non gli dava più retta ; uscito 
in sull’aia, aveva infilato il portone, e via come una 
saetta. 

— Ehi, dico, messer Giacomino, vi prego, non mi 
fate pasticci ! — andava gridando l’ostiere. — Che dia¬ 
mine ! ci ha il fuqco alle calcagna. E perchè mo* ? 




— 31 — 

Quella notizia l’ha messo fuori dei gangheri. Egli 
forse.... cotto di madonna Nicolosina? Eh, non mi fa¬ 
rebbe meraviglia ; la donna è un certo guaio ! Quando 
t’ha fatto perdere il lume degli occhi, non badi più se 
la è imperatrice o villana. Orvia, se la è così, un bel 
malanno l’ho fatto ! Ma giù, maledetta lingua ! La Rosa 
me lo dice spesso, che non so tenermela a freno ! E 
poi ? che male c’ ò ? Tanto e tanto s’aveva a sapere 
11 Cascherano non è forse arrivato ? E come l’avranno 
a battezzare, quando capiterà al castello e farà il su’ 
inchino alla sposa? Andiamo, via; delle mie ragaz¬ 
zate, non è questa la peggio. — 

Con questo po’ di sollievo, mastro Bernardo si ri¬ 
tirò nella sua tenda, dove noi lo lasccremo ad aspet¬ 
tare gli avventori quotidiani, men nobili o meno de¬ 
gni della nostra attenzione. 

Il Bardineto , con quel passo che ho detto, s’ era 
avviato verso il Borgo. Giunto alla porta di san Bia¬ 
gio , varcò il ponte levatoio gittato sul torrente del¬ 
l’Aquila, ed entrò sotto l’androne, dov’era scolpito in 
marmo il carretto, tirato da due leoni aggiogati, con 
suvvi lo scudo listato a fascie diagonali d’argento in 
campo rosso. 

Per la prima volta, guardando quella insegna de’ 
suoi signori, 1’ occhiata fu torva. Egli per fermo non 
se ne addiede, non n’ ebbe coscienza ; ma fu torva la 
sua guardatura, piena di stizza, se non forse di mal 
talento e di rabbia. 

Ah ! diceva quell’ occhiata ; sposa Nicolosina ad un 
altro! Era forse quella la ricompensa che egli si ri¬ 
prometteva de’suoi fedeli servigi? Non già che l’at¬ 
tendesse ; non già che l’avesso per suo certo diritto ! 



— 32 — 

Ma egli, adolescente, quasi fanciullo, era venuto alla 
corte del Finaro, come donzello del marchese Galeotto, 
e da lui tenuto in conto di figlio. Vassalli erano i 
Pico, ma pur sempre i primi di Bardineto; questo 
sentivano di sé medesimi, e Tonesta alterezza del ca¬ 
sato erasi accresciuta neir animo del giovinetto, per 
quel suo lungo vivere in corte, dimestico ai grandi, 
per modo da parergli non pure di essere uno dei loro, 
ma di non essere stato mai altro. E un bel giorno i 
vincoli della consuetudine s’erano ristretti anche più, 
per aver egli campato il marchese dalle mani dei ge¬ 
novesi, che in uno scontro di pochi anni addietro già 
l’avean posto a mal partito, sui monti alle spalle di 
Albenga. 

E al suo ritorno in corte, che era egli mai avvenuto ? 
Lui audacissimo tra i migliori del Finaro, lui salva¬ 
tor suo e primo sostegno della sua casa, celebrava il 
marchese ; però, tra le lodi e i plausi universali, ma¬ 
donna Pannina, la virtuosa castellana, e la sua lieta 
figliolanza, gli aveano fatto gran festa. Nicolosina, 
l'ultima nata, ricciutella innocente, gli si era sospesa 
al collo e gli aveva coperto di baci il volto abbron¬ 
zato dal sole dei campi. Bambinesco era Tatto, e na¬ 
turale in quel punto ; pure l’aveva commosso più cho 
ogni altra dimostrazione d'afietta e di gratitudine de', 
suoi signori più inoltrati negli anni. 

Né quelle infantili carezze er. no state le sole. Da 
quel dì, la bionda fanciullina non ebbe amico più caro 
del suo Giacomo; lui aspettava ansiosa ; lui sgridava, 
se tardo a giungere per aver parte a* suoi giuochi ; 
lui abbracciava ; a lui scompigliava con vezzo fan¬ 
ciullesco le chiome, più che non avessero fatto le aure 



— 33 — 

dell'Appennino ; e i parenti a ridere, a compiacersi 
di quello tenerezze, in cui non pure vedevano, ina 
eziandio caldeggiavano una testimonianza del loro 
animo grato e del loro affetto paterno per lui. 

Senonché, un giorno (e* doveva pur giungere !) la 
fanciulla non gli era più corsa incontro come soleva; 
non gli si era gettata al collo, non lo aveva più ba¬ 
ciato; nemmanco gli aveva profferta con soave atto 
la fronte, come usava co' suoi genitori. L». aveva in 
quella vece accolto con una certa gravità impacciata, 
che la faceva due cotanti più bella; lo aveva sa¬ 
lutato con un « buon dì, messer Giacomo » proffe¬ 
rito a mezza voce f ed aveva arrossito dal sommo 
della fronte fino alla radice del collo. 

Ed egli si era inchinato, come solea fare colla ma¬ 
dre di lei; nè aveva trovato cosa a ridire interno 
alla novità delle sue accoglienze ; ma quel riguardoso 
saluto o quel rossore, che tradiva i casti segreti della 
pubertà nascente, gli avevano recato arcane commo¬ 
zioni nel sangue, dischiuso un mondo ignoto allo 
spirito. 

Da quel giorno aveva pensato; più del bisognevole 
e del ragionevole aveva pensato al nuovo aspetto di 
quella fanciulla, de* cui baci infantili erano calde tut¬ 
tavia le sue guance. E una gran sete di quei baci 
improvvisamente cessati gli riardeva le labbra. Ma 
non erano più i baci della fanciulla, non erano più i 
casti baci fraterni, che egli ripensava in quel punto. 

Da quel giorno si fece più grave; da quel giorno 
il suo volto, gli atti, i pensieri, i modi del suo vi¬ 
vere, assunsero quel non so che di bizzarro e di fan¬ 
tastico, donde la gente volgare toglieva indizio di al- 
Baurili. Cantei Cacone. 3 



— 34 — 

terigia, non dicevole punto al suo umile stato di vas¬ 
sallo. Presso i famigliari del marchese dicevasi in 
quella vece che la guerra avea fatto del giovine un 
uomo, del donzello un capitano. Ed uomo e capitano, 
inesser Giacomo Pico era più bambino che mai. Del 
suo futuro non aveva un concetto , un proponimento 
formato ; viveva alla giornata ; lieto quando gli fosse 
dato vedere il suo conforto, triste cd uggioso quando 
ne fosse lontano. 

La corte dei marchesi del Finaro aveva nelle sue 
consuetudini alcun che della vita patriarcale. Però, in 
quella beata intrinsichezza della famiglia, le occasioni 
di vedere Nicolosina e di starle ( accanto eran molte 
e frequenti. Per altro , orano anche in buon dato le 
occasioni di lontananza. Il marchese Galeotto, pari in 
cotesto a tutti gli animi grandi, quando aveva messo 
l’amor suo in alcuno, non conosceva misura. E grato 
al Bardineto della conservata libertà, fora’ anco della 
vita , in lui aveva riposto ogni sua fede, con lui si 
consigliava in ogni più grave bisogna, lui, come suo 
messo fidato, o come un altro sé stesso, mandava di 
sovente d'una in altra viilata a recarvi i suoi ordini, 
a chieder ragguaglio d'ogni novità che occorresse. 
Conosciuto dovunque come il più caro amico del mar¬ 
chese, messer Giacomino (così dimesticamcnte lo chia¬ 
mavano i terrazzani) era ossequiato ed obbedito da 
tutti. 

Cosi viveva il Bardineto, senza por mente al do¬ 
mani. Amava, senza proporsi una meta, senza sperar 
nulla di certo; amava, ecco tutto, e fidava alle onde 
tranquille il fragile schifo della sua giovanile fortuna. 
Però, quando Giano Fregoso, fattosi pur dianzi si- 



— 35 — 

gnorc e doge di Genova, ebbe mandato Bartolomeo 
Cecero a dimandar la mano di Nicolosina, per la prima 
volta il povero Bardineto tremò, sentì come una mano 
di ferro che gli agguantasse il cuore. E non cessò lo 
spasimo suo, fino a tanto non ebbe udite dal labbro 
del marchese queste consolanti parole : 

— « A Giano, prestantissimo uomo, rendo, o mos¬ 
sero , le grazie che per me si posson maggiori, chè 
in ciò liberale si mostra ed amicissimo mio. Senonchè, 
la figliuola mia è troppo giovino per andarne a ma¬ 
rito, e in cosiffatti negozi occorre maturità di consi¬ 
glio. Ben so a qual patto vecchi nemici possano rac¬ 
costarsi ; però consentite, messere, che di cotesto io 
m'abbia a dare più lunga e meditata risposta in 
iscritto ». 

Così era bellamente pagato il Fregoso. Ma egli,-in¬ 
teso T animo dell’ avversario, tosto aveva adunato il 
Consiglio e messo mano a più saldi argomenti. E poco 
dopo P ambasciata del Cecere, andavano alla corte di 
Galeotto, oratori non più di Giano Fregoso, privato 
cittadino, bensì del Doge e del Consiglio, un Giacomo 
di Leone e un Galeazzo Tinello. 

— « Marchese Galeotto, — avean detto costoro, 
— i Genovesi, quanto è in poter loro, detestano le 
inimicizie e meglio in pace coi vicini amano vivere, 
che in guerra. Esortano te a volere il medesimo, e 
a mostrarne il desiderio, ritenendo ciò che è tuo, re¬ 
stituendo Paltrui. Possiedi Castelfranco, già da essi 
murato e ad essi appartenente quasi per gius di do¬ 
minio. Sai una terza parto del Finaro doversi .ai Ge¬ 
novesi , e come soggetta e come venduta. Sai esser 
Giustenice loro dominio del pari. Tutto ciò, dunque, 



— 36 — 

ripetono essi da te, e ti pregano ad amar meglio di 
concederlo pacificamente , anziché di doverlo rendere 
per forza di guerra. Inoltre, sarebbe fuori dalle con- 
suotudini d’amicizia e di pace che presso te rimanesse 
ospite più a lungo messer Barnaba Adorno, già doge, 
oggi nimico della Repubblica. A te il vedere che cosa - - 
ti convenga di fare ; se mandarlo a Genova, o voler 
guerra da lei ». 

Vivaddio, era questo un alzar la visiera, e di nozze 
non si facea più discorso. Giacomo Pico aveva dato 
un respiro di consolazione. Non era uno sposo temuto, 
quegli che minacciava la guerra. 

E l'aveva di grand’animo accettata il marchese. 

— « Io ben so che me la farete, — aveva egli ri¬ 
sposto, — se ciò che dite pensate, e se più oltre su 
voi comanderanno i Fregosi. Così fosse la puntaglia 
soltanto tra essi e me, che agevolmente la condurrei 
a buon termine! Invero, aver guerra co'Genovesi 
mi duole; ma sappiatelo, messeri; avrei caro il mo¬ 
rire , anziché far cosa veruna contro la dignità del 
mio nome, e l’onore di buon cavaliero. Signore di 
Genova era Filippo Maria Visconti, por propria de¬ 
dizione dei cittadini ; a lui lecito di disporre a sua 
posta d’ogni possedimento di Genova. Egli mi donò 
Castelfranco e Giustenice; né di ciò, e molto meno 
della terza parte del Finaro, mi tengo io debitore ai 
Genovesi. Credete il contrario? Orbene, facciamo giu¬ 
dico del piato l'iraperator de' Romani, oil re di Fran¬ 
cia, o l’Università degli studi di Bologna, o quella di 
Pavia.; venga da principe, o da collegio di giurecon¬ 
sulti, il giudizio sarà legge per me. Niente farò io di 
Barnaba Adorno ; intorno a ciò, arrossisco di avervi 



— 37 — 

a rispondere , più che voi di avermene a chiedere. 
Ch'io manchi alla mia fede! Ch’io tradisca un pre¬ 
stantissimo uomo, qua venuto a rifugio come in terra 
neutrale , e lo dia in mano a* suoi nemici ! Non lo 
sperate da me. Guerra minacciate; e sia; il cielo 
provvederà. Voi questo rispondete al Consiglio: prima 
verrà meno a Galeotto ogni altra cosa che l’animo. » — 
Nobili parole, sebbene un genovese d’allora avrebbe 
potuto trovarci alcuna cosa a ridire. Ben s’era com¬ 
messa la Repubblica alla signorìa del Visconti, ma per 
essere tutelata dalle intestine discordie, non tradita 
a’suoi nemici ; infine , scosso da dodici anni il giogo 
di lui, doveva ripetere tutti i suoi diritti sugli altri, 
nè riconoscere donazioni e larghezze del suo a coloro 
che, come appunto il marchese del Finaro, si adope¬ 
ravano sempre a’ suoi danni. Ma di ciò non occorre 
dir altro ; che ad entrare nel prò o nel contro della 
ragion di stato d’allora, si dovrebbe dare ad ognuno 
la sua parte di torto. Va in quella voce notato che 
alla corte del marchese Galeotto piacque la fiera ri¬ 
sposta, e più assai che ad ogni altro, a Giacomo Pico, 
il quale intravvedeva nella prossima lotta occasione 
di gloria. $ 

Eppure, come già conosce il lettore, non la era an¬ 
che finita colle ambasciate. Dopo i due oratori della 
Repubblica, erano venuti Ladislao Guinizzo e Fran¬ 
cesco Caito, inviati di Giano, a chieder da capo Ni- 
colosina in moglie. Della dote mettevano questo patto : 
mandasse a Genova messer Barnaba Adorno; da lui 
i Fregosi, come da nimico prigione, avrebbero pi¬ 
gliato il riscatto di diecimila genovini d’oro, che sa¬ 
rebbero andati in dote alla sposa. 



- 38 — 

A cosiffatta proposta, più che alla ostinatezza'di 
Giano, si sdegnò grandemente il marchese. 

— Mi turba la dimanda, — rispose , — e peggio 
ancora, ini muove lo stomaco. Tristo è Giano e tristo 
mi crede. A tal uomo, e di tali nefandezze capace, io 
non sarei per concedere mai la figliuola mia, anco se 
molto maggior dote le costituisse del suo. — 

Cosi avevano avuto fino le pratiche celate presso il 
marchese. Ma ben altro' tentavano ancora i Fregosi 
presso il parentado di lui, per rimuovere i Carretti 
delle Lunghe dal proposito di aiutare il loro consan¬ 
guineo. Il quale, di certo, per assegnamento fatto su 
questi, più elio per fidanza vera nelle sue forzo , mo¬ 
strava animo tanto deliberato a resistere. 

Era in quel tempo tra tutti i signori Del Carretto 
come un patto d’alleanza, per cui, se ad uno di loro 
si recasse alcun danno, a tutti si reputasse ugualmente 
recato, e tutti avessero a mettersi in armi per ven¬ 
dicare i torti di un solo. L* antica divisione doll’ere- 
dità di Enrico Guercio in tre parti e le altre divi¬ 
sioni avvenute in processo di tempo, clic avevano di 
soverchio sminuzzate le forze di que’ discendenti d'A- 
leramo, chiarivano Mi per sè necessario quel patto di 
famiglia. Dicevasi Ta lega dei Carretti; e invero, se 
fosse stata così salda nel fatto come nella mente 
de* suoi fondatori, grandezza d’animo dei collegati, fede 
provata dei popoli loro, copia di attinenze e asprezza 
di luoghi, avrebbero potuto renderla formidabile alle 
difese. 

Congregavasi la lega nella torre detta di Oddcnino, 
presso la corte di Millesimo. Capitano della lega era 
in quel mezzo il magnifico messere Francesco, signor 



— 39 — 

di Novelli, tra i Carretti d’allora il più innanzi nella 
prudenza e negli anni. A lui n'andò Yeneroso Doria, 
amico e fautore dei Fregosi, come tutti gli altri del 
suo casato, e ottenuta la presenza dei collegati, espose, 
in nome di tutti i Doria, la sua ambasciata. Ramme¬ 
morata l’antica amicizia delle due genti e i maritaggi 
che tratto tratto erano sopraggiunti ad unirle in pa¬ 
rentado , non dubitò di noverare alcune recenti e vi¬ 
cendevoli offese. Colpevoli i Doria di essere stati primi 
a molestare i Carretti ; colpevoli questi, nelle persone 
di due dei loro, Galeotto del Finaro e Giorgio di 
Zuccarello, di aver mosso guerra e fatto devastazioni 
gravissime nella valle di Oneglia, dominio amplissimo 
e rispettato dei Doria. Questi, per altro, memori dei 
profferti appigli, aver comportato con animo grande 
l’offesa ; non così poter sofferire che Giorgio c Ga¬ 
leotto s’ostinassero a tener come proprie le castella 
occupate. La Lega, se aveva in alcun pregio l’amici¬ 
zia dei Doria, comandasse la restituzione del maltolto ; 
se no, sarebbero stati costretti i Doria a procacciar 
l’utile proprio e dare orecchio a’ nemici dei Carretti* 
che fino a quel punto non aveano voluto ascoltare. 

Ponderavano i Carretti, siccome èra naturale che 
facessero, le gravi ragioni esposte da messer Veneroso. 
E Francesco, il vecchio capitano della lega, avea già 
proposto di rispondere : niente amar meglio i Car¬ 
retti che vivere in pace coi Doria; non doversi ascri¬ 
vere l’invasione di quel d’ Oneglia, nè a Galeotto del 
Finaro, né a Giorgio* di Zuccarello , bensì ad espresso 
comando del signor di Milano, che a tutti soprastava. 
Per altro, a dimostrar meglio l’animo loro alieno da 
ogni litigio, come da ogni offesa ad amici e vicini, aYreb^ 



— 40 — 

bere esplorata la mente del Visconti e fatto il poter 
loro perchè le castella occupate nella valle d’Oneglia 
fossero restituite ai loro signori. 

Senonché Galeotto, il quale sporgeva nella intro¬ 
missione dei Doria un artifizio del suo nemico inteso 
a sbigottirlo, volle si rispondesse in altra maniera. 
Ricordino i Doria, disse egli, ricordino quanto abbiano 
sovvenuto di consiglio e d'armi i Fregosi, allorquando 
Battista e Spinetta, di questa gente, vennero sulla 
Pietra, per assediarmi e impadronirsi di me. E il loro 
intento avrebbero essi raggiunto, se l'invincibile Fi¬ 
lippo Maria Visconti non avesse mandato in mio soc¬ 
corso in esser Guido Torello, con grossa mano di ca¬ 
valli e di fanti. Ricordino i Doria come abbiano essi 
favoreggiato i Fregosi, nella condotta di quel Baldazzo 
elio lungamente guerreggiò il Finaro, e mancò poco 
non mi desse in balìa de* miei giurati nemici. Mai 
furono rette le intenzioni, mai schietti i diportamenti 
dei Doria verso di noi ; smettano dunque di ricor¬ 
dare l’antica benevolenza; ricordino piuttosto l'anti¬ 
chissimo odio e il mal talento loro contro la nostra 
casata. Nulla sperate da noi; date pure liberamente 
ascolto ai nemici; cotesto vi tornerà per fermo più 
agevole e caro. Che cosa si stia macchinando tra voi, 
ci è noto, o messeri. Ma tutto non v’andrà, come 
pensate, a seconda ; me prima torrete di vita che di 
animo. 

In quella guisa fu risposto ai Genovesi. Ma eglino, 
o flosce per guadagnar tempo, o perché sperassero di 
smuovere dalla lega alcuno nei Carretti, o finalmente 
perchè in tutto quel viavai d’ambasciatori'mirassero 
a pigliar cognizione dei luoghi e dello stato degli animi, 



— 41 — 

non si tennero paghi di quella risposta dettata dal 
marchese Galeotto, e vollero averne l’intiero. 

Però mandarono, in volta a tutte le famiglie dei 
Carretti un altro oratore , accortissimo uomo, che fu 
messere Ambrogio Senarega. Doveva egli apertamente 
ricordare.i vecchi diritti di Genova sulla terza parte 
del Finaro, su Castelfranco e sulla terra di Giuste- 
nice, posta ai confini occidentali del marchesato ; chie¬ 
dere che Giustenice e Castelfranco fossero restituiti, 
c per la terza parte del Finaro si riconoscesse Ga¬ 
leotto feudatario della repubblica ; a ciò volesse la 
lega persuaderlo, o, dove questi si ostinasse nel niego, 
abbandonar le sue parti. Celataraente, poi, doveva in 
privati colloqui scandagliare i propositi e tentar la 
fede di tutti ; che certo, e per antiche ruggini e per 
essere eglino in troppi, non dovevano vivere in cosi 
calda amicizia e comunanza d’interessi, come il fatto 
della lega mostrava. Del resto, provvedessero, come 
stimavano meglio, all’utile loro; ma ricordassero che 
Filippo Maria Visconti, protettore e amico a Galeotto 
era morto, e Milano rivendicata in libertà non avrebbe 
spalleggiato i nemici della repubblica genovese. 

Anche in quella occasione la risposta della lega fu 
data da messer Francesco di Novelli. A difesa di Ga¬ 
leotto si ricordava la donazione di Filippo Maria ; a 
discolpa di tutti i signori della lega si ripeteva non 
aver essi altro desiderio che di vivere in pace e in 
amicizia con Genova ; del resto, avrebbero combattuto, 
se ella a ciò li astringeva, e resistito con ogni lor 
possa; che bene dovevano essi andare in soccorso di 
Galeotto, a fcui erano stretti da vincoli d'alleanza e 
di sangue. 



— 42 — 


Queste le parole; ma i fatti vole^no esser diversi* 
La morte di* Filippo Maria Visconti improvvisamente 
avvenuta neiragosto, e i torbidi che n’cran seguiti in 
Lombardia, d’onde più speravano aiuto in quel loro 
bisogno, avevano scosso la baldanza dei collegati mar¬ 
chesi. Bene avevano mandato lettere e messaggi a 
tutti i signori circonvicini per chieder consiglio e pro¬ 
cacciarsi amicizie ; ma in pari tempo (e qui era da 
vedersi il frutto delle pratiche di Ambrogio Senarega) 
disegnavano di mandare un oratore a Genova, per 
rabbonire i Fregosi. 

Ora, vedete bel caso, quest’oratore fu bensì uno di 
loro, ma figliuolo a Marco, signore di Osiglia, che tra 
tutti i collegati era il meno amico a Galeotto e il più 
tiepido nei consigli di guerra. 

Questi, che avea nome Abate, recatosi a Genova, 
mentre il Senarega scendeva da Osiglia al Finaro per 
abboccarsi con Galeotto e far le viste di raccoman¬ 
dargli la pace, mostrò ai Genovesi esser tra loro di¬ 
scordi i signori della lega. Rammentò come suo pa¬ 
dre Marco e un suo cugino Gherardo di Santo Ste¬ 
fano, discendessero da quei due, Emanuele ed Aleramo, 
che avevano venduto la loro terza parte del Finaro, 
e come, neiratto di volerla ricuperare, molti anni ad¬ 
dietro, fossero stati presi ed imprigionati dalla madre 
di Galeotto, ed avessero perduto per giunta Calizzano; 
riandò tutte le vecchie ragioni d’inimicizia che cova¬ 
vano in seno a quel parentado ; lasciò intendere come 
i Carretti avrebbero potuto, parte voltarsi contro, 
parte non dare al congiunto quel ‘valido aiuto che 
egli si prometteva da essi ; una sola còsa dimandò : 
che, frutto dei mutati consigli fosse a Marco suo padre 
la ricuperazione del dominio perduto. 



— 43 — 

Non è a dire se i Fregosi accogliessero di buon 
animo le confidenze di Marco e del figliuol suo, e 
come gli fossero larghi di promesse. L’ orso di Castel 
Gavone era ancora da prendere ; si poteva impegnarne 
senza tanti riguardi la pelle. 

Queste cose, siccome é agevole argomentare, igno¬ 
rava Galeotto. E frattanto, poiché egli, messo al punto 
di dover provvedere alle sue difese, non poteva muo¬ 
versi dal marchesato, e gli premeva in pari tempo 
di saper l’esito dell’ambasceria del figliuolo di Marco 
ai Genovesi, aveva disegnato di spedire Giacomo Pico 
alla torre di Oddonino c alle altre castella de’ princi¬ 
pali tra' suoi consanguinei. Nò a ciò si ristringeva la 
commissione del Pico. Egli, udito delle praticho di 
Abate presso i Fregosi c di ciò cho il capitano della 
lega, messer Francesco di Novelli, avesse deliberato 
di fare, doveva altresì, procedendo di corte in corte, 
raccogliendo i pareri c indagando gli animi di tutti, 
giungere fino alle rive del Tanaro, per recare un mes¬ 
saggio a Tommaso di Bagnasco. 

Era questo messer Tommaso un onorevole cava- 
liero, della casata dei marchesi di Ceva. Quella gente 
erano guelfi, laddove i Garretti erano ghibellini ; ma, 
oltre che i tempi delle acerbe nimicizie partigiano 
erano trascorsi o più assai importava a quelle schiatte 
marchionali vivere in pace tra loro e assodare la loro 
signoria, Tommaso di Bagnasco aveva sempre dimo¬ 
strato a Galeotto la più schietta amicizia e s’ era in 
parecchie occasioni profforto all’amico, per servirlo, 
come dicevasi allora, di coppa e di coltello. 

E messer Giacomo Pico era andato, con che animo 
sei pensi il lettore. Si allontanava un tratto da ma- 



— 44 — 

donna Nicolosina, ma, a ben guardare la sostanza 
delle cose, per avvicinarsi di più alla meta de' suoi 
dcsiderii. Diffatti, se la guerra inevitabile coi Geno¬ 
vesi mandava già a monte un temuto matrimonio, 
quella importantissima ambasceria commessa a lui dal 
marchese, ristringeva i vincoli deir antica dimesti¬ 
chezza, aggiungeva servizio a servizio, gratitudine a 
gratitudine, dava esca e fondamento a più saldo spe¬ 
ranze. Al suo ritorno, poi, utile al suo signore per 
delicatissimi negoziati, come gli era stato caro per 
consuetudine antica e per aiuti personali, il Bardineto 
avrebbe operato tali miracoli di valore da farsi armar 
cavaliere sul campo e da meritare tal grazia appo i 
signori del Finaro , che a lui si sarebbe conceduta 
Nicolosina, o a nessuno, fosse pure conte, marchese, 
duca, o figlio di re. 

Galeotto era ben lungi dal sospettare che nuova 
specie di fantasie girasse per lo capo al suo antico 
donzello. Ad altro aveva egli la mente: ai vassalli 
chiamati in armi da tutte le borgate; a due compa¬ 
gnie di balestieri che avea tolte in condotta ; alle lan¬ 
de che gli mancavano ancora; al suo tesoro, che di 
molto si sarebbe scemato , e senza speranza di ricat¬ 
tarsene, anco vincendo la prova. Imperocché, quella 
era una guerra di difesa contro un potente nimico 
lontano, o, per arricchire delle sue spoglie, sarebbe 
bisognato stravincere. Ora, di stravincere, il marchese 
Galeotto non nutriva speranza per fermo. Bene lo as¬ 
sicurava Barnaba Adorno , con gli altri fuorusciti di 
Genova, ospiti suoi, che, tornata la fazione loro alla 
somma delle cose, largamente sarebbe stato compen¬ 
sato di ogni suo danno; ma quella fortuna era di là 



— 45 — 

da venire e poteva anche restarsi per via ; laddove la 
guerra soprastava al Finaro, e quella lì non c'era spe¬ 
ranza pur troppo di allontanarla, nè sarebbe tornato 
a guadagno il tenerla in* sospeso. 

Ma, per tornare a Giacomo Pico, che le centomila 
necessità del racconto mi fanno ogni tanto lasciare 
in disparte, è da stringere in poche parole che egli 
aveva sollecitamente adempiute, in quel modo che poi 
si dirà , le incombenze a lui date , ed era di ritorno 
al Finaro due settimane dopo la sua partenza, e pro¬ 
prio in quel giorno 26 novembre dell’anno 1447. Il 
cuore gli battea forte nello avvicinarsi al castello. 
Aveva veduto per pochi istanti Nicolosina, e gli era 
parsa un’altra donna. Effetto naturale delle lontananze, 
anche brevi, da chi siamo usi vedere ogni giorno, 
die ci si sente subito come stranieri alla casa. E per¬ 
chè poi? Perchè eravamo avvezzi a sapere ogni più 
lieve atto, ogni più riposto pensamento dei nostri fa¬ 
migliaci, e la fragil catena di tutti quei preziosi non¬ 
nulla si è malamente spezzata. 

Per altro, egli non era il momento di trattenersi 
su quelle frasche. Mandò giù la ingrata sensazione di 
quei primo incontro con lei ; la ebbe anzi per una lì* 
sima del suo cervello ammalato, e si presentò al mar¬ 
chese, per dargli ragguaglio della sua legazione. Tra 
le altre cose, narrò come il figlio di Marco niente 
ayesse ottenuto dai Fregosi, e nemmanco fosse tor¬ 
nato* da Genova; donde per avventura, si poteva con¬ 
chiudere che le speranze d’un accordo non fossero tut¬ 
tavia dileguate. 

Ma intorno a ciò il marchese Galeotto non istava 
più in forse e ben sapeva che cosa pensarne, cioè che 



— 46 — 

i Genovesi si studiavano di tenergli a bada la lega, 
e frattanto si disponevano con ogni diligenza ad as¬ 
salirlo, sperando di averlo atterrato, innanzi che gli 
altri si fossero mossi a difenderlo. Ora, che la lega 
del parentado fosse per aiutarlo, non dubitava il mar¬ 
chese; anche pur dianzi, al suo inviato, tutti ad una 
avevano fatto le più solenni promesse. Quanto a sé 
ed alle forze raccolte nel Finaro, egli si teneva ab¬ 
bastanza sicuro, da credere che i Genovesi avessero 
per quella volta fatto male i lor conti. Questo era 
l'essenziale. Piuttosto, gli doleva del Bagnasco , così 
largo promettitore in principio, e adesso, secondo gli 
riferiva Giacomo Pico, tanto irresoluto e difficile a 
muoversi per un verso o per l’altro. Ma forse, pen¬ 
sava Galeotto (e questo pensiero lo consolava un tratto) 
la guerra, incominciata che fosse , anche al lontano 
amico avrebbe sgranchiato le gambe. 

E la guerra stava appunto per rompere. Là, a po¬ 
che miglia discosto, sulla spiaggia di Vado, che è tra 
Noli e Savona, i Genovesi facevano gente. Da un mo¬ 
mento all'altro, chi sa. potevano anche apparire i 
primi scorridori dell’esercito nemico sulle alture della 
Briga, e scendere in valle di Pia. Ed era questa la 
nuova, che dava a messer Giacomo Pico di Bardi¬ 
nolo il marchese Galeotto, in ricambio alle molte del 
suo messaggicro. 

Il quale, d’ ambasciatore rifattosi uomo d' armi in 
un subito, uscì dal borgo, varcò il torrente dell'Aquila, 
e, per la via più spedita, che s’inerpicava allo spalle 
di Monticello, corse a vedere se fossero bene asser¬ 
ragliati i passi di monte Tola e Calvisio. E di là, a 
traversata la valle di Pia, già era sulle mosse pei 



— 47 — 

risalire fino a Verzi, dove stavano le prime vedette 
del Finaro, allorquando gli venne udito di que’ due 
cavalieri,'che, provenienti dalla parte d’Jsasco o delle 
Magne (per dove correva la via maestra da Noli al 
marchesato) erano discesi al guado della fiumana 
di Pia. 

Argomentando che fossero avviati al Finaro, era 
corso dietro a loro. Ma egli a piedi, e quei due a ca¬ 
vallo; nè aveva potuto raggiungerli. Giunto a Ca¬ 
stelfranco, li seppe andati oltre alla Marina; giunto 
alla Marina, udì che aveano proseguito alla volta del 
Borgo. Andò al Borgo ; nessuna novella di loro. Erano 
dunque rimasti a mezza strada. 

Cosi, pigliando lingua da ogni banda, aveva trovati 
i due forastieri all* Aitino e*gli era occorso con ma¬ 
stro Bernardo quel dialogo maledetto, che gli aveva 
a dar fumo di tante novità dolorose. In due setti¬ 
mane di lontananza, madonna Nicolosina promessa ad 
un altro e quest'altro già arrivato per farla sua ! Ma, 
già; hanno il torto gli assenti! 



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CAPITOLO III. 

Dal quale apparisce ohe, in materia di consolazioni, Tom¬ 
maso Sangonetto avrebbe potuto dar de'punti a Boezio. 


Clio torbidi pensieri menassero la ridda nel cer¬ 
vello di Giacomo Pico, è più facile argomentare elio 
dire. Chiunque ha fieramente patito per amore, e per 
amore dispregiato o negletto, ci metta qualcosa dei 
suoi ricordi particolari e di ciò che ha veduto, udito, 
o letto degli altri; mescoli , aggiunga un pizzico d’a¬ 
cerbo, come l’hanno in gioventù i caratteri chiusi, o 
dopo i trent* anni ogni nato di donna, e s’avrà for¬ 
mato un concetto di quella stizza profonda in cui si 
crogiuolava lo spirito del nostro innamorato. 

Sconvolto, rabbioso, tormentato da cento pazzi di¬ 
segni, aveva preso a furia la strada del borgo ed era 
entrato per la porta di san Biagio. La meta della sua 
corsa doveva essere a tramontana, verso l’erta su cui 
torreggiava il castello ; senonchè, giunto ad un cro¬ 
cicchio in mezzo all’abitato, parvo essersi pentito; poi¬ 
ché, fatto un gesto di sdegno, svoltò rapidamente a 
sinistra e andò ad uscire da un'altra porta, che met¬ 
teva sulla strada di Calice. 

Pervenuto colà e data una torva occhiata su in alto, 
dove non gli era parso dicevole andare, varcò il ponte 



— 49 — 

antichissimo che cavalcava il torrente. Quel ponte era 
di costruzione romana, e in ogni altro caso Giacomo- 
Pico si sarebbe fermato, come spesso soleva, a contem¬ 
plarne i poderosi piloni, che da forse millequattrocen- 
t'anni sfidavano Tira del tempo e doveano sfidarla al¬ 
tri quattrocento di poi, per essere divelti in quella 
vece da un capriccio degli uomini. Ma allora, e' non 
li degnò neppur d'uno sguardo, e passato sull’altra 
sponda del Calice, si avviò verso la ripida costa della 
montagna, con passo concitato e gagliardo, come se 
volesse pigliare d'assalto la roccia deU’Aurera, che ne 
incoronava la cima. 

Salire al castello non aveva voluto ; dal mezzo del 
ponte, lo aveva anzi guardato a squarciasacco ; tut¬ 
tavia, non sapeva allontanarsene troppo, e, risalendo 
la costiera di rincontro, non rifiniva di guatare lassù, 
verso quel nido d’avvoltoi, elio tale gli pareva in quel 
punto il castello de'suoi signori. E dire che quelle 
mura gli pareano pur dianzi un nido di colombe, e 
che egli, per tanti giorni lontano, tra le feste, le one¬ 
ste accoglienze e gli svaghi naturali del viaggio, al¬ 
tro non aveva in mente, altro non desiderava che di 
tornare a quel nido ! Così facilmente mutano aspetto le 
cose ai nostri occhi, secondo che porta l'amore o l'o¬ 
dio, la benevolenza o lo sdegno ! 

Il Bardineto si era fermato a metà dell’ erta, colle 
braccia incrociate sul petto e lo sguardo teso verso 
il castello, probabilmente divisando nell'animo tutti i 
particolari dell’arrivo del Cascherano, le cortesie del 
suocero, gli amabili rossori della sposa e i lieti conver¬ 
sari della nobile brigata, allorquando gli venne udito 

BarIiili. Castel Cacone. * 



— 50 — 

poco lungo uno stormire di frasche, come per guiz¬ 
zar di ramarro attraverso i cespugli. 

Si volse in soprassalto, confuso e scontento, a guisa 
di chi si trovi colto in mal punto. Diffatti, egli non 
era un ramarro , nè altro animale che striscia per 
terra, il turbatore della sua pensosa solitudine ; e bene 
glielo avevano indicato per un suo simile certe risa 
sguaiate che accompagnavano il repentino fruscio. 

Quegli che rideva in tal guisa era un uomo di fre¬ 
sca età, sebbene il volto avvizzito e di fattezze non 
belle, nè brutte, ma semplicemente volgari, potesse 
farlo apparire più presso ai confini della maturità che 
non a quelli della beata giovinezza. Indossava un far¬ 
setto di ruvido cuoio ; portava la berretta alla sca¬ 
pestrata, come a dire sulle ventitré ore e tre quarti, 
un coltellaccio a fianco, e sulle spalle un archibugio, 
specie di balestro da caccia, per la cui canna si fa¬ 
ceva scattare, a forza d’arco, una pallottola, od un 
sassolino. 

Il Bardineto, che a prima giunta avea fatto quella 
faccia scontenta, si rabbonì, com’ebbe raffigurato quel- 
l’altro. 

— Tommaso 1 — esclamò egli. — Sei tu? 

— Io, non altri, perdiana! E tu probabilmente sei 
Giacomo Pico, marchese di Bardineto, e d’ altre ca¬ 
stella nei paese dei sogni? s 

— Sì, canzonami, lingua tabàna ! Così foss* io mar¬ 
chese, o conte, da senno! 

— Eh, eh ! — soggiunse V altro ridendo. — Sulla 
strada ci sei. Co’ marchesi e coi conti ci bazzichi la 
tua parte, e saprai che chi và col lupo.... A propo¬ 
sito di lupi, io ti facevo ancora di là dai monti. 



— Son tornato stamane. 

— Con che aria lo dici! e con che sospiro ne di 
rincalzo ! — esclamò Tommaso , tirandosi indietro in 
atto di meraviglia. 

Il Bardineto, che già s’ era padroneggiato oltre le 
forze, si lasciò cadere sulla sporgenza d’un masso che 
ingombrava mezza la strada, e si nascose il volto tra 
le palme, tentando di soffocare un singhiozzo. 

— Tommaso mio, — gridò egli, — così non fossi 
tornato ! — 

lì amico stette immobile un tratto a guardarlo ; 
quindi posò 1* archibugio e andò a sederglisi grave¬ 
mente da lato. 

— Ah, ah ! c'è del grosso in aria !.... — diss’ egli. 

— Giacomo, vuoi tu dirmi che hai? ma chetati, per¬ 
diana ! Non sei più un bambino da latte. Lascia pian¬ 
ger lo donne, che piangono spesso, perchè piangono 
bene. 

— Tu ridi ! — notò amaramente il Bardineto crol¬ 
lando il capo e tfaendo un altro sospiro dal profondo 
del petto. 

— Ma sì, rido; — rispose queiraltro, scaldandosi; 

— rido, come ha sempre riso Tommaso Sangonetto, e 
come riderà fino all'ultimo, perchè niente c'è al mondo 
che meriti d'esser pigliato sul sodo. E riderò di te, 
fino a tanto non m* avrai dimostrato.... Ma già, che 
potresti tu dirmi .di nuovo? Io t’ho capito e da un 
pezzo ; ella non t'ama. — 

11 Bardineto trasaltò. 

— Chi, ella? E come sai tu? 

— Sicuro, non ho da saper nulla, io, quando tutti 
ne sanno e ne parlano! 0 dimmi , per chi ci hai pi- 



— 52 — 

gliati? che un marito, od un padre, sia Tultimo ad 
avvedersi, ed anco non si avveda mai più, concedo; 
ma gli altri.... eh, via ! dovrebbero esser ciechi dalla 
nascita. Como se, alla tua età, il non cercar donna 
alcuna tra le tue pari, il fuggire ogni occasione di 
sollazzo, lo 3tarti poi sempre ristretto ai fianchi 
di quella gente lassù (c* intendiamo!), non fossero 
già segni bastanti! Ah, vedi? chini la fronte; capisci 
anche tu che tutto il paese ha fumo delle tue ambi¬ 
zioni ? 

— Tutto il paese! — ripetè Giacomo Pico sgomen¬ 
tilo. — E adesso.... 

— E adesso... lo so anch’io; siamo in un ronco, e 
la è dura di dover dare indietro, al cospetto di tutti. 
Ma infine, non sarai tu il primo a cui ó capitato il 
somigliante. Papi e imperatori, principi e capitani ti 
offre la storia in buon dato, che hanno dovuto, un' 
giorno della lor vita, appender la voglia all’arpione. 
E non si son mica guastati il sangue per così poco; 
hanno aspettato la volta loro, od hanno messa a più 
certo segno la mira. Impara anche tu; lascia di trarre 
in arcata e lontano; mira da vicino e traggi di punto 
in bianco ; è buon colpo. Fa a modo mio, Giacomo, e 
non avrai sopraccapi. Sai donde vengo? Da caccia, ti 
dirà l’archibugio; ma, in fedo mia, non ho tirato nem- 
manco a uno scricciolo. Vengo dalla Nena di Verezzi. 
Ma già, tu non la conosci, ed hai torto. Una forosetta, 
un bel tocco di donna. che non ha la compagna in 
tutto il marchesato, e cui non piace la sputi. Ruvida 
di modi, non nego, e manesca anzi che no ; gli è il 
suo diletto. Le ho fatto una carezza e m’ha reso un 
urtone ; son caduto ad arte, ella su me e siamo ruz- 



— 53 — 

zolati ambidue. Ah ! ah ! se per fortuna non ci trat¬ 
teneva un letto di timo, si tombolava giù giù fino 
alle Arene candide. — 

E fatto questo discorso, Tommaso Sangonetto si 
cacciò a ridere sgangheratamente. Aveva ragione, 
poiché doveva ridere per due. 

— Tommaso ! — esclamò il Bardineto, con accento 
di rimprovero. — E tu puoi mettere il capo in que¬ 
sti amorazzi volgari ? 

— Ma sì! ma sì! — rispose l’altro con impeto. — 
Del resto, che intendi tu per amorazzi volgari? Volgo 
è quantità; e nel numero, lo capisco, ci si trova del 
buono e del gramo. Ma sappi, chi la guarda in ogni 
penna non farà mai nido, come chi guarda ad ogni 
nuvolo non farà mai viaggio. Così dicono i vecchi. A 
che si tende, poi? che si vuole? Io vado senz’altro 
alla meta e per la strada più corta; magàri ci fosse 
un tragetto! A fartela breve, non vo’moccicose, né 
superbiose, nè schizzinose, nè altrimenti noiose, le 
quali mi diano pastocchie, speranze ed erba trastulla. 

— Ma quali donne son dunque lo tue ! 

— Eh via, qqpli donne ! Son tutte compagne. Li¬ 
sciate, contigiate, razzimate, il più delle volte t'in¬ 
gannano ; le hai per fior di farina, e gran mercè se alla 
seconda stacciata riescono a darti cruschello. Quali 
donne! dirò io delle tue. Bada a me, Giacomino; le 
mie non hanno tante trappolerie ; rustiche sono e 
male ad arnese; ma egli c’è questo di buono, che il 
vino non mente all’insegna e tu non resti gabbato 
nella bontà della merce. 

— Sarà; — disse il Bardineto, per metter fine al 
discorso. 



— 54 — 

Ma il Sangonetto era in vena, e proseguiva. 

— Eh, già, capisco ; a. te q uella superba ha fatto 
dar volta al cervello. — 

Giacomo Pico scosse il capo in atto d'impazienza. 

— E non la perdi di vista, a quel che pare! —in¬ 
calzò il Sangonetto. — Tu guardi sempre lassù. 

— Tommaso! — proruppe scorrucciato queiraltro. — 
Per l’anima di.... 

— Orbene ! — ripiccò Tommaso, alzando la voce a 
sua volta. — Chiama i morti dallo inferno e i santi 
del paradiso, fin che ti piace. Io ti amo, non so per¬ 
chè ; vedo che soffri ; sono il tuo medico e tri curo 
a modo mio. Sapevo il tuo segreto; e metti pure 
che io non dovessi saperlo , nè altri ; tu stesso me 
lo hai sciorinato poc'anzi. Ed ora, io non ti ho 
domandato che cosa tu sperassi per lo addietro da 
lei ; ti domando in quella vece che cosa speri adesso, 
poi che ella ti ha richiamato alla tua condizione di 
vassallo. 

— Non ella, — gridò il Bardineto, — non ella, il 
destino. Vedi, Sangonetto, tu ti sei giudicato da te. 
V’ hanno cose che tu non intendi, n^ verresti a capo 
d'intendere. Sì, io l'ho amata; ma potevo io forse 
operare diverso? Fanciullo mi han tratto al castelloJ 
è cresciuta sotto i miei occhi ; la vedevo ogni giorno’ 
suo padre mi è debitor della vita ; ella mi ha ab¬ 
bracciato. .. 

— E baciato ; storia antica ! — interruppe Tom¬ 
maso. — E tu, povero amico, hai pigliato i bisantini 
per oro di coppella. Bacio di bocca cuore non tocca, 
o non dovrebbe toccare. Comunque sia, — aggiunse il 
Sangonetto a mo’ di correzione, — pensa che la era 



una bambina, o giù di li. Ma più tardi, ti ha ella 
mai incuorato a sperare? 

— Che ne so io? Si può egli mai dir d'una donna, 
anche alla vigilia di farla tua, o di perderla per sem¬ 
pre, ch'ella t'abbia incuorato ad amarla? 

— Eh, per un pazzo, non ragioni poi male! A me, 
per esempio, la Nena di Yerezzi, che non è una Luc- 
crezia romana, non ha forse data la più rustica go¬ 
mitata, proprio un momento prima di andar ruzzo¬ 
loni ? Ah, ah ! Ma torniamo al caso : tu se' in male 
acque, mio povero Giacomo ! Ma che diamine, dico io, 
t' è saltato in mente di andar così in alto éoi desi- 
derii ? Meglio sarebbe stato per te d’inerpicarti sul- 
T ultima balza della Caprazoppa, là dalla parte del 
mare, per cogliervi i falchi nel nido. Vedi, siamo vas¬ 
salli. Il notaio David, lo sputasentenze, nel cui studio 
ho passato i begli anni della mia giovinezza, te le 
dirà lui per filo e per segno, le nostre delizie. Cen- 
suarii, aldioni, coloni, servi della gleba, soggetti a ta¬ 
glia e soggetti a prestazione, la ò tutta una beva, e 
non c'ò altra differenza che del più o del meno. 

— Io sono libero uomo! — ripiccò alteramente il 
Bardineto. 

— Uhm! — disse Tommaso. — Libero! e chi lo 
é? Tu appartieni alla classe dei commendati. I tuoi 
vecchi erano boni homines, i quali, per custodire da 
ogni insidia di potenti il tranquillo possesso del loro 
lembo di terra, lo proffersero in podestà del signore, 
ne riconobbero da lui l'investitura e diventarono cen- 
suarii, come il primo quidam che da lui avesse ot¬ 
tenuto un poderetto a livello. La terra è serva’, e 
chi v' ha stanza, del pari. Non c' è modo di uscirne ; 



— 56 — 

qui Taria rende servi coloro che la respirano. Com¬ 
mendati, ligii, o censuarii (chiamali con quel nome 
che vorrai) e* son tutti soggetti a prestazioni * a tri¬ 
buti, e non hanno un'ora di bene. Una volta e’ sono 
richiesti di riparare le fortificazioni del castello; un’al¬ 
tra volta di battere il grano e di trasportare il vino 
del padrone; un’altra sono chiamati per la guardia 
notturna; un’altra ancora per ferrare i cavalli. Un dì 
si paga censo di grani, di farina, di miele, di vino; 
un altro di capponi, un altro di pane, carni e pro¬ 
sciutti. Ottieni un’esenzione? Paghi. Un diritto di pa¬ 
scolo? Paghi. Un diritto di pesca? Paghi. Dimori in 
una borgata e ci capita il marchese colla sua masnada? 
Devi dargli l’alloggio e fargli la spesa, uno o più 
giorni dcll’anno, o pagarne in moneta il riscatto. Il 
marchese marita sua figlia? C’è taglia sopra i vas¬ 
salli. È preso in guerra ? C’è taglia. Arma cavaliere 
il figliuolo, o cavalca fuori del marchesato? Taglia, 
sempre taglia. A te muore il padre? Paghi, per po¬ 
tergli succedere. Ti ammogli? Devi fare al marchese 
un presente, perchè consenta alle nozze, e riscattarti 
con una somma non lieve da un certo diritto fasti¬ 
dioso, ch’egli ha, di levar le primizie. — 

Qui il Sangonetto si fermò per pigliar fiato e per 
vedere che senso facevano le sue argomentazioni sul 
suo malinconico sozio. Ma Giacomo Pico, o non gli 
desse retta, o non credesse di doverlo contraddire, 
taceva. E allora Tommaso, con quéll’aria di trionfo 
che già s’ è notata, proseguì T invettiva. 

— Questo è il caso nostro; eccoti la sorte serbata 
a noi, Ioni homines , uomini liberi, sotto la signoria 
dei nobili discendenti di Aleramo. Non entro in tutte 



— 57 — 

le miserie, a gran pezza più gravi, dei servi della 
gleba e delle mani morte, taglieggiabili a misericor¬ 
dia, cioè, a dire, fin dove piace ai nostri magnifici 
signori di aggravare il summum jus del loro talento. 
E servi, come siamo, tenteremmo di pareggiarci ai 
nostri padroni, di entrare, puta caso, in parentado 
con essi? Alla men trista, se siamo giovani, di bel¬ 
l’aspetto e di buona voglia, possiamo riuscire donzelli, 
o scudieri, meritarci le grazie segrete d’ una annoiata 
castellana e le segrete prigioni e i trabocchelli d’ un 
castellano rabbioso. Ora, io non son bello, nè giovane, 
e non ho voglia di mettermi in questi ginepreti. 11 
mio esempio t’insegni ; la mia filosofìa ti persuada, o 
Giacomo Pico, e ti basti l’essere meglio accetto di 
me, ma sempre come soggetto, ai signori del luogo. A 
noi tocca di obbedire, e gran mercè se si può farlo 
men che si può. I nostri diritti di signori esercitia¬ 
moli sui casolari; non c’impuntiamo a voler l’impos¬ 
sibile. Di belle ragazze, e meglio in apparenza che non 
sia la giovine castellana, è pieno il Finaro. Vedi, a 
me piace due cotanti di più la Gilda, la nipote di ma¬ 
stro Bernardo; e se non fosse che le buone grazie di 
madonna Bannina e della sua smancerosa figliuola 
l’hanno fatta montare in superbia.... 

— Anche su quella avevi posto gli occhi ? — di¬ 
mandò Giacomo Pico, meravigliato di tanta facilità 
amatoria del suo faceto compagno. 

— Sicuro ; e perchè no ? — disse a lui di rimando 
il Sangonetto, — Sono uomo libero in ciò, e dove mi 
vien- fatto darla ad intendere, pianto a dirittura le 
insegne. 

— Sta bene; notò Giacomo Pico, stringendosi nelle 



— 58 — 

spalle; — ma se madonna Binnina avesse mai fumo 
de' tuoi disegni_ che certo non saranno fior d’in¬ 

nocenza.... 

— Oh,potresti giurarlo, noi sono; — interruppe Tom¬ 
maso, ridendo sgangheratamente. — E perciò, vedi, mi 
tengo alla larga. Il castello mi dà noia, e i begli oc¬ 
chi della Gilda non mi faranno mai perdere la tra¬ 
montana; la selvaggina mi piace, e se la mi capita a 
tiro d'archibugio, povera a lei, le scatto un colpo; se 
no, no. Che diamine! Non amo le frustate, io; e quei 
di lassù sarebbero capaci di farmi pigliar la misura 
delle spalle. Questo, io lo intendo, ti parrà un ra¬ 
gionar da filosofo; ma, mio caro, per un'ora di sol¬ 
lazzo non ó da comperarsi un monte di guai. Si ha 
una vita sola, a questo mondo; perché farla arran¬ 
golata e tapina? Io non vo’grattacapi. Pur troppo ne 
avremo, e non cercati da noi. Che te ne pare di que¬ 
sta burrasca che è in aria? Non è forse ella il colpo 
di grazia? Ed anche questa ci bisognerà parare; ma 
alla croce di Dio, non vo'pigliarmi fastidi oltre il bisogno. 

— Che dici tu mai ? — esclamò il Bardineto, con 
un accento da cui trasparivano ló stupore e lo sdegno. 
— Si combatte per casa nostra. 

— Ah sì, casa nostra ! — replicò sogghignando quel- 
T altro. — Casa dei Carretti, vuoi dire ! Bada a me, 
Giacomo Pico; noi siamo quei leoni aggiogati che ci 
ha sulla insegnali marchese. Si rode il freno d'ac¬ 
ciaio, e, spinte o sponte, si tira il carro simbolico, lo 
scudo e l’elmo coronato dei nostri amati signori. Que¬ 
sta è la nostra sorte, e non vedo che possa farsi mi¬ 
gliore. Da un pezzo io la vengo rimuginando, questa 
bellissima sorte, e la paragono a quella di Noli o di 



— 59 — 

Savona, città vicine, città marinare, che un tempo ro¬ 
devano il freno come noi, tiravano il carro simbolico 
come noi, e più avvedute, più audaci e per conseguenza 
più fortunate di noi, hanno rotto il freno, e piantato 
il carro in mezzo alla strada. Son liberi, i nostri com¬ 
pagni di servitù; fanno essi le leggi loro, provvedono 
di per sé ai loro bisogni; soli noi la duriamo con que¬ 
sto ignobil giogo sul collo. E sia pure, dacché non si 
ardisce di scuoterlo ; ma perchè ci scalderemmo il san¬ 
gue? perchè ci metteremmo noi ad ogni sbaraglio, per 
chi ci vuol servi? perché faremmo nostri i suoi litigi 
con questo quello de'suoi particolari nemici? — 

J1 Bardineto era stato ad udirlo con molta atten¬ 
zione. E come Tommaso ebbe finito, così prese a ri¬ 
spondergli : 

— Sai che t’ ho a diro ? 

— Di’ su 1 

— Che quando si pensa come tu pensi, e* bisogna 
far altro da quel che tu fai. La si rompe col suo si¬ 
gnore e si muove a tumulto il popolo contro di lui; 
ma non si aspetta che egli abbia guerra con altri, per 
venir meno al debito di vassalli verso di lui, di citta¬ 
dini verso la patria. 

— Gli è questo un sentire nobilmente, — replicò il 
Sangonetto con piglio sarcastico, — e il tuo signore e 
nimico te ne ricambia a misura di carbone, facendoti 
trar calci airaria, penzoloni dai merli della torre più 
alta del suo castello, che tu non hai potuto pigliare 
d'assalto. La non m'entra, sai, la non m'entra, questa 
tua nobilissima temerità, e preferisco il mio prudente 
consiglio. Di nulla io mi tengo debitore ai nostri pa¬ 
droni; taglia e prestazione, tributo di borsa e tributo 



— 60 - 

di persona, tutto io pago per forza, e il meno che mi 
vicn fatto. Anch'io, vedi, sono stato al pari di te alle 
imprese di guerra; ma in quella che tu , cavaliere 
audacissimo, facevi prodezze e menavi strage éntro 
le file di Baldazzo, io, bandieraio della salmerìa, ser¬ 
bavo la pancia pe’fichi. Brutta cosa, dirai. Ma tu, che 
ci hai guadagnato a fare il paladino, e correre il ri¬ 
schio d'un verrettone nel cuore, o d’una mazzata sul 
capo ? 

— Oh, fosse venuta allora! — sciamò il Bardineto 
chinando gli occhi a terra e mettendo un sospiro. 

— Àffediddio, non ci mancherebbe altro che aver 
dato la vita a chi te la stima sì poco! E invero, per¬ 
chè dici tu questo ? Perché ti hanno pagato di quella 
buona moneta che sai. La fiducia del marchese ! Gra¬ 
zie infinite ; che è dessa ? Leviamo la buccia , e con¬ 
sideriamola ignuda. T hanno sperimentato di buona 
pasta, ti adoprano, ti spendono in ogni loro bisogno, 
come si spende un castaido, un procuratore, un ser. 
faccenda, un ceccosuda. Tu se’ un arnese del castello. 
Giovi ? ti si leva dal dimenticatoio. Non giovi più ? ti 
si mette in disparte. È questo il tuo stato; non spe¬ 
rare di più. Ma tu sei uomo, hai occhi per vedere, 
cuore per desiderare, servigi da metter fuori, a fon¬ 
damento delle tue ambizioni. Orbene, la è finita per 
te. Ami la figlia del tuo signore; chi non se n'era 
avveduto? e chi, guardando alla sostanza, non t'a¬ 
vrebbe riputato un buon partito? Tu fedel servitore 
della casa, tu valoroso cavaliere, tu messaggiero ac¬ 
corto e sicuro, tu anima d'ogni più malagevole im¬ 
presa, che non dovevi riprometterti, in ricompensa 
dell’opera tue? Ma no; tu eri e resti un vassallo 



— 61 — 

e la donna che desideri, che credi di aver meritato, 
te la ruba il primo venuto, perché gli è nobile e si¬ 
gnor di castella. 

— Ah, tu sai?.... 

— Certamente ; un Cascherano, conte di Osasco, 
che è un borgo di .là da Torino. Questo matrimonio 
è una sorta di rifugio, e il marchese Galeotto, alla 
disperata, l'ha scelto. Poteva dare la figliuola ad uno 
di questi Adorni, che, cacciati da Genova, sonò ve¬ 
nuti ad appoggiar la labarda da noi e a congiurare 
contro la patria # loro. Ma questo era il peggio dei 
peggi. L'ha negata a un Fregoso, che é doge, ma che 
potrebbe essere rovesciato da oggi a domani ; non po¬ 
teva pensare a un Adorno, che, anco tornando in alto 
posdimani, potrebbe dar la capata a sua volta. Quella 
è gente instabile e non c’è da far conto sovr'essa; 
meglio un nobile di là dai monti, che ha meno gran¬ 
dezza di nome e più sicurezza di stato. E ad un di 
costoro, che niuno sapeva chi fosse, si sacrifica il va¬ 
lore, la divozione , 1' amore infinito di Giacomo Pico. 
Donde tu devi vedere che sorte di virtù siano que¬ 
ste tue, e come ben collocate ! 

— Ah, io ne morrò 1 — prorruppe il Bardineto, 
cacciandosi a furia le mani nei capegli* 

— E dàlli, — soggiunse Tommaso. — 0 non ci hai 
proprio nient'altro da fare? Ma sai che mi faresti 
uscire dai gangheri ? Infine , che cosa desideri ? per 
che cosa ti arrovelli? Per una donna che ti piace. 
Orbene, da Adamo in poi ciò è capitato a più d'uno, 
e non so che alcuno abbia perso il lume degli occhi, 
prima di averne l'intiero. Pensaci un tratto; o le 
piaci tu pure, o non lo piaci. Se non le vai a genio, 



— 62 — 

ci hai il tuo conto saldato; puoi mandarla a quel 
paese, o aspettarla al varco e far vendetta allegra ; ad 
ogni modo, egli non c’è da desiderarsi la morte per 
una donna che non ti abbada. Se in quella vece la ti 
vede di buon occhio, aspetta, perdiana; il tuo giorno 
verrà. 0 che credi, perchè la diventa contessa d’O- 
sasco, t'abbia a fare il viso dell’arme? Il non esser 
buono per marito, non vuol già dire.... che anzi !.... 
In questi casi, un rifiuto io l’avrei per grazia profu¬ 
mata. La donna, amico mio, è una gran bella cosa e 
ci ha i suoi dolci momenti, che la ^netteresti sopra 
ogni altra delizia del mondo; ma guai a chi l’avesse 
sospesa al braccio tutte le ventiquattr’oredel giorno; 
e’ ci sarebbe da pregarsi il fistolo! Or dunque, Gia¬ 
como Pico, sta di buon animo, e non ti lasciar sco¬ 
lorire le ultime rose sul volto, che non abbia a pa¬ 
rer meglio di te il Cascherano, quando verrà a fare 
il mogliazzo. 

— È già venuto; — mugghiò il Bardineto. 

— Ah , ah 1 non si perde tempo ? E sia pure e ci 
resti, in sua malora ! Tu non mi fare il poeta ; che sa¬ 
resti ridicolo, e chi fa ridere ha perso la causa. Ti 
piace la donna ! tienti sull’ orma e aspetta il buon 
punto. Chi sa ? Non t’eri accorto, e forse la tua stella 
è già apparsa sull’orizzonte. Ma sopratutto, bada, non 
ti guastare il sangue, non pigliar nulla a scesa di te¬ 
sta ; è l’essenziale. A proposito di scesa, o che, si sta 
qui fino a notte ? Io ho fame, e tu non devi rimanere 
quassù, a far l'uomo sai valico. Si scende, dunque? 

— No , Tommaso ; non per di qua ! — disse Gia¬ 
como Pico, torcendo gli occhi in atto supplichevole. 

— No ? Orbene, come ti pare. Largo ai canti e 
scendiamo alla Marina. — 




— 63 — 

Ciò detto, e per mandare i fatti di costa alla pa¬ 
role, il Sangonetto, che già s’era alzato da sedere, diè 
di piglio al suo archibugio e se lo gittò in spalla; 
con un colpo della palma distesa si acciaccò la ber¬ 
retta sul capo e, per uno di que' sentieruoli che ser¬ 
peggiavano lunghesso i fianchi della montagna, s’av¬ 
viò alla discesa. 

Giacomo Pico si mosse dietro di lui, non rasse¬ 
gnato affatto, nè affatto sconsolato , bensì pieno di 
maltalento contro di sè, contro di tutti, pronto ad 
affogare la sua rabbia nel vino, come a sfogarla in 
una mareggiata di sangue. 

Accadeva al Bardineto ciò che spesso accade a molti 
infelici suoi pari, che la compagnia e i conforti d’un 
uomo volgare mutano indirizzo al loro tormento. Sia 
che un intimo senso li ritenga dal commettere un 
alto dolore in piena balìa di chi non é nato ad in¬ 
tenderlo, o sia che la medesima volgarità del com¬ 
pagno pigli il sopravvento sulla fibra umana (già, 
per istinto, volgare, e non mai delicata, nè nobile, se 
non per eccesso, che non è naturale nell’uomo), o sia 
finalmente che la vostra vanità messa al punto , s’i¬ 
nalberi e comandi agli atti nostri una apparenza di 
fortezza, egli è un fatto che il dolore, almeno fino a 
tanto che duri quella nuova maniera di contrasto, 
non pure fa le viste di cedere, ma veramente si scema, 
o si addome nel profondò dell’anima. Ripiglierà forse 
vigore, crescerà d'intensiono più tardi, troverà le oc¬ 
casioni a romper fuori, tanto più impetuoso, quanto 
più è rimasto compresso ed inerte; ma tace, frat¬ 
tanto, e qualche volta, fra mezzo alle cento cure sva¬ 
riate del vivere, agli aspetti diversi delle cose, ai ra- 



— 64 — 

gionari delle liete e noncuranti brigate, lascia libero 
il campo alle più discordi sensazioni, financo a quella 
che ci sforza di ridere. Cose che non si spieghereb¬ 
bero altrimenti, senza questa mobilità somma della 
umana natura. 

Del resto, ò anche vera un'altra cosa, ed accade 
agli animi deboli, che sono poi il maggior numero 
della figliuolanza di Adamo. Ci si apre con un gentile 
ascoltatore, con un virtuoso consigliere, e si piange 
e si é sconfortati, ed è nobile sfogo che ci eleva lo 
spirito ad altezze o non prima vedute, o non reputate 
accessibili airuomo. Si commettono i proprii dolori ad 
orecchio volgare ; da labbro volgare si aspettano i 
conforti e i consigli ; ma gli uni e gli altri ci affon¬ 
dano nel pantano dei sensi ingenerosi; crassi vapori 
c’ involgono e ci nascondono il sereno de’cieli ; il do¬ 
lore , fatto ira e bestemmia , bramosia di vendetta, 
di mal per male, non ci affina lo spirito, lo ingombra, 
lo acoicca, vi attossica le sacre fonti del bene. 

I due amici scsndevano, come si è detto, lungo la 
• costa del monte. Giacomo Pico era taciturno e grave ; 
ma tratto tratto scuoteva il capo e sbuffava a guisa 
di toro ferito. Il Sangonetto taceva del pari, e certo 
non facea bocca da ridere ; ma crii gli fosse stato 
dinanzi e lo avesse veduto a dondolare il capo e ad 
aggrinzare di tanto in tanto le labbra, avrebbe detto 
che il consolatore di Giacomo Pico se la rideva dentro 
di sè, di quel riso tacito e profondo che fa tanto buon 
sangue. Gongolava, il Sangonetto; e perchè? Perchè 
la era finita una volta, quella cuccagna del Bardineto; 
perchè gli era finalmente caduto, quel superbioso, che 
si struggeva di salire tant' alto ; perchè sprofondava 



— 65 — 

nella mota comune, quel sognatore, quel pazzo, che 
cavalcava così alteramente le nuvole. 

E non era crudele, il nostro Tommaso ; non odiava 
già il Bardineto ; che anzi lo amava, come poteva 
egli amare qualcuno, per consuetudine antica, e per¬ 
chè non gli era venuta mai occasione di scontro. Sì, 
certo, gli era parso qualche volta noioso, con quel 
suo starsene in dimestichezza coi grandi, così felice 
in apparenza tra le bellezze del castello Gavone, li¬ 
bero di profferire i suoi omaggi a madonna Bannina, 
bellezza matura, o a madonna jSicolosina, bellezza na¬ 
scente, o alla Gilda, bellezza di mezzo, ma più franca, 
secondo lui, e più attrattiva. Per altro, pensandoci su, 
il Bardineto non corteggiava la Gilda ; era cotto, per 
sua disgrazia, della giovine castellana ; gli era un uomo 
spacciato ; non era da invidiarsi poi troppo. Lo amava 
dunque, sì lo amava; ma ora,poi, dieci cotanti di più, 
sapendolo giù d'ogni speranza e d’ogni superbia. Donde 
quel giubilo interno , quel gongolo, che gli facea di¬ 
menare il capo e aggrinzare le labbra. Anima umana! 

In questi pensieri, i due. compagni, erano giunti ai 
piedi del monte, e, valicato il Pora su certi passatoi 
disposti a giuste distanze sul pelo dell’acqua corrente, 
entravano in una viottola, che risaliva verso levante, 
ad incontrare la strada maestra dalla Marina al Borgo. 
E pochi passi avevano fatti in quella stretta, allor¬ 
quando venne loro udito un calpestìo, insolito per 
que’ luoghi e in quell’ora. 

Giacomo Pico, che era stato il primo a notarlo, af¬ 
frettò il passo, stese la mano sul braccio del Sango- 
nctto, come per trattenerlo, e stette coll'orecchio teso 
in ascolto. 

& 


Barrili. Castel Cacone. 



— 66 — 

— Cavalli ! — soggiunse egli, rispondendo ad un 
gesto del compagno, che si era voltato stupefatto a 
guardarlo. 

— Cavalli, sicuro; — disse di rimando Tommaso; 
— e poi? 

— Non hai indovinato ? Son essi. 

— Essi? Pronome, e nient’altro; —ripigliò il San- 
gonetto ; — io non t'intendo. 

Giacomo Pico crollò le* spalle in atto d’impazienza. 

— 1 cavalieri di questa mane; — aggiunse egli po¬ 
scia ; — il conte d’Osasco e il suo amico, o famiglio 
che sia. 

— Ah, ah ! — sciamò il Sangonetto, mettendosi fi¬ 
nalmente sull’orma. — Buon viaggio a loro ! Ma ora 
che ci penso, e come vuoi che, giunti a mala pena, 
già se ne tornino via dal castello ? Il tratto, in fede 
mia, non sarebbe cortese. 

— Ma ! che ne so io ? — rispose Giacomo Pico. — 
D’una cosa son certo ; che sono costoro. Me lo dice 
il cuore.... — aggiunse con accento di profonda ama¬ 
rezza. — Seguimi; or ora vedrai. 

E senz’ altro aspettare si mosse con rapido passo 
alla svolta. Il Sangonetto fu pronto a seguirlo. 

Il cuore del Bardineto non si era ingannato. Erano 
proprio loro, raesser Pietro e il Picchiasodo, che ve¬ 
nivano di buon trotto per la strada maestra, con quel 
fare spigliato e contento di chi s'ó sciolto d’ogni mo¬ 
lestia e non ha più a darsi pensiero che di arrivare 
alla posta. 

A Giacomo Pico la vista dei più giovine dei due 
cavalieri diede una scossa fortissima al cuore. Era 
quegli il suo fortunato rivale, il suo nimico giurato. 



— 67 — 

E gli prese in quel punto una maledetta voglia di 
buttarsi ai pettorale del palafreno, di rovesciare il 
cavaliere e di finirlo d’un colpo. 

La via era stretta, e, per andar oltre, con quell’in¬ 
toppo dei due sopraggiunti, a messer Pietro convenne 
di spronare il cavallo e farsi innanzi da solo. 

' Il Bardineto lo divorava dogli occhi. Era bello, 
messer Pietro, ed ilare in volto ; due cose che lo ren¬ 
devano uggioso a qucU’altro.* 

Senza por mente all’effetto che cagionava la sua 
presenza, messer Pietro, cortese per consuetudine di 
gentiluomo e più ancora per la contentezza del mo¬ 
mento, nell’atto di cansarsi col suo palafreno dai due 
viandanti, fece un gesto a mo’ di saluto , che certo 
credeva gli fosse ricambiato in quel punto. 

Frattanto, Giacomo Pico, innanzi che il Sangonetto 
potesse indovinare le sue intenzioni e trattenerlo , si 
faceva in mezzo alla strada e, afferrando le redini del 
cavallo, salutava il suo avversario con queste parole : 

— Messer cavaliere, mi consentite voi pochi istanti 
di colloquio? — 



— 08 — 


CAPITOLO IV. 

Hel quale ai ved9 mesaer Pietro perdere la pazienza, il 

Sangonetto la ciarla, il Piochiaaodo l'ocoaaione, Giaoomo 

Pico il tempo e mastro Bernardo la sorima. 

AlFatto insolito e inaspettato, il primo pensiero di 
messcr Pietro fu di metter mano alla spada e di ca¬ 
stigar l'arrogante che ardiva afferrare le redini del. 
suo palafreno. 

Senonchè, a lui, come un giorno ad Achille, la sa¬ 
piente Minerva dovette susurrar qualche cosa nell’o¬ 
recchio. 0 piuttosto, senza andare a scomodare gli Dei 
dell’Olimpo, che dormono da mille cinquecent’ anni il 
gran sonno, é da credere che messer Pietro fosse di 
animo pronto a vedere per ogni lato le cose , come 
audace di mano ad operarle. E in quel punto egli 
certamente pensò che quei due sopraggiunti non erano 
assassini di strada, che alla più trista si era a nu¬ 
mero pari, e che, finalmente, in paese nuovo e ne¬ 
mico , la prudenza non era mai troppa, nè mai gli 
avrebbe nociuto un pochino di calma. Dopo tutto, che 
ne sapeva egli? Poteva anch’essere usanza patriarcale 
di quei popoli, di trattare con tanta dimestichezza la 
gente. 

E messer Pietro ristette , spianò le sopracciglia, 



che s'erano a tutta prima aggrondate ; fé* un gesto da 
fianco per chetare il Picchiasodo, che egli colla coda 
deU’occhio avea visto dare un sobbalzo in arcione e 
spronare avanti il cavallo ; quindi componendo le 
labbra ad un risolino tra cortese ed ironico, disse a 
Giacomo Pico: 

— Parlate, messere, quantunque non sia luogo nò 
momento da ciò ; son tutto orecchi ad udirvi. — 

Parlare ! era presto detto ; ma il farlo non era 
la più agevole impresa. Il Bardineto ci aveva bensì 
avuto la forza del primo impeto ; ma lì sui due piedi, 
senza aver meditata la possibilità d’una conversazione 
tranquilla, tirato in sul falso da quella urbana rispo¬ 
sta , non trovò più il filo. E balbettando un poco, e 
stizzito con aè medesimo di non averci pensato prima, 
uscì in questa dimanda : 

— Come va che tornate via còsi presto ? Il castello 
non ha avuto potere di trattenervi ? — 

Messer Pietro lo guardò stupefatto ; ma non uscì di 
misura. 

— Che dite mai ? — ripigliò, col medesimo accento 
di jjrima. — È luogo stupendo, il castello, e fo conto 
di tornarci prestissimo. 

— Ah ! — sciamò il Bardineto, fremendo di rabbia. 
— E quando si faranno le nozze? — 

Messer Pietro fu ad un pelo di uscire dai gangheri. 
Per altro, gli venne il sospetto di aver da fare con un 
pazzo, e si volse, con aria trasognata, al Picchiasodo. 
Il suo vecchio compagno rideva. 

— Messere, — disse il Picchiasodo, affrettandosi a 
commentare il suo riso, — la notizia si è sparsa, e 
non c’è più verso di tenerla celata. L’oste dell’Aitino 
ha cantato. — 



' — 70 — 

L'altro ricordò allora le supposizioni di mastro Ber¬ 
nardo, e un sorriso venne a sfiorargli le labbra; ma 
fu pronto a reprimerlo. Non era più un pazzo, bensì 
un insolente, colui che lo aveva fermato per via e lo 
interrogava in tal guisa. 

— Via, per l'andata, poteva correre; pel ritorno, 
non già ! — rispose egli, facendosi grave. 

Indi, rivolto a Giacomo Pico, gli parlò asciutta¬ 
mente così: 

— Messere, io fo nozze quando mi torna, e non dò 
ragguagli per via al primo che capita. 

— Avete fatto il conto senza di me! — soggiunse 
Giacomo Pico, digrignando i denti, e facendo l'atto di 
afferrare da capo le redini. 

— Giù quelle mani! — tuonò messer Pietro, in 
quella che facea dare indietro due passi al suo palafreno. 
— E spulezzami tosto, o eh'io lascio al mio cavallo di 
tritarti come paglia, villano! — 

Giacomo Pico, che il pronto inalberarsi del cavallo 
avea fatto desistere dal suo tentativo, si morse le 
labbra all'udire quelle superbe parole, ma non diede 
già indietro d' un passo. Incrociò in quella vece le 
braccia sul petto; rispose con una crollata di spalle 
al Sangonetto che gli raccomandava di non far ra¬ 
gazzate e di pigliare dal consiglio d' un nemico quel 
che c'era di buono; indi, misurando ad una ad una le 
frasi, che gli uscivan sibilando dalle labbra contratte, 
così rimbeccò il suo avversario : 

— Non son villano, e le opere mie, in attesa di 
altre prove, potranno chiarir vene largamente. Voi, a 
cavallo, messere, potete sbarattarci d'un salto e darvi 
alla fuga; lo vedo, e lo temo. Ma dove sarebbe al- 



— 71 — 

lora la differenza tra voi, conte di Osasco, e il più 
vile de’ vostri vassalli ? e quale rimarrebbe la vostra 
fama agli occhi della donna che amate? 

— Conte di Osasco ! — ripetè messer Pietro, vol¬ 
tandosi ai Picchiasodo. — Ah , mi ricordo ; — sog¬ 
giunse a bassa voce, — lo sono, a quel che pare , e 
non posso disdirmi. — 

Indi, rivolto il discorso a Giacomo Pico, gli chiese, 
con quel suo piglio sarcastico: 

— E chi sei tu? Forse il duca Namo di Baviera, 
tornato tra i vivi ? 0 forse Guerrino il Meschino, cer- 
cator d’avventure? 

— Rattenete la lingua, per utile vostro ! — replicò 
il Bardineto, impallidendo dallo sdegno. — Son tale 
che ha diritto sopra un tesoro, e non consentirà che 
altri glielo rubi. Son tale che desidera di vedere alla 
prova se la vostra spada è degna della vostra arro¬ 
ganza. 

— Per san Giorgio , gli è questo un audace lin¬ 
guaggio , — disse a lui di rimando quell’altro, — e 
per la pì*ima volta ch’io l’odo, mi piace. 

— Yi piaccia, o no, gli è il mio, e lo udrete più 
d’una volta al Finaro, se vi piglierà il ruzzo di tor¬ 
narci. 

— Per Dio, se ci tornerò ! Non foss’altro, per ve¬ 
dere di quanti palmi t’ avranno scavato profonda la 
fossa ! 

— Di ciò parleremo; — borbottò Giacomo Pico. — 
Vi piaccia intanto calarvi d’arcione. 

— Volentieri, se m’indicherete un luogo dove pos¬ 
siamo sbrigare i fatti nostri meglio che sulla strada 
maestra. 



— 72 — 

— Qui presso, mi greti della fiumana. 

— Ottimamente; insegnate la strada. — 

E così dicendo, messer Pietro, sempre ilare e dis¬ 
posto alla celia, spronò il cavallo per tener dietro a 
Giacopio Pico. Ma la faccenda non garbava punto al 
Picchiasodo, a cui era balenato un pensiero più vasto. 

— Non già! — entrò egli a dire sollecito. — Con 
vostra licenza, messer Pietro, padron mio colendis¬ 
sime , abborro 1’ acqua, e ricordo in buon punto che 
siamo lontani appena un cento di passi dall’ insegna 
dell’Aitino. Questi degni messeri lo sapranno benis¬ 
simo, che sono del paese; c’è buona l’accoglienza.... 

— E meglio il vino ! — rincalzò, chiudendo la 
frase, il Sangonetto. 

— Ah, bravo ! — ripigliò il Picchiasodo. — Veni¬ 
teci in aiuto anche voi, messere dell’archibugio. Siamo 
dunque intesi; si va a sbrigar la faccenda airAltino. 
L’aia è piana e lucente come uno specchio, e sul 
battuto c’è posto pel giuoco di quattro lame. Che ve 
ne pare? Voi certo avete pratica del luogo. Non ci 
si è abbastanza liberi in quattro ? — 

Tommaso Sangonetto lo guardò con aria melensa. 
La proposta di quel vecchio barbone, che ci avea un 
paio di spalle e un torace da fare alle forze con Er¬ 
cole, non gli andava a fagiuolo. Chinò la testa in atto 
di chi vuol dire e non dire ; ma dentro di sé fece 
atto di contrizione per la sua lingua, che era stata 
un po’troppo latina. 

— Andiamo dunque laggiù ! — disse il Bardineto* 
avviandosi primo. 

I due cavalieri incontanente lo seguirono. Tommaso, 
quantunque di mala voglia, si messe ai suo fianco. 



— 73 — 

— Ah, Giacomo I Giacomo ! — gli andava intanto 
bisbigliando all’ orecchio. — L' hai fatta grossa ! 

— Che ! — rispose il Bardineto, crollando super* 
bamente le spalle. — Mi sfogo, perdio 1 

— Ma pensa al poi, te ne prego ! E che dirà il 
marchese, quando verrà a risaperlo? 

— Dirà.... dirà quel che gli parrà meglio di dire. 
Già, sentimi,Tommaso; o morto io, o morto quest’al- 
tro, s’é sciolto finalmente ogni nodo. 

— Uhm ! Mi pare che tu ne aggiunga, di nodi ; o 
guai se vengono al pettine. 

— Vattene, allora ! —• ripiccò spazientito il Bar- 
dinetto. 

— Ma.... lasciarti così solo?... Un testimone ti sarà 
pur necessario ! — entrò a dire accortamente Tom¬ 
maso. 

— Un testimone ! E per che farne ? 

— Eh, quel che si fa d’ un testimone, perdiana ! Il 
testimone vede e può all* occorrenza far fede. Inoltre, 
la sua presenza può tenere in soggezione gli avver- 
sarii. Capisco che non s’ha da appiccar zuffa in quat¬ 
tro, essendo voi due soli alle prese, e che io, pure 
volendo, non lo potrei, per non tirarmi addosso lo 
sdegno del castello, a cui non sono in grazia, come 
tu sai; ma infine, un amico presente.... 

— Capisco anch’io; non dirmene altro! — inter* 
ruppe il Bardineto, che vedeva l’amico inteso a fer¬ 
mar chiaramente i patti della sua accompagnatura 
all’Aitino. — Io non ho bisogno d’aiuto; la qui- 
stione è mia, tutta mia; tu non c’entri. E adesso, se 
ti piace venir testimone allo scontro, fa come t'ag¬ 
grada; io non ci ho nulla a vedere. — 



— 74 — 

Il Sangonetto chinò la testa, in atto di chi si ras¬ 
segna, suo malgrado, ai voleri d'un amico. E col cuor 
più tranquillo, e per conseguenza col passo più spe¬ 
dito di prima, si fece innanzi alla comitiva. 

In quelle chiacchiere, erano giunti presso airAltino. 
Lo scalpitar dei cavalli avea fatto correre il ragazzo 
dell' osteria sull’ uscio di strada. 

— Padrone! ohè, padrone! — aveva egli gridato. 
— Presto, fatevi innanzi ; son qua di ritorno i gen¬ 
tiluomini di questa mattina. 

— Che dia voi dici? — esclamò mastro Bernardo, 
uscendo sull’ aia. — 0 che ci verrebbero a fare ? 

— Eh , che so io ? — disse il Maso, impenitente 
nella sua celia. — Forse ad assaggiare quel vinello 
fiorito.... 

— Zitto là, mascalzone ! Oh, magnifici messeri.... — 

Come è facile argomentare da questo trapasso del-. 

Poste, entravano allora Giacomo Pico e Tommaso San¬ 
gonetto a piedi, lasciando scorgere dietro di loro mes- 
ser Pietro e il Picchiasodo a cavallo. 

Mastro Bernardo, confuso e giubilante ad un tempo 
di quella nuova e non più sperata ventura, corse sol¬ 
lecito per tenere le redini a messer Pietro, che fu 
pronto ugualmente a balzar giù di sella. 

— Che buon vento, messeri.... — andava dicendo 
frattanto 1* ostiere ; — e come va che io sono ono¬ 
rato.... 

— Mastro Bernardo, — gridò il Picchiasodo, tron¬ 
candogli i suoi complimenti a mezzo, — non lo sai 
tu P adagio : chi n' assaggia ci torna ? A te, ragazzo ; 
tieni i cavalli. 

— Ve li metto al coperto? disse il Maso, piglian¬ 
doli per le briglie. 



— 75 — 

— No, no, tirati là in fondo, ed aspetta. 

Il ragazzo afferrò le briglie e, superbo di prestare 
i suoi servigi a così nobili bestie, menò i cavalli in 
fondo dell'aia. 

— Che fortuna per l’osteria delimitino! — ripi¬ 
gliò mastro Bernardo, che non aveva posto mente 
alle ultime parole del Piccliiasodo, profferite a voce 
più bassa. — E dite, magnifici messeri; poiché il nu¬ 
mero é cresciuto, s’ ha egli da metter due polli allo 
spiedo ? 

— Ab, ci vuol altro che spiedo! Or ora vedrai; — 
gridò il Picchiasbdo con aria beffarda. — Per un 
bicchiere di vino, intanto, non si dice di no. Almeno.... 
— soggiunse dopo essersi guardato dattorno e aver 
veduto le facce rannuvolate de’ suoi compagni, — io 
Io bevo, e posso fare anche la parte degli altri. 

— Vado subito; — disse l’ostiere; — e sarà di 
quel tale, ve lo prometto. 

— Sta bene, e non mi tradire! — aggiunse burle¬ 
scamente il Picchiasodo. — Porta il fiasco incignato, 
che già sappiamo che cos’ è, e non avrà avuto tempo 
a pigliare lo spunto. — 

Mastro Bernardo , tutto nella sua beva, entrò in 
casa, senza aver capito nulla di quell’ improvviso ri¬ 
torno, nè pigliato sospetto dalla presenza del Bardineto, 
che due ore innanzi era andato via così in furia. 

Più accorto di lui a gran pezza, il Maso aveva odo¬ 
rato l’aria, e aspettandosi qualcosa di grosso, stava 
là rincantucciato in mezzo ai cavalli, con tanto d'oc¬ 
chi a guardare la scena. 

— Or dunque, a noi! — sciamò raesser Pietro, poi¬ 
ché i quattro arrivati furono soli sull’aia. 



— 76 — 

K così dicendo, si tolse di dosso la sua cappa di 
scarlatto verde, foderata di vaio, e la gittò sulla sella 
del suo palafreno. 

Giacomo Pico, a sua volta, si tolse la cappa di bi¬ 
gello, e rimase, come il suo avversario, in farsetto. 

E già erano, per tacito accordo, intesi a pigliar 
campo e metter mano alle spade, allorquando il Pic- 
chiasodo entrò a dire la sua. 

— Un momento, messeri, di grazia! — 

I due avversarii si fermarono a tempo, e stettero 
guardando il vecchio soldato, aspettando che volesse 
parlare. 

Ma il Picchiasodo non aveva da fare un lungo di¬ 
scorso. 

— Come si combatte ? — dimandò egli brevemente, 
ma con un certo sussiego. 

— O come? — ripicco messer Pietro. — Che no¬ 
vità è questa tua? Si combatte con questa, e chi ne 
assaggia un palmo rimane sul- terreno. 

— Un palmo 1 grazie tante! — mormorò il Sango- 
netto tra sé. 

— Certo, — proseguiva messer Pietro, — se fos¬ 
simo in campo chiuso, con giudici^ testimoni, il vin¬ 
citore avrebbe le spoglie, e si potrebbe anco stabilire 
il riscatto del vinto; Ma qui non siamo nel caso; ci 
si ricambia quattro colpi alla svelta e chi l’ha tocche 
son sue. 

— Così l’intendo ancor io, con vostra licenza, mes¬ 
ser Pietro, — replicò il Picchiasodo. — Ma scusate, 
io volevo domandare se di questo sollazzo non ce n’ha 
ad esser per tutti. In quattro ci siamo incontrati; ora, 
dico io, in quattro si avrebbe a combattere. — 

II Sangonetto fece a quelle parole una smorfia. 



— 77 — 

— Infine! — proseguì il Picchiasodo, con quel suo 
piglio tra rispettoso e faceto. — Non mi par bella 
che due se la godano e gli altri due debbano stare 
a vedere. Voi, messer Pietro.... signor conte degnis¬ 
simo, ve la farete con chi vi ha provocato, e sta bene; 
ma noi, noi due, seguaci delle parti in contesa, per 
che altro ci troveremmo qui, a fare il paio, se non per 
seguire l’esempio? — 

Messer Pietro si strinse nelle spalle e crollò il 
capo in atto di dire: accomodatevi, io non ci vedo al¬ 
cun male. 

— Animo dunque; a voi, messere dell’ archibugio , 
— disse il vecchio soldato, volgendosi a Tommaso 
Sangonetto ; — dite la vostra opinione. 

— Io?... Ali!... — rispose questi confuso, come se 
cascasse dalle nuvole. — Eh, certo, sarebbe una bella 
pensata! Ma ecco, per incrociare le spade, ci vorrebbe 
un quid... la causa agendi .... 

— Che diamine m’andato voi latinando? — gridò il 
Picchiasodo imbizzarrito. — Sareste voi chierico, per 
avventura? 

— Eh! un pochino; — rispose quell’altro, facendo 
bocca da ridere, ma senza averne gran voglia. — Ilo 
scombiccherato qualche foglio di carta presso un no¬ 
taio, e mi capirete.... 

— Sì, capisco alla prima che ci avete inchiostro per 
sangue, dentro le vene. 

— Oh, mi meraviglio !... — sciamò il Sangonetto; 
rizzando la testa, 

— Orbene, vediamo dunque che cos’é; fuori lo 
spiedo! — 

E così dicendo il Picchiasodo trasse la spada dal 
fodero. 



— 78 *— 

— Fuori, e sia; fuori dunque! — ripetè il Sango- 
netto, che già più sapeva a qual santo votarsi. 

E messe mano al suo coltellaccio. Ma qui per for¬ 
tuna gli venne trovata la gretola. 

— Ecco il mio spiedo! — diss’egli, con aria di 
trionfo. — Voi ci avete la spada d’Orlando, e vi fa 
comodo di metterla fuori; io, colto alla sprovveduta, 
non ci ho che un coltello da caccia; vedete! — 

11-Picchiasodo rimase lì grullo per un istante a 
guardarlo. Ma egli non era uomo da smarrirsi per 
così poco, e trovò subito uno spediento da rimediare 
allo sconcio. 

— Oh, non importa! — rispose. — Date a me il 
coltello ; io cedo a voi la spada d'Orlando. 

— Ma.... — balbettò il Sangonetto. — Non ci sa¬ 
rebbe generosità.... 

— Eh via 1 Non temete ; con quel coltellaccio tra 
mani io mi riprometto di tagliarvi la punta del naso 
che avete rossa e lucente come una ciliegia mar¬ 
chiana. .■— 

Fu questo per Tommaso Sangonetto il caso di ve¬ 
dersi perduto. Con quel diavolo d’uomo non la si po- 
tea vincere nè impattare. 

Buon per lui che messer Pietro gli venne in aiuto. 

— Anseimo! — diss’egli severo. — Lascialo stare; 
non c’è bisogno di combattere in quattro, dove la 
lite è soltanto tra due. 

— Già, diteglielo voi, messere; — ripigliò il San¬ 
gonetto, ritornando da morte a vita. — Che bisogno 
c’è ? Se ci fosse una ruggine tra noi, non direi di no... 
si potrebbe anche vederlo, questo taglio del naso. Ma 
la ruggine non c’è, come non c’è la ciliega, con vo- 



— 79 — 

stra licenza. Del resto, siamo sacri alla patria. Se fo¬ 
ste un nemico.... un genovese.... 

— Ah! con quelli là ti sentiresti proprio di com¬ 
battere? — domandò il Picchiasodo ,. con piglio sar¬ 
castico. 

— Ma, sicuramente ! — rispose il Sangonetto, fa¬ 
cendo l’uomo a sua posta. 

— Ci ho gusto, perbacco! — disse a lui di rimando 
il vecchio soldato. — Ilan da tremare, povera gente, 
quando ti vedranno in prima fila, colla tua cerbot¬ 
tana da pàsseri! — 

Volea replicare, il prode Sangonetto; masi, a farne 
la prova ! Quel maledetto vecchio lo guardava con 
certi occhi da spiritato! 

Così perdette la ciarla Tommaso Sangonetto, come 
il Picchiasodo avea perso Toccasione di misurarsi con 
lui. Frattanto i due avversarii, che già stavano colle 
spade sguainate, si fecero in mezzo dell’aia, pronti a 
impegnare il combattimento. 

Giacomo Pico ne aveva una voglia spasimata. Cosi 
almeno mostravano gli atti impazienti e le contrazioni 
del volto. Messer Pietro era a gran pezza più calmo, 
e la faccia atteggiata al sorriso dinotava, non pure il 
disprezzo del percolo, ma eziandio la cerfezza della 
vittoria. E la pugna in sé stessa e l’occasione don- 
d’era venuta, parevano cosa da scherzo per lui. Certo il 
valentuomo s’era trovato più volte a simili scontri, 
fors’ anco a più gravi, e quello doveva parergli la cosa 
più naturale del mondo. 

Incrociarono le spade. Ma era scritto lassù che il 
combattimento non dovesse aver principio così presto. 

Un grido li rattenne in quel punto e li costrinse 



— 80 — 

a smettere. Era mastro Bernardo che compariva sul¬ 
l’uscio di casa, coi vassoio de’bicchieri in una mano 
e col suo fiasco prezioso nell’altra. Mai fiasco o bic¬ 
chieri furono raccomandati a più trepide mani, e ben 
se ne avvide il Picchiasodo, che, voltatosi a quel grido 
improvviso, fu sollecito a sostenere que'dolcissimi 
pesi. 

— Per amor del cielo, messeri, che vuol dir ciò? 
— chiese l’ostiere, con voce tremebonda. 

— Animo, via, mastro Bernardo! — entrò a dir¬ 
gli il Picchiasodo, con quel suo piglio burlesco. — 
Non si sforacchiano mica le tue botti, nè la tua pan¬ 
cia, perbacco ! 

— Oh, Gesummaria! che cos’ó stato? Ah capisco, 
ora! — soggiunse il povero oste, ricordandosi. — 
Messer Giacomino.... Ah, maledetta lingua! Ma spero 
che non andrete più oltre.... Nella mia osteria!... E 
che dirà il magnifico marchese quando saprà che avete 
fatto uno sfregio a suo genero.... al magnifico signor 
conte di Cascherano.... a un gentiluomo di quella fatta? 
Nobilissimo signore, per carità, non date retta alle 
offese di quel giovinastro. È un matto, credetelo..,, e 
ai matti non si presta orecchio. — 

E intanto che cosi parlava a frasi spezzate, come 
voleva lo stato dell’animo suo, mastro Bernardo, aiu¬ 
tato e costretto dui Picchiasodo, gli veniva mescendo 
il vino nel bicchiere. 

Giacomo Pico a cui rinfiammavano lo sdegno le al¬ 
lusioni matrimoniali dell'oste, perdette a dirittura la 
pazienza al sentirsi dare di giovinastro e di matte. 

— Taci là, vecchio rimbambito! — gli disse, schiz¬ 
zando rabbia dagli occhi. 



— 81 — 

— Rimbambito a me? Sciocco presuntuoso.... villan 
rifatto.... serpicina riscaldata, per amor di Dio, dai 
nostri signori... 

— Ohè, dico, mastro Bernardo, non mi spanderò il 
vino ; e* sarebbe peccato mortale ! — gridò il Picchia- 
sodo, affannandosi a rimettere in equilibrio il vassoio, 
che andava di qua e di là, secondo i movimenti im¬ 
petuosi del vecchio stizzito. 

— .... E v* hanno tirato su , — proseguiva mastro 
Bernardo , montando in furore, — vi hanno rimpan¬ 
nucciato, messo all'onore del mondo, perchè vi cre¬ 
scesse la superbia fino al punto di.... Ma vedete un 
po' l'ambizione ! Credersi degno di sposare la figlia del 
marchese!... Un vassallo!... un servitore! Andate là, 
messer Giacomino; io sarò un vecchio rimbambito, 
ma voi.... 

Messer Pietro gli troncò il filo dell’ invettiva. Ed 
era tempo; chè Giacomo Pico faceva già l'atto di 
correre colla spada addosso all’ostiere. 

— Orsù, smetti, alla croce di Dio, — gridò messer 
Pietro, — e lasciaci aggiustare lo nostre faccende 
come ci aggrada. — 

A quelle parole di messer Pietro, l'ostiere chinò la 
fronte raumiliato. 

— Magnifico signor conte.... — diss'egli; — voi 
lo volete; obbedisco. Quanto a voi.... — 

E qui mastro Bernardo, che avea rivolta l'apostrofe 
al Bardineto, fece un gesto di minaccia, che doveva 
mostrare a Giacomo Pico com'egli, mastro Bernardo, 
non fosse per menargli buona così presto la sua pazza 
sfuriata. 

Il Picchia8odo finì di chetarlo. 

Barrili. Castel Gacone. G 



— 82 — 

—■ Alla tua salute, degnissimo ostiere! Ma bevi an¬ 
ello tu; questo è contro la rabbia. 

— Alla salute del signor conte ! — rispose mastro Ber¬ 
nardo, alzando il bicchiere, che gli avea messo in mano 
il vecchio soldato. 

E bevve, per contentarlo, ma guardando tuttavia a 
squarciasacco il Bardineto, che più non si curava di 
lui, intento com’ era ad impegnare la zuffa. 

Giacomo Pico era agile e destro. Il furore ond* era 
tutto invasato gli raddoppiava le forze. La sua lunga 
spada milanese balenava in alto e ruotava, scendeva 
a rovina sulla spada dell’ avversario, si ritraeva ve¬ 
loce e tornava più veloce ancora all’assalto, cercando 
la via fino al petto di messer Pietro e non trovan¬ 
dola mai. Il suo nemico, immobile, sereno, quasi scher¬ 
zevole, lo teneva a bada con fine artifizio. I movi¬ 
menti del suo ferro erano cosi scarsi e misurati ad 
un tempo , da lasciar credere ad uno spettatore in¬ 
esperto che egli non facesse davvero. Per fermo, tanta 
ora la sicurezza dell’ occhio e tanta la perizia della 
mano, che l’una e l’altra consentivano a messer Pietro 
di baloccarsi un tratto con quella furia del suo av¬ 
versario. Opponeva ai colpi il forte della lama; met¬ 
teva a quell* altro di continuo la punta della spada 
sugli occhi, e non profittava mai del suo evidente 
vantaggio. 

Il Sangonetto sudava freddo, si faceva piccin pic¬ 
cino, e di tanto in tanto socchiudeva gli occhi, quasi 
per non vedere la botta che doveva passare fuor fuori 
il suo malcapitato compagno. 

In quella vece il Picchiasodo rideva. Egli conosceva 
il giuoco del suo signore come il fondo del suo bor- 



— $3 — 

sellino in fin di mese, e quel suo riso tra beffardo e 
benevolo diceva chiaramente a tutti gli astanti : aspet¬ 
tate , or ora vedrete ; il buono ha ancor da venire. 
Frattanto, per non rimetter nulla de’ suoi godimenti, 
venia centellando il suo bicchiere di malvasia , e at¬ 
traverso alla sottil parete di vetro i suoi occhi si 
godevano, anzi meglio, si succiavano quella scena de¬ 
liziosa, che facea sudar freddo il Sangonetto e tremar 
le gambe e battere i denti a mastro Bernardo. 

— Poveri a noi ! — gli andava dicendo V ostiere. 
— Che ne dirà il marchese ? 

— Che vuoi ci abbia egli a ridire? — soggiunse il 
Picchiasodo. — La ragazza, piuttosto , se ama quel 
tuo bell*arnese; poiché egli mi pare un uomo spac¬ 
ciato. 

— Ah, messere, c potreste crederlo? Madonna Ni- 
colosina?... Nemraen per sogno! Se ella avesse pen¬ 
sato mai a quel pazzo da catena, io, non fo per dire, 
avrei a saperne qualcosa. Mia moglie ò zia della Gil¬ 
da.... e per la Gilda non ci sono segreti. Vi giuro, 
messere, e voi ci potreste mettere la mano sul fuoco, 
che la fanciulla pensa a messer Giacomino, com’ io a 
farmi frate, e le 3 on tutte fìsime che s’ ò messe in 
capo costui. 

— Tu mi consoli; — rispose gravemente il Pic¬ 
chiasodo; — perchè infine, dico io, quando si prende 
moglie, bisogna avere un occhio al cane e l’altro alla 
macchia. Menar donna non gli è mica come a fallar 
la strada, che c’è sempre il rimedio di tornarsene in¬ 
dietro ; una volta fatto il pateracchio , addio fave ! 
chi le ha, son sue. Or dunque tu credi che madonna 
Nicolina.... come la chiami ? 



- 84 — 

— Nicolosina, messere. 

— Tu credi adunque che madonna Nicolosina non 

10 veda di buon occhio? 

— Ma neanco per prossimo, starei per dire. Una 
savia e costumata fanciulla, che quel che vuole suo 
padre vuol lei ! E poi, come supporre che una don¬ 
nina a modo, e della sua levatura, si fosse invaghita 
di quel tanghero? 

— Eh, quanto a ciò, se ne son viste tante, e il' 
conte di Cascherano non sarebbe il primo.... Ma vedi 

11 tuo messer Giacomino, come s’è invelenito ! S’affanna 
per la gloria, il poverino ! E se, per caso, le busca.... 

— Chi le ha, son sue ! — sentenziò mastro Ber¬ 
nardo. 

— Ah, bravo, tu mi fai 1’ eco ! — ripigliò il Pic- 
chiasodo. — Ma guarda; le ha tocchi davvero e son 
sue, questa volta. — 

Queste ultime parole del vecchio soldato avranno 
detto al lettore che Giacomo Pico, dopo essersi lun¬ 
gamente e inutilmente affaticato per ferire il suo av¬ 
versario, toccava egli invece una botta. 

Si era adoperato per quattro, il povero Giacomo 
Pico; aveva messo T ingegno e le forze, la rabbia o 
l’amor proprio alla prova, e non era venuto a capo di 
nulla. [Messer Pietro, come si è detto, parava facil¬ 
mente, senza scomporsi, senza riscaldarsi il sangue, e r 
contento di mandar vani i colpi del Bardineto, non 
profittava del suo vantaggio su lui. Sorrideva, frat¬ 
tanto, sorrideva di continuo, come un vecchio scher¬ 
midore che avesse a sostenere gli assalti d* un bam¬ 
bino, o d’ un cieco. Ora, egli non ó dire come quello 
eterno sorriso tornasse molesto al Bardinato, che se 



— 85 — 

lo vedeva sempre sugli occhi, tra un guizzo e l'altro 
-delle spade cozzanti. E non poter giungerò fino a quel 
volto! e non poter mutare quel riso sarcastico in un 
ghigno di dolore! Venne un istante che egli, pur di 
■cessare quel riso, avrebbe amato una puntata nel cuore. 
Fu per dolersene ad alta voce ; ma gli parve viltà e 
si morse le labbra fino a dar sangue. Messer Pietro 
se ne avvide ed ebbe compassione di lui. Intendiamoci, 
no ebbe compassione a modo suo, chè tenero non era 
di cuore, e i tempi del resto non comportavano certo 
■delicatezze di nervi. A que’ tempi si dava il nome di 
misericordia ad una foggia di pugnale , e quello di 
grazia ad un certo colpo che finiva l’avversario. Così, 
-e non altrimenti, fu compassionevole il cuore di mes¬ 
cer Pietro, il quale, cessati gl’indugi, pigliò a sua volta 
V offesa, si serrò addosso al nemico, e, sviato un ma¬ 
ledetto fendente, che, giusta 1*intenzione del feritore, 
doveva spaccargli la testa, corse veloce con un so¬ 
prammano al costato di Giacomo Pico. Questi che 
troppo si era logorato le forze nei molteplici assalii, 
perdette il tempo, e giunse alla parata che già la punta 
nemica lo avea colto al sommo del petto. 

La spada aveva forato il farsetto di cordovano come 
fosse di tela, e tornando rapida indietro aveva aperto 
la via ad uno spruzzo di sangue. Balenò un tratto il 
ferito, agitò con moto convulso le braccia, e mug¬ 
ghiando ferocemente stramazzò sul battuto. 

Il Picchiasodo, com’era stato il primo ad avvedersi 
del colpo, così fu il primo ad accorrere verso il ferito. 

Egli da tergo e il Sangonetto da piedi, lo solleva¬ 
rono riguardosamente da terra e lo adagiarono sopra 
•una panca, che in fretta aveva tirato innanzi mastro 
Pernardo. 



— so — 

— Ah, povero il mio Giacomo! — sciamò il San-" 
nonetto, notando il pallore che di repente invadeva la 
fronte e le guancia del Bardineto. — Egli è morto! 

— Eh, non tanta fretta a cantargli il deprofundis! 
— gridò il Picchiasodo. — Scusate, veh, messere del¬ 
l’archibugio; io penso che voi non ne abbiate mai vi¬ 
sto, de'morti. 

— Sono stato alla guerra anch’io; — rispose il San- 
gonctto, mettendosi in gota contegna; — o la mia 
parte.... 

— Sia pure; — interruppe il Picchiasodo; — voi 
dunque capirete che, por sincerarsi della morte di un 
uomo, bisogna dargli la prova. Oliò, mastro Bernardo, 
qua il vino! 

— Kocolo , messere ! # — disse 1' oste * raccattando 
sollecitamente il fiasco e un bicchiere da terra. 

Il Picchiasodo prese il fiasco, e versò gravemente 
nel bicchiere quattro dita di malvasia. 

— Da bravo, a voi; — disse poscia al Sangonetto, che 
sorreggeva il ferito; — sollevatelo un pochino, e met¬ 
tetegli la mano sulla ferita, clic non versi altro san¬ 
gue; mastro Bernardo porterà un pannilino inzuppato 
d’acqua, d’aceto, di quel diavolo che vorrà. — 

L’ostiere corse dentro ad eseguire il comando. In¬ 
tanto il Sangonetto rialzava tra ld sue braccia l’amico, 
e guardava stupefatto il Picchiasodo, non intendendo 
che diamine volesse egli fare di quel vino. 

Il vecchio soldato lo levò subito di pena. Accostato 
il bicchiere alla faccia del Bardineto, gli messe l’orlo 
tra i denti e gliene fece andar giù una sorsata. 

— Guardate; questa è la prova del vino. La scuola 
antica porta così. Ippocrate , capitolo quarto ! Se * il 
morto beve, gli è segno che vive. — 



— 87 — 

Per dar ragione ad Ippocrate, o, per dir più vera¬ 
mente , al suo burlesco discepolo, che inventava di 
pianta, il ferito riaperse gli occhi e diede in un go¬ 
mito. 

— Ah, lo vedete ? — soggiunse il Picchiasodo, con 
aria di trionfo. — State di buon animo, messere del¬ 
l’archibugio. Levategli il farsetto ; chiudete per bene 
le labbra della ferita ; fasciatelo strettamente con que¬ 
sto pannilino ; date un altro bicchiere al medico (gra¬ 
zie , mastro Bernardo; questo lo bevo alla salute di 
tutta la brigata), e sarà accomodata ogni cosa. Ve¬ 
diamo un po’, giovinotto ; provatevi a respirare. — 

Giacomo Pico, a cui erano rivolte le ultime parole 
del vecchio soldato, trasse un respiro senza troppa 
fatica. 

— Lo dicevo io; non gli è nulla.... un buco che si 
stopperà facilmente! Io n’ho una mezza serqua se¬ 
minati sulla pelle, e fo conto di tirare innanzi del¬ 
l’altro. — 

Frattanto messcr Pietro, ricacciata la spada nel fo¬ 
dero, e dato un altro genovino all’ostiere, che non lo 
voleva a nissun patto , e che forse perciò, mentre si 
tirava indietro colla persona, sporgeva tuttavia la 
mano per prenderlo, si mosse alla volta del suo pa¬ 
lafreno e fu in sella d’un balzo. 

— È tardi, e dobbiamo guadagnare il tempo per¬ 
duto; — disfogli al Picchiasodo, che fu pronto a se¬ 
guirlo. 

Indi, accostando il cavallo alla panca su cui era 
adagiato Giacomo Pico, e fatto delia mano un cortese 
saluto al suo avversario, gli disse : 

— Messere, io vo’ aiutare al vostro risanamento* 



— 88 — 

più efficacemente che non abbia fatto Anseimo Cam- 
pora, detto il Picchiasodo, capo de* miei bombardieri. 
Ss voi foste stato più calmo quest' oggi , avreste di 
leggieri capito che chi viene per tornarsene subito 
indietro, non ó certamente uno sposo. 

.— Cho? come? — farfugliò il Sangonetto. 

— Ah ! — sciamò in pari tempo il ferito rizzando 
il capo b volgendo al suo vincitore uno sguardo da 
cui trasparivano in pari misura la curiosità e lo 
stupore. 

— Sicuro; — ripigliò il cavaliere ; — e avrei amato 
dirvelo, se non mi aveste sbarrata la strada e affer¬ 
rate le redini del cavallo, cosa che non mi ha mai 
fatto impunemente nessuno. Ma basti di ciò. Avete 
incrociato il ferro con Pietro Fregoso, capitano dei 
genovesi all’ impresa del Finaro. Se la vostra mala 
sorte vi fa cadere in balia dei nemici, ricordate che 
la tenda del capitano è un fraterno rifugio per voi, e 
che non vi bisogna riscatto. — 

Con queste parole si accomiatò messer Pietro dal¬ 
l’osteria delFAltino; indi, spronato il cavallo, si mosse 
verso l’uscio di strada. 

Fu quello un colpo di fulmine a ciel sereno. Gia¬ 
como Pico sbarrò gli occhi, volle parlare, ma la com¬ 
mozione fortissima gli fece nodo alla gola. Balbettò 
alcune parole vuote di senso, e ricadde svenuto nelle 
braccia di Tommaso Sangonetto, che era rimasto mu¬ 
tolo , guardando ora il Fregoso, ora il Picchiasodo, 
ora l'ostiere. 

Quest' ultimo, che pur dianzi, tutto ilare in volto 
ed affaccendato negli atti, si sprofondava in riverenze 
alla staffa di messer Pietro, fece tre passi indietro, a 



— 80 — 

quella improvvisa rivelazione; inarcò le ciglia, stra¬ 
buzzò gli occhi, spalancò la bocca ad un grido , e ri¬ 
mase là sbalordito, come se avesse visto la tregenda, 
o il diavolo in carne ed ossa. 

Il Piccbiasodo diede alla sua volta di sprone, per 
farsi alla manca di messer Pietro Fregoso, e si trovò 
per tal guisa a pari di quel simulacro della melen¬ 
saggine. 

— Orbene, mastro Bernardo ; — gli disse , appog¬ 
giandosi sulla staffa verso di lui e assestandogli un 
buffetto sotto il naso ; — che è ciò ? Hai forse per¬ 
duto la scrima? — 

Il povero ostiere, che era stato cagione di tutto 
quel guaio o si vedeva canzonato per giunta, alzò 
sdegnosamente le spalle e torse gli occhi da lui. 

— Sta di buon animo, via ! — proseguì il Picchia- 
sodo. — Ho il tuo ricapito e fo conto di ritornare. 
Tienmene in serbo un fiasco di quest* ultimo, che ab¬ 
biamo a bercelo tra noi due , ciaramellando da buoni 
compari sul gotto. — 

E ridendo a più non posso, Anseimo Campora, detto 
il Piccbiasodo, capo dei bombardieri dell’ esercito ge¬ 
novese, uscì alla sua volta di là. 

— Ah sì, a ciaramellare ! — ripetè mastro Bernardo 
stizzito. — Mi si tagli piuttosto la lingua ! 

— Ameni — soggiunse il Sangonetto, poiché fu¬ 
rono soli. — E intanto, vediamo di aggiustare questa 
mala bisogna. 

— Ah, messer Tommaso, tutto quel che vorrete ; 
— gridò mastro Bernardo ; — comandate, son qua. 
Maledetti 1 e dire che avevano un* aria così candida ! 
Mangiavano e bevevano con tanto gusto 1 



— 90 — 

— E tu hai bevuto più grosso di tutti, Bernardo; 
e non hai capito che coloro tiravano a scalzarti. E 
non basta ; fors’anco pigliavano cognizione dei luoghi, 
c tu.... 

— Ah, non me ne parlate, messer Tommaso ! Pa¬ 
revano così innamorati del paese! Segnatamente quel 
capo dei bombardieri.... oh, san Biagio benedetto! Ma 
già, del senno di poi son piene le fosse ; ed ora bi¬ 
sognerà pensare a quello che si potrà dire di questo 
aflfaraccio. 

— Già! — soggiunse Tommaso. — E che cosa di¬ 
remo ? Ah ecco ? che il nostro Giacomino aveva odo¬ 
rato il tradimento e non seppe portarselo in pace. 
Capisci? Non gli ò di buona guerra venir qua , sotto 
colore d’ambasciata, per esplorare il terreno, e cavare 
i calcetti alla gente. Per altro, innanzi di presentare 
la nostra invenzione, bisognerebbe sapere che cosa 6 
avvenuto al castello tra i due genovesi e il marchese 
Galeotto. 

— Sicuro, bisognerebbe saperlo; — disse mastro 
Bernardo; — ma come si fa? — 



— 91 — 


CAPITOLO V. 

Dal messaggio di Pietro Fregoso 
e di ciò olia ne seguisse al oastello Gavone. 

In quella che Tommaso Sangonetto sta almanac¬ 
cando insieme coir oste dell’Aitino, per trovar modo 
di sapere le cose avvenute e di foggiarvi su una cre¬ 
dibile invenzione, andiamo noi per la spiccia e ve¬ 
diamo che ambasciata portasse messer Pietro Fregoso 
alla corte di Galeotto, marchese del Finaro. 

I duo cavalieri genovesi (oramai Tarcano è svelato 
e rincognito non serve più a nulla) presentatisi alla 
porta di san Biagio e debitamente fermati dalle scolte,, 
si erano annunziati mcssaggicri dalla possente repub¬ 
blica e portatori di lettere d’alto rilievo al marchese^ 
Il comandante della porta, veduto il sigillo coll’arme 
di Genova, avea dato loro il passo e la compagnia 
d’un drappelletto di balestrieri, che, parte per ono¬ 
ranza e parte per custodia, li condussero oltre. Così 
orrevolmente scortati, sotto gli occhi di un popolo cu¬ 
rioso che si affollava sul loro passaggio e della loro 
venuta non pronosticava niente di buono, erano riu¬ 
sciti alla porta settentrionale del borgo; d'onde, per 
una ripida strada serpeggiante sulla costiera del monte,, 
erano saliti in vista del castello Gavone, dove i mar- 



— 92 — 

chesi del Carretto, terzieri del Finaro, avevano corto 
e dimora. 

Si é già detto che il castello Gavone era murato a 
cavaliere del borgo, su d'un contrafforte della roccia 
■di Pertica. Da quella notevole altura il feudale ba¬ 
luardo dei Carretti guardava davanti a sò il borgo 
anzidetto e tutto il corso dei Fora Uno alla spiaggia 
del mare; sui lati, poi, vigilava le due valli del Ca¬ 
lice e dell'Aquila, quella che mette a Rialto e questa 
a san Giacomo. Era, per que'tempi, fortissimo arnese. 
Quattro torri merlate lo munivano sugli angoli. Lun¬ 
ghesso le mura si aprivano larghe finestre, partite a 
colonnini, indizio di fasto all’interno; ma su quelle 
finestre correva un poderoso cordone di pietra c poco 
sopra di questo una lunga balconata, colle sue cadi¬ 
toio aperte sotto gli sporti, donde all'occorrenza si fa- 
cea piovere una gragnuola di sassi sui nemici che 
avessero ardito accostarsi a pie’ delle mura. 

Grandiosa mole , che, a mezzo diroccata (dopo es¬ 
sere risorta un'altra volta, insieme colla mutevole for¬ 
tuna de' suoi signori) fa tuttavia bella mostra di sé, 
e potrebbe anco tentare il più nobile dei capricci che 
la ricchezza consenta ai fortunati del tempo nostro ; 
il capriccio, vo'dire, di restaurare il passato nella sua 
parte accettabile I I marchesi del Carretto , ai quali 
era toccata quella porzione litorana del retaggio ale- 
ramico, avevano innalzato il castel Gavone intorno 
al 1100. Uomini in continuo stato di guerra con vi¬ 
cini e lontani, dovettero eleggere a loro dimora e 
presidio un luogo discosto dal mare o manco acces¬ 
sibile alle incursioni dei barbari, che infestavano in 
<iue' tempi le coste della Liguria. Epperò, da princi- 



■— 93 — 

pio si fortificavano in Orco, Varzi cd altre villate sui 
monti ; indi, scemato il pericolo, o cresciute le forze, 
calarono a Pertica, dove sorse appunto il castel Ga¬ 
vone, due miglia distante dalla riva del mare. 

Ci condurrebbe a troppo lunghe e, per giunta, non 
grate considerazioni, il cercare qual parte della valle 
fosse da principio abitata. Di certo, agricoltori e pe¬ 
scatori v' ebbero ugualmente dimora da antichissimi 
tempi. I Romani segnavano in que* pressi una stazione 
della via militare che correva tutta la spiaggia ligu¬ 
stica, e il nome ad Pollupices ci fu tramandato dal- 
ritinerario di Antonino. 1/ altro di Finar comparve 
nell'età di mezzo, e certo era nome antico del pari, a 
significare, non già la finezza dell' aria, come vollero 
certi etimologisti sconclusionati (Liguria a leguminum 
satione , Arenzano ab aere sano e simili* altre bambi¬ 
nerie), ma dall'essere colà stabiliti i confini tra gl'In- 
gauni e i Sabazii. 

E qui, prudenti, lasciamo da banda 1* età romana, 
il basso impero e ia gran notte barbarica; chè il 
troppo amore delle minuzie archeologiche non ci tragga 
fuori del seminato e, quel che sarebbe peggio, della 
grazia vostra, o lettori. Il Finaro, nel 976, per inve¬ 
stitura di Ottone I, appartenne al marchese Aleramo; 
i cui discendenti, chiamati Del Carretto, lo ebbero e 

10 signoreggiarono , confuso con altre terre sotto il 
nome di marca savonese, fino al 1268 ; nel qual tempo, 
per la spartizione avvenuta fra i tre figli di Giacomo, 
toccò ad Antonio Del Carretto, da cui ebbe principio 

11 ramo dei terzieri del Finaro. 

Costoro, come ho detto più sopra, posero sede nel 
castello Gavone, a cavaliere del Borgo, e comanda- 



— 04 — 

vano di là su tredici viilate, che tutte dovevano con¬ 
correre aH’incremento del capoluogo. Tra esse la Ma¬ 
rina, come più prossima, aveva le molestie più gravi. 
I marchesi mettevano grosse multe a chi ardisse ri¬ 
parar case e murarne di nuove colà; ai forestieri in¬ 
tanto concedeano privilegi, esenzioni ed ogni maniera 
larghezze, purché mettessero dimora nel Borgo. Donde 
appariva manifesto il timore di que’ castellani, che la 
gente non avesse a dilungarsi di troppo dalla loro vi¬ 
gilanza, e l’intento di cansare la sorte toccata ai loro 
consanguinei della marca di Savona, che questa nobil 
città e la fortissima terra di Noli avevano sullo scor¬ 
cio del XII secolo malamente perdute. Già , popolo 
marinaro, popolo libero; la tirannìa non attecchisce 
sulle spiagge ; però non si sta molto ad ottenere con¬ 
soli proprii e franchigie, in cui maturare ordini di 
libertà popolana. Ora, questo pericolo miravano a stor¬ 
nare i discendenti d’ Antonio , tirando al Borgo il 
grosso dei vassalli e afforzando sempre più il castello 
sovrastante. 

Dicevasi castel Gavone, con vocabolo di controversa 
etimologia. Altri lo deriva da giogo, come se antica¬ 
mente si fosse detto Giovone , o Govone. Io ricordo 
■che dicevasi gavone un ridotto delle nostre vecchie 
galee , posto sotto coperta, così da prora, come da 
poppa, e serviva per alloggio degli uffìziali e dei ma¬ 
rinai, laddove le ciurme dormivano sotto i banchi di 
voga. E questo gavone marinaresco e il terrestre pos¬ 
sono perciò derivarsi, con assai più verosimiglianza, 
■dal cavum dei latini, nel significato di cavità custo¬ 
dita, murata, od altrimenti rinchiusa. 

Altri, per avventura, nell’informe e disforme voca- 



— 95 — 

Loiario dell'età di mezzo, troverà di che avvalorare 
questa etimologia, che ha già il vantaggio, sull'altra, 
d’esser più ragionevole. Io frattanto, ritornando alla 
storia, dirò che il castello Gavone era davanti e da 
tergo reso inaccessibile, mercè due fosse profonda¬ 
mente stagliate nel masso ; clic ora afforzato da quat¬ 
tro torri sugli angoli ; che ci si entrava da un ponte 
levatoio e che sulla porta castellana, in una tavola 
di pietra scuriccia, vedevasi scolpita l'arma dei si¬ 
gnori Del Carretto , cioè a dire uno scudo, partito a 
fascio diagonali, sormontato da un elmo di corona e 
tratto su d'una carretta simbolica da due leoni ag¬ 
giogati. 

Quella nobil veduta si parò davanti ai due cava¬ 
lieri genovesi, a mala pena ebbero afferrata la cima 
del monte. Doveva esser quello il line dell'impresa 
futura; che peccato, in cambio di giungervi eglino 
soli e in veste di messaggeri, non esservi già collo 
stendardo della Repubblica e con buona mano d'ar¬ 
mati ! 

Messcr Pietro Frcgoso, come uomo che delle gran¬ 
dezze umane s’intendeva la sua parte, guardava am¬ 
mirato quel forte e insieme leggiadro edifizio. Il Pic- 
cbiasodo non ci vedeva tante bellezze e dava in quella 
vece la sua guardata alle balze circostanti, per ve¬ 
dere se ci fossero strade, e come disposte. Le strade, 
si sa, erano il suo grattacapo, e di queste delizie n'a¬ 
vrebbe volute in ogni luogo e per ogni verso , come 
pur troppo occorre solamente delle molestie, in questo 
mondo gramo. 

Varcato il ponte levatoio, entrarono sotto l'androne, 
e, mentre il capitano degli arcieri andava a dar no- 



— 96 — 

tizia del loro arrivo ai marchese, erano fatti scender 
di sella per riposarsi in una sala terrena, dove si diè 
loro acqua alle inani e rinfresco. Accettarono laequa 
e l'aiuto dei famigli, per scuoter di dosso la polvere, 
ricusando tutto Taltro che venia loro profferto ; e im¬ 
magini il lettore con quanto sacrifizio e merito di 
Anseimo Campora, clic non avrebbe sgradito di pa¬ 
ragonare la cantina del marchese con quella di ma¬ 
stro Bernardo. p 

Poco stante, apparve sull’uscio un donzello e disse 
loro: 

— Venite, messeri ; il magnifico marchese è pronto 
a ricevervi. — è 

Lo seguirono tosto , e , fatta una breve scala, fu¬ 
rono introdotti in un ampio salone , che appariva si¬ 
tuato nel mezzo del castello, poiché prendeva luce da 
una parte e dall'altra, pel vano di larghe ed alte fi¬ 
nestre, partite a colonnini e chiuse da intelaiature di 
legno e vetri sigillati col piombo, a mo' di losanghe, 
come portava la foggia del tempo. Una numerosa e 
orrevol brigata era accolta colà; molti servitori o 
donzelli sqi lati ; nel ' mezzo un crocchio di gentil¬ 
uomini ; seduto a uno scrittoio il vecchio cancelliere 
della corte; tutti , poi, ordinati in guisa da far co¬ 
rona ad un seggio rilevato, su cui stava, nobilmente 
composto, il marchese del Finaro. Gentildonne non 
erano in quella adunanza; ché bene il marchese aveva 
inteso non doversi quel giorno ricevere ospiti d'al¬ 
legrezza, sibbene messaggieri di guerra. 

Era in quel tempo il marchese Galeotto un uomo 
di piacevole aspetto, d’anni intorno ai cinquanta, ma 
di sembianza più giovane, la mercè d'una carnagione 



— 97 — 

rosata, degli occhi azzurri e scintillanti, della barba 
e dei capegli biondi, che ancora dissimulavano abba¬ 
stanza le moleste dia d'argento. La figura sua, al primo 
vederla, lo diceva bollente di spiriti e pronto ad in¬ 
fiammarsi, ma in pari tempo di sensi umani e cortesi, 
quanto il concetto della sua dignità e la logica feu¬ 
dale d’allora potessero comportarne in un principe. 

Egli accolse con un sorriso ed un gesto amorevole 
messer Pietro, che s’inoltrò a capo scoperto e s'in¬ 
chinò davanti a lui, con atto di ossequio, non di¬ 
giunto da un sentimento di onesta alterezza. Il Pic- 
chiasodo, per far conoscere la sua condizione più umile 
rispetto al suo nobil compagno, si era fermato sui due 
piedi, ma colla berretta in capo, da soldato e non da 
servitore, a poca distanza dall’uscio. 

— Siate il benvenuto, messere ; — disse il mar¬ 
chese Galeotto al nuovo venuto , per offrirgli occa- 
sione a parlare ; — e che cosa recate al Finaro ? 

— Un messaggio dell’ illustrissimo signor Doge e 
del comune di Genova ; — rispose Pietro Fregoso, 
togliendosi di cintura un rotolo di pergamena, sug¬ 
gellato di piombo, colle armi della Repubblica. 

— Ai quali auguriamo ogni prosperità e grandezza 
che colla giustizia si accordino; — ripigliò nobil¬ 
mente il marchese. 

Ciò detto, prese dallo mani di messer Pietro la per¬ 
gamena, ruppe il suggello e lesse. Cotesto faremo an¬ 
che noi, dando una sbirciata allo scritto 

« Al magnifico signor Galeotto, marchese del Fi¬ 
naro, salute. 

«c Sebbene a noi per lo passato fosse stata grande- 
« mente a cuore l’amicizia vostra, perchè tra noi du- 


Uaiuulf. Cantei Clarone. 


7 



— 98 — 

< rasse la quiete, voi sempre dell’amicizia e bcnevo- 
« 'lenza nostre avete fatto stima mediocre. Per la qual 

< cosa, gli animi della città e della repubblica tutta 
« si sono straordinariamente accesi, volendo guerra 
« contro di voi ; e guerra sarà, poiché non sembra 
« esservi cara la pace. A questo per vero dire.ci di- 
<< sponiarao contro voglia e sforzati; che anzi, mai 
« abbiamo cessato di far pratiche, se per avventura 
« avessimo potuto acquietare lo sdegno di questo po- 
« polo, irritato dalla Signoria Vostra con somme of- 
« lese negli anni trascorsi ; e ciò con ogni poter no- 
<< stro abbiam procurato, nò mai potuto ottenere. 

« Ed ora , poiché ricordiamo avervi promesso che, 

« quando fossimo per rompervi guerra, vi avremmo 
« avvisato della cosa, perchè non vi paresse di esser 
«còlto alla sprovveduta, vogliamo significarvi che 
« dobbiate aspettar guerra al Finaro a dì 5 del pros- 
« simo dicembre. Però, scorso il giorno 4 di detto 
« mese sappiate non esservi più dato di vivere con 
« noi in quelle forme di pace e d'amicizia, che sono 
« state finora. Così portiamo speranza di larga vit- 
« toria su voi, come d’insegnare a tutti i pari vostri 
« che non abbiano a misurarsi in imprese siffatte con 
« noi. Inoltre quando vi piacesse far correre minor * 
« spazio di tempo alla guerra, di quello vi abbiamo 
« indicato, vogliate darcene avviso, o sarà fatto se- 
« condo il piacer vostro. 

« Data da Genova, addì 21 novembre 1447. 

« Giano Fregoso. > 

Messer Pietro, in quella che il marchese Galeotto 
leggeva la lettera, stava immobile al suo posto e in 



— 99 — 

apparenza sbadato; ma non perdeva un moto» anco 
il più lieve, dell’aspetto di lui, e gli appariva mani- 
lesto come quella lettura lo avesse colpito. La faccia 
del marchese era divenuta ad un tratto del color della 
fiamma; le dita attrappite liravano per tutti i versi 
la povera pergamena, che non ne avea colpa veruna; 
le labbra borbottavano confuse parole; come se dentro 
deU’animo il marchese Galeotto stesse ad una ad una 
ribattendo le argomentazioni del suo avversario. 

Invero, a lui pareva di aver ragioni oltre il biso¬ 
gno. La lettera di Giano Fregoso era accortamente 
rigirata. Niente più curavano i capiparte d’allora, fos¬ 
sero dogi, o pretendenti al dogato, che di mescolare 
il popolo nelle loro private querele, ire e vendette di 
famiglia. E a Galeotto cuocova di veder tirare i ge¬ 
novesi in campo , quasi fossero eglino, e non già i 
Fregosi, che voleano la guerra. Nè a lui pareva di 
avere offeso mai Genova, destreggiandosi in mezzo 
alle fazioni che l’avean lacerata; che quella era per 
lui la ragione di Stato, e Genova a lui mettea conto 
vederla, non già nel governo dei Fregosi, ma nella 
persona <ìegli Adorni fuorusciti, e appunto di quel 
Barnaba , doge scacciato , che stavasi allora al suo 
fianco. 

E a Barnaba era corso il suo sguardo, in uno de¬ 
gl’intervalli da lui posti in quella ingrata lettura. 
Me Barnaba nel messaggiero di guerra avea ravvi¬ 
sato messer Pietro Fregoso, e non torceva gli occhi 
da lui. 

— Bene sta ; — disse Galeotto, poi eh’ ebbe finito 
di leggere. — Messeri, è un cartello di sfida, questo 
che Giano Fregoso’ci manda. — 



— 100 — 

Un fremito corse per tutta radunanza ; che sebbene 
da lunga mano preveduto, non riusciva meno grave 
Pannunzio. C’era anzi taluno dei soliti ragionatori alla 
grossa, che dalle antecedenti lentezze e continue am¬ 
bascerie genovesi aveva argomentato la poca voglia 
di venire a mezza spada e tratto speranza pel Finaro 
d'una via di salvezza. Non così Barnaba Adorno, che 
ben conosceva ramino dei Fregosi e la tenacità con 
cui avrebbero proseguito i loro disegni. Costoro inol¬ 
tre, non che a colpir Galeotto miravano a molestare 
in quel suo 1 ifugio la sbandeggiata famiglia Adorno, e 
lui più di tutti, lui Barnaba, che pochi mesi addietro 
Giano Fregoso, improvvisamente sbarcato a Genova e 
con un pugno di suoi partigiani impadronitosi del pa¬ 
lazzo ducale, aveva scacciato dal governo e dai con¬ 
fini della repubblica. 

Queste cose pensando, Barnaba Adorno aveva sem¬ 
pre creduto alla guerra, e pur dianzi non gli era stato 
mestieri delle parole di Galeotto per averne certezza, 
bastandogli il noto aspetto del messaggiero di Genova. 
Perù, quando il marchese ebbe accennato il cartello 
di sfida a lui mandato dal Doge, egli, con ironico pi¬ 
glio, soggiunse : 

— E Giano Fregoso non lo manda per mano d' un 
semplice cavaliero, bensì a dirittura per quella di 
Pietro Fregoso, suo comandante d'esercito. — 

Messer Pietro si volse stizzito e saettò d'una torva 
occhiata il nemico. 

— Non ancora; — diss’egli di rimando; — e voi, 
messer Barnaba Adorno, usurpate, a mio credere, i 
diritti del marchese Galeotto. Io non sarò capitano 
deiresercito genovese all’impresa del Finaro, se non 
quando egli avrà accettata la sfida. 



— 101 — 

— È vero.; — notò con accento benigno, sebbene 
impresso d’una certa amarezza, il marchese Galeotto. 
— Io non l’ho anche accettata. Ma come potrei one¬ 
stamente can3armene ? L’intimazione è chiara e recisa. 
Leggete, o signori ! — 

Così dicendo, porse la lettera a Barnaba, intorno a 
cui si fece ressa di gentiluomini, per leggere T orgo¬ 
glioso messaggio di Giano. 

— Il mentitore ! — sciamò 1’ Adorno. — Egli ha 
cercato di acquetare gli sdegni del popolo ! 

— Rompe guerra sforzato ; gli vincon la mano, al 
poveretto! — notò un altro del crocchio. 

— Non è Genova che vuol questa guerra, — sog¬ 
giunse Barnaba Adorno , infiammato di sdegno, — io 
lo attesto. 

Pietro Fregoso stava per dargli risposta; ma Ga¬ 
leotto lo trattenne col gesto. 

— Sia Genova, o no, — diss’ egli, per chetare gli 
spiriti, — imperano i Fregosi colà; ad essi ci bisogna 
rispondere. E perchè l’esercito, che si sta radunando 
a Savona, — aggiunse poscia, accompagnando la frase 
con un cenno del capo, che voleva mostrare com’egli 
fosse di ogni cosa informato, — perchè l’esercito non 
abbia ad aspettare di soverchio il suo capitano, eccovi 
messer Pietro Fregoso, una pronta risposta. Cancel¬ 
liere, scrivete. — 

E con voce alta e sicura, in mezzo ad un silenzio 
solenne, il marchese Galeotto dettò la sua risposta 
allo scriba ; rimessa in principio e tranquilla , come 
portava il costume, indi man mano, per lo infiammarsi 
a grado a grado del personaggio, più concitata ed 
altiera. 



— 102 — 

« Al magnifico signore Giano Fregoso* doge di Ge- 
« nova, salute. 

« Tutto quanto mi significate nella vostra lettera, 
<c magnifico mescere, io ho chiaramente inteso. Mi dolse 
« della opinione dei Genovesi, aver io fatta poca stima 
« della loro amicizia, chè io sempre n’ho avuto gran- 
« dissima, nò mai ho trascurato veruna di quelle cose* 
« per le quali ho udito e letto potersi conservare i 
« vincoli della benevolenza tra gli Stati ; nò penso 
« essere alcuno dei vostri vicini che siasi più at- 
« lentamente studiato di piacere a cotesta repub- 
« blica , perchè durasse tra noi la consuetudine del- 
« l'antica amicizia. E ciò talvolta con mio nocumento 
« non lieve; laonde io debbo stupirmi di questa ira, 
« che voi mi dite , dei cittadini di Genova. Vi rin- 
« grazio tuttavia che abbiate cercato di contenere o 
« dissipare gli sdegni popolari, per istornarli dalla 
« guerra , provvedendo in tal guisa non meno alla 
« quiete dei Genovesi, che alla salute mia. 

« Per rispondere alla lettera vostra, dirò che avrei 
« amato meglio mi significasse pace perpetua, anzi 
« che guerra. Si aflà la pace alle mie consuetudini; 
<< alieno son io dalle guerre. Ma se infine è cosi sta- 
« tuito nei consigli degli invidiosi e nemici miei, ac- 
« cetto la sfida, e di grand'animo , confidando nel 
« senno e nella potestà di quel giudice e padrone, 
« che è splendore e difesa dei giusti e terror dei 
« malvagi , a. cui niente è nascosto. Egli invero co- 
« nosce l'animo mio e gl'intendimenti vostri, e sa 
« quanto io con virtù , quanto voi con odio vi fac- 
« ciate a contendere. Imperocché io non sono, messer 
« lo Doge, così fuori di senno, da non sapere come da 


— 103 — 

« lunga pezza, e innanzi voi perveniste a tal dignità, 
« fosse stabilito d'intimar questa guerra. Conosco l’a- 
« nimo vostro e di tutti i vostri contro me e contro 
« tutti i miei ; ricordo con quanta moderazione e tem- 
« peranza mi diportassi coi Genovesi, pur di vivere 
« in pace continua con esso loro, e so come tutte 
« queste cose, a mala pena entraste voi in Genova, 
« niente abbiano giovato a mutare i vostri propositi. 
« Che se vi pensavate esser io obbligato di alcun 
« patto a cotesta illustre repubblica, il quale io oggi 
« negassi di mantenere, mancavano ancora le cagioni 
« di guerra ; imperocché io mi contentai, come mi 
« contenterei anche oggi, che, o l'iraperator de'Ro- 
« mani, od altro principe, o comune, o studio di giu- 
« reconsulti, giudicasse della nostra querela. E noi 
« voleste allora, e nemmeno ora il vorrete, poiché 
« siete infiammati,, inaspriti, bramosi di guerra: 
« laonde, resta che con mani e piedi, con tutte le.forze 
« mie, di congiunti, di amici e di quanti avrò meco, 
« difenda questa terra e il mio dritto. Facciano adun- 
« que i Genovesi come vogliono; resisterò corno potrò. 

« Voi frattanto, Doge Giano Fregoso, io debbo pre- 
« giare assai più che non facessi da prima. Se avete 

< pensato di me che io fossi uomo da serbar la mia 
« fede, e m'avete indicato il giorno in cui dovessi 
« aspettarmi la guerra; così facendo cosa dicevole 
« ad ogni principe, e in particolar modo a voi stesso. 
« Spero di uscirne vincitore e di potervi rimeritare, 

< in ogni occasione, della vostra lealtà, se mai avrete 

« mestieri dell'opera mia. , 

< Data dal Finaro, addì 27 di novembre, 1447. 

« Galeotto del Carretto. » 



— 104 — 

La lettera del marchese Galeotto era nobilissima, 
come ognun vede, sebbene per avventura in alcuni 
passi ricisa ed aspra più del bisogno, e condita nel 
fondo di sottile ironia. Ma queste cose erano da con¬ 
donarsi ad un principe, che metteva in quel punto a 
grave cimento la quiete sua e la sicurezza de' suoi 
domimi. Del resto, e il pepe e il sale di quella ri¬ 
sposta piacquero in uguale misura a tutti i gentiluo¬ 
mini della sua corte, o un bisbiglio d* approvazione e 
certi sorrisi mal rattenuti commentarono prontamente 
le lodi alla lealtà di Giano, che tutti ricordavano in 
qual modo fosse tornato a Genova e salito ai sommi 
onori della repubblica. 

Galeotto, così per debito dell’ alto suo grado, come 
per atto di cortesia verso Y inviato di Genova, era 
rimasto in contegno. Più saldo e più chiuso di lui 
messer Pietro, a cui 1* uffizio di ambasciatore coman¬ 
dava in quella occasione il silenzio e la calma. Per 
altro, la torva guardatura e l'atteggiamento della per¬ 
sona fieramente appoggiata al pomo della spada, si¬ 
gnificavano le represse pugne deir animo e promette¬ 
vano alla corte del Finaro che ben presto la libertà 
del capitano si sarebbe ricattata dei silenzi sforzati 
del messaggero di Genova. 

Finita la lettera e sigillata colle armi del marche¬ 
sato, Galeotto la prese dalle mani del cancelliere e la 
consegnò a messer Pietro. 

— Eccovi la mia risposta air illustrissimo Doge e 
al nobil comune di Genova; — diss'egli frattanto. — 
Aspetterò la guerra in quel giorno che mi ò stato 
indicato; non posso desiderarla prima, perchè non la 
ho provocata e aspetto ancora che vogliano i miei 



— 105 — 

nemici tornare a più miti consigli. Comunque sia , 
roesser Pietro Fregoso, io vi prego di render grazie 
in mio nome al Doge vostro cugino , che tanto ha 
fatto stima di me e di tanto ha cresciuto la solennità 
della sfida, mandandola per le mani di un così illu¬ 
stre capitano. — r 

Anche da quéste parole, come già dalla lettera, tra¬ 
spariva un fil d’ironia; ma messer Pietro non poteva 
adontarsene, e perchè l'ironia era finamente condotta, 
e perchè, poi, queU’ufflcio di messaggero, non al tutto 
conveniente al suo grado, lo aveva voluto egli stesso. 

Si accomiatò con garbo, diede un'ultima occhiata, in 
guisa di arrivederci, a Barnaba e agli altri fuorusciti 
genevesi, indi si mosse per uscir dalla sala. Galeotto 
lo accompagnò fino aU'audrone del castello. 

— Cavaliere, — gli disse, porgendogli cortesemente 
la mano, — la guerra ha tristi vicende per tutti. Ri¬ 
cordatevi che Galeotto Del Carretto, se è pronto o ri¬ 
soluto a respingere, è poi altrettanto umano in acco¬ 
gliere. Il Finaro è luogo d’asilo ai disgraziati ; perciò 
avete qui veduti gli Adorni. Il giorno che sarà guerra 
tra noi, non avrete altri avversarii che i Carretti; gli 
Adorni avranno, non pure licenza, ma preghiera di 
ritirarsi da un rifugio, che non sarebbe quind'innanzi 
più sicubo per essi. 

— Nobilmente parlate, messere ; — disse a lui di 
rimando il Fregoso; — capitano dell'esercito genovese, 
io ricorderò queste vostre parole. Ed ora, signor mar¬ 
chese, alla sorte delle armi ! — 

Le cortesie del commiato rasserenarono il volto di 
messer Pietro Fregoso. Del resto, quella bisogna era 
fornita, ed egli facea ritorno, come saol dirsi, nella 
sua beva. 



— 1 06 — 

— Animo, via! — disse ad Anseimo Campora, a 
mala pena furono usciti di là. — I grattacapi sono 
finiti e adesso verrà il buono. Mi fermo stassera a 
Vado, e tu proseguirai fino a Genova, per consegnare 
la lettera. 

Il Piccliiasodo fece a queste parole una faccia scon¬ 
tenta, che nulla più. 

— Messer Pietro riveritissimo, — soggiunse egli 
poscia, veduto che l'altro non aveva badato a'suoi 
versi, — non perderò mica il mio posto alla predica? 

— E come potresti tu perderlo , se c'è tempo fino 
ai cinque del mese venturo? Siamo oggi ai ventisette 
di novembre, mi pare, ed io non leverò il campo dalla 
spiaggia di Vado che la mattina, del due di dicembre. 
Tu dunque domani arrivi a Genova consegni la let¬ 
tera al Doge mio cugino; gli dai que'ragguagli di ve¬ 
duta che egli ti chiederà certamente ; aspetti lo let¬ 
tere e i comandi che vorrà darti per me, e doman 
l'altro, il trenta, alla più trista, puoi essere al campo 
di Vado. 

— Eh, diffatti, se non mi tannò aspettare dell'altro, 
la cosa può esser così come voi dite, padron mio re- 
verito ! Dopo tutto, non son io il capo dei vostri bom¬ 
bardieri ? Dee premere a loro di rimandarmi libero, 
come a me di capitar primo all' osteria delimitino. 

— Ah sì, — disse Pietro Fregoso, ridendo, — que¬ 
sta è la tua meta; ma temo che la bisogna non sia 
per correre spedita come tu pensi. Castelfranco non 
.‘si piglia in un giorno. 

— Lo capisco ancor io ; — rispose il Picchiasodo ; 
— ma questa è una ragione di più per capitarci in 
tempo colle bombarde. — 



— 107 — 

In questi ragionari, oltrepassato il Borgo , s’ erano 
avviati sulla strada della Marina, dove aveva a trat¬ 
tenerli il ^tristo caso che abbiamo narrato nel capi¬ 
tolo antecedente. 

E adesso torniamo al castello, dove la sfida di Ge¬ 
nova avea messo tutti in trambusto. Il marchese Ga¬ 
leotto, prevedendo da lunga mano la cosa, aveva, 
siccome ho già detto, raccolto gran gente nel mar¬ 
chesato; ma egli bisognava spartire i comandi, sin¬ 
cerarsi che niente mancasse nei luoghi più esposti a 
un primo assalto nemico, asserragliare i passi più fa¬ 
cili, e frattanto mandare l'annunzio della guerra di¬ 
chiarata al capitano della Lega, perchè incontanente 
spedisse gli aiuti promessi al Finaro. 

Per questo uffizio nessuno parve al marchese più 
adatto di Giacomo Pico. Egli era tornato bensì quella 
stessa mattina dalle Langhe; ma in lui Galeotto ri¬ 
poneva ogni sua fede; il negozio richiedeva la massima 
speditezza nel messaggiero e pari conoscenza dei luo¬ 
ghi , degli uomini e delle cose ; però fu mandato a 
cercare nelle sue stanze il Bardineto, e , non essendo 
trovato colà, fu mandato a cercare nel Borgo. 

Ora, in quella che lo si aspettava, e il marchese 
Galeotto s’ intratteneva co’ suoi gentiluomini e colle 
donne della sua casa, ecco giungere la Gilda, una 
vispa e leggiadra ragazza, e, avvicinatasi a madonna 
Bannina, susurrarle alcune parole, che parvero tur¬ 
bar grandemente costei e la sua gentile figliuola, che 
le aveva udite del pari. 

— Che c* è ? — dimandò il marchese , notando il 
turbamento improvviso delle sue dame. 

— Giacomo Pico moribondo all’Aitino; —- rispose 


— 108 — 

madonna Bannina al marito ; — questo è l’annunzio 
che ci ha recato la Gilda. 

— Come? che è stato? e da chi lo sai? -r- ripigliò 
il marchese, volgendosi alla ragazza con atto di pro¬ 
fonda, ansietà. 

La Gilda, tutta confusa, ripetè allora ad alta voce 
come il Bardineto avesse combattuto in duello pur 
dianzi col cavaliere di Genova e fosse gravemente 
ferito all’osteria dell*Aitino, dov'era accaduto lo scon¬ 
tro. La notizia era stata portata a lei da Tommaso 
Sangonetto, aiutante del notaio David, che stava an¬ 
cora in anticamera, per aspettare i comandi del mar¬ 
chese. Disse infine tutto quel che sapeva; non già 
tutto quello che le aveva detto il nostro Tommaso. 
Egli diffatti, in mezzo alle notizie dell’accaduto, aveva 
trovato modo di schiccherarle una dichiarazione d’a¬ 
more, che a lei era parsa sconvenevole al sommo, in 
quella occasione, e glielo sarebbe parsa, ne abbiara fede, 
in altre parecchie. 

Ora, come si spiega cotesto, senza frugare un po¬ 
chino negli arcani del cuore? Veramente, i segreti 
d’una bella ragazza non s’avrebbero a dire; ma noi 
siamo qui per raccontare, e non andremo fuori di 
carreggiata dicendo elio la Gilda ci aveva il suo e 
che un uomo le aveva dato nell’ occhio. Anche lei, 
cresciuta nella compagnia e nella benevolenza dei ca¬ 
stellani, era diventata ambiziosa, come Giacomo Pico ; 
per altro, siccome nel cuore d' una ragazza inesperta 
» ì’ ambizione non mette ancora troppo in alto la mira, 
gli occhi della Gilda non s’erano levati fino ad un 
cavaliere di corona ; avevano fatto sosta sulla persona 
di quell’altro ambizioso, che era Giacomo Pico. Il gio- 


— 109 — 

vinotto non lo aveva mai detto nulla di singolare; 
nè occhiate, né sospiri, avevano fatte le veci di una 
accesa parola ; ma egli ora così buono, così dolce, 
così grazioso con lei! Già si capisce che il Bardineto 
fosse tale, o si studiasse di parerlo, con quante per¬ 
sone attorniavano di consueto madonna Nicolosina. 
lapperò, fidandosi a quelle apparenze, la Gilda aveva 
pigliato un granchio, come a tante ragazze della sua 
età facilmente interviene. Egli è tuttavia da soggiun¬ 
gere, a lode delle donne, che esse, pigliato il primo, 
non ne pigliano più altri; li fanno pigliare. 

Ciò posto in chiaro, si capirà come la Gilda fosse 
dolente per 1’ annunzio recato dal Sangonetto e come 
dovessero parerle sconvenevoli le digressioni da lui 
fatte per utile proprio. E non ne diciamo più altro. 

Udita la Gilda, il marchese Galeotto volle vedere 
il messaggiero, che fu subito introdotto e raccontò,, 
s'intende, l'accaduto a suo modo. Giacomo Pico era 
andato con esso lui a diporto sulla Caprazoppa. Scesi 
all’Altino, avevano udito di due cavalieri, che, prima 
di salire al castello, s’erano intrattenuti a curiosare 
per via e a pigliar lingua dei luoghi. Cotesto aveva 
insospettito il Bardineto ; ambedue avevano fiutato i 
genovesi e s’erano messi sulle orme loro. Nel risalire 
alla volta del Borgo li avevano incontrati, ma già sui 
ritorno, e lì, una parola ne tira un’ altra (il Sango¬ 
netto non ricordava più come), erano venuti.alle 
grosse. Pico aveva la spada e sfidò a duello il Frc- 
goso. Egli, Sangonetto, non l’aveva, e non potè essere 
che testimone al combattimento, che era finito colla 
peggio del suo povero amico. 

— Fu un colpo disgraziato! — diceva il prode 



— 110 — . 

Tommaso. — Ed io non ho potuto ricattarmi sul 
compagno del Frcgoso , perchè non avevo meco che 
questo coltello da caccia. 

— Bravi giovani ! — sciamò il dabben gentiluomo. 
— Ma dimmi, è così grave la ferita, che il nostro 
Pico non possa muoversi dall’Aitino? 

— Oh, non dico questo, magnifico messere; su d’una 
lettiga si potrà sicuramente portarlo via di laggiù. 

— Va dunque ; piglia quattro soldati alla porta 
di San Biagio e sia il nostro Giacomo condotto sà 
castello, dove gli sarà usata ogni cura. 

— Padre mio, — entrò a dire timidamente quel¬ 
l’anima pietosa di madonna Nicolosina, — se noi gli 
andassimo incontro ? 

— Perché no? — soggiunse il marchese, assentendo 
del gesto. — È delle dame aver cura ni feriti. Gia¬ 
como Pico ha salvato la vita a me; la mia famiglia 
deve essergli grata. Andate dunque o veda il Einaro 
che le sue castellane son pronte ad ogni ufficio di 
carità pei nostri fedeli servitori c soldati. Ma ora 
che Pico ò ferito, chi porterà l’annunzio della sfida di 
Genova al capitano della Lega, a Millesimo? — 

Tommaso Sangonetto, che stava coir occhio alla 
penna, vide che quello era momento da farsi avanti e 
acciuffar l’occasione. 

— Magnifico signore, — diss’ egli, inchinandosi, — 
non valgo io nulla per obbedirvi? Son tutto vostro 
o se v' é eosa che io possa fare, in cambio del mio 
povero amico, eccomi ai vostri comandi. 

— Sì, puoi servirmi benissimo ; — rispose il mar¬ 
chese Galeotto. — Si tratta di portare una lettera a 
messer Francesco del Carretto, signor di Novelli. Lo 



— Ili — 

troverai a Millesimo, nella torre di Oddonino. Andando 
a staffetta, potrai essere domani, all'alba, in Millesimo. 
Va dunque a pigliare il nostro Giacomo o torna; ti 
metterai in viaggio tra un'ora. — 

Ed ecco il nostro Tommaso Sangonetto ambasciatore 
dell’ esoso tiranno. La fortuna capricciosa lo aveva 
innalzato a quel segno; ma la fortuna egli l'avea an¬ 
che aiutata con una mezza serqua di bugìe; non le 
era dunque debitore di nulla. Per contro, egli poteva 
credersi obbligato di qualche cosa alla disgrazia di un 
amico, e, pensando al povero ferito che andava a to¬ 
gliere dall'osteria delimitino, aveva anche ragione a 
considerare la profonda verità dell' adagio, che tutto 
il mal non vien per nuocere. Disgrazia di cane, ven¬ 
tura di lupo, dicevano i vecchi. 

— Un bel garbuglio s'è fatto! — andava egli di¬ 
grumando tra sé. — Giacomo in di grosso ha capito 
quello che dee lasciar credere della sua sfuriata contro 
il Fregoso. Mastro Bernardo, che è stato cagione di 
tutto il guaio, non parlerà. Io ci ho guadagnato di 
poter dire una parolina alla Gilda e di diventare un 
pezzo grosso alla corte. Non c'é che dire; sono am¬ 
basciatore, o giù di lì; lascio la spada pel cadùcèo,il 
panzerone per la guarnacca; ccdant arma togae! — 



— 112 — 


VI. 

Nel quale si vede cerne san Giorgio, invocato da 
due parti, non sapesse a cui porgere orecohio. 


Era un fiorito esercito quello che la repubblica ge¬ 
novese avea posto sotto il comando di Pietro Fre- 
goso, e che questi guidava dal campo di Vado all'im- 
presa del Finaro. 

Come Genova avesse provveduto a radunar gente , 
s’ù già accennato a suo luogo. Seicento fanti dovea 
fare il vicariato di Chiavari, quattrocento il vicariato 
della Spezia ed ottocento le tre podesterie. La città 
di Genova dava quattrocento balestrieri, milizia scel¬ 
tissima e assai ìiputata; Varazze, Savona e Noli, da¬ 
vano mille fanti ; Albenga, i Doria d’ Oneglia e i si¬ 
gnori della Lengueglia, quattromila; Filippo Doria, 
del Sassello, cinquanta balestrieri ; Giovanni Aloise del 
Fiesco e gli altri parenti suoi, si mettevano alla di¬ 
screzione del Doge; gli Spinola di Luccoli, così quelli 
che possedevano castella, come quelli che non ne pos¬ 
sedevano , erano obbligati a fornir per un mese du- 
gento balestrieri ; quanto al Doge, ne metteva del suo 
quanti bisognassero. E questi dovevano essere i più 
numerosi e più certi nel carneo. 

Invero, non si poteva a que’ tempi far troppo asse- 



— 113 — 

gnamcnto sulle forze comandate, e qnesto non già 
per manco di prodezza nei combattenti, bensì per la 
poca e varia durata del loro servizio. Comuni e feu- 
datarii non usavano imporlo che por breve stagione, 
talvolta di trenta dì, come nel caso citato degli Spi¬ 
nola, tal altra di quaranta; spirato il qual termine, le 
milizie in tal guisa raccolte lasciavano a mezzo T im¬ 
presa meglio avviata e si sbandavano tosto. Bene per 
moneta, o grazia speciale, si consentiva al comandante 
un servizio più lungo; ma questo per privati accordi 
dovea stipularsi; ad ogni modo, egli non era da farci 
a fidanza. Perciò, in ogni impresa, occorreva ai co¬ 
muni ed ai principi aver gente in altra maniera, e, 
a dirla in poche parole, pigliar mercenarii in condotta. 

Il nomo solo di mercenarii è un doloroso ricordo 
per noi italiani. In quelle soldatesche vaganti era la 
forza, e la loro prevalenza nelle guerre del medio evo 
ci spiega come fosse possibile lo imperversare di tante 
fazioni e il soverchiare di tante tirannidi. Piccoli co¬ 
muni inghiottiti dai grandi; questi oppressi dalla vio¬ 
lenza di un solo, o lacerati dalle gare di molti; discordie 
tirate innanzi fino alla calata di un più possente ne¬ 
mico, che aggravi la sua mano di ferro sulla contesa 
città; vicarii d’impero e vicarii di Chiesa, con tradi¬ 
menti e raggiri, fatti padroni di vaste provincie, in¬ 
cautamente preparate a stimolare la cupidigia di 
stranieri monarchi ; questo ed altro hanno procacciato 
i mercenarii all’Italia. 11 bisogno, nei comuni e nei 
principi, di guerreggiarsi 1’ un V altro , aveva tirato 
quella peste tra noi, e le grosse paghe avean fatto 
della milizia un gradito mestiere ; laonde privati cit¬ 
tadini e gentiluomini agli sgoccioli radunavano spesso 
Barrili. Castel Gaconc. 8 



— 114 — 

un certo numero di cavalieri e di fanti, coi quali an 
davano a soldo del migliore offerente. 

Forastieri in principio, furono italiani dappoi. Ita¬ 
liano , per citarne uno fra tanti, era quell' Astorre 
Manfredi che comandava nel 1379 quella terribile com¬ 
pagnia della Stella, mandata da Bernabò Visconti a 
molestare il territorio dei Genovesi. Questi, per altro, 
il 24 di settembre di quel medesimo anno, la ruppero 
sulla spianata del Bisagno, tuttoché forte di ben quat¬ 
tromila uomini e saldamente appoggiata alla collina 
d’Albaro, menando prigione il maggior numero e de¬ 
putando un commissario a giudicarli. Aveva egli dal 
Comune il mero e misto imperio e la podestà della 
spada, affinchè procedesse juris ordine servato et non 
servato, cioè a dire che potesse giudicare sommaria¬ 
mente. E così fece messer Giorgio Arduino, che tale 
aveva nome il fiero magistrato, mandando tutti que'scel- 
lerati predoni alle forche. 

Ma lasciamo in disparte le grandi compagnie, che 
non entrano nel nostro povero quadro, e ristringia¬ 
moci a parlare di quelle piccole masnade di ventu¬ 
rieri , che, datisi al mestiere dell’ armi, cominciavano 
ad essere caporali di lancia, e, venuti in fama di pro¬ 
dezza, riuscivano a far manipolo di gente, che poi con¬ 
ducevano a’servigi di questo e di quello. La loro con¬ 
dotta era di tre sorte. Dicevasi che un condottiero 
serviva a soldo disteso, quando egli, con un dato nu¬ 
mero di cavalli e di fanti, militava operosamente sotto 
il comando del capitano generale; era in quella vece 
condotto a mezzo soldo quando, senza obbligo di pas¬ 
sare la mostra, e in forma di compagnia, guerreggiava 
a suo bell’agio le terre sopra le quali era mandato; 



— 115 - 

da ultimo, stava in aspetto quando, per certa piccola 
paga , il principe, o comune che fosse, teneva impe¬ 
gnata a suo prò* la compagnia del condottiero, per ogni 
caso di guerra. 

A tal gente aveva fatto capo il Doge di Genova, 
per rafforzare l’esercito d’ un buon nerbo di cavalli o 
di fanti. E sotto il comando di messer Pietro Fregoso 
erano venuti in condotta per tutto il tempo che avesse 
a durare la guerra, Firmiano Migliorati con dugento 
fanti, Francesco Bolognese con quattrocento, Vecchia 
da liOdi con cinquecento, Santino da Riva, lombardo 
egli pure, con altri cinquecento, Bombarda di Nè con 
trecento, Giovanni di Trezzo con trecento del pari o 
Pietro Visconte con dugento cinquanta. Cinquecento 
ne aveva Bartolomeo da Modena ; dugento per cia¬ 
scheduno Giovanni da Cuma, Soncino Corso e Carlo 
del Maino ; trecento Cipriano Corso, duecento Anto¬ 
nello da Montefalco ed altrettanti il Vecchio Calabrese; 
cento il Giovine Calabrese, cento Battista di Rezzo, 
come Carlino Barbo, Bertone Maraviglia e Bertoncino 
il Poccio, da ultimo, ne aveva cinquecento egli solo. 

Parecchi portavano anche condotta di lancie. Cin¬ 
quanta ne comandava Firmiano Migliorati; venticinque 
Santino da Riva; dieci per ciascheduno Bartolomeo da 
Modena e Giovanni da Cuma; venticinque Beltramino 
da Riva. 

E qui bisognerà fermarsi un tratto per dire che 
cosa fossero le lancie. Parlo pei meno intendenti di 
questo astruserie militari, che pure ricorrono tanto 
frequenti nelle storie italiane anteriori alla prevalenza 
dei cannoni e degli schioppi maneschi. 

Nella cavalleria, più che nei fanti, era a que’ tempi 



— 116 — 

il nerbo delle battaglie. Questi, -se arcadori e baie* 
strieri, incominciavano la pugna; i cavalieri vi face¬ 
vano poscia lo sforzo decisivo. Sepolti, per cosi dire, 
entro a montagne di ferro, portati da cavalli smisu¬ 
rati e coperti anch'essi di ferro, correvano a furia gli 
uni sugli altri, e vincitore era facilmente colui che 
levasse il nemico d’arcione. Il ferire, essendo intatte 
le armature, non tornava agevole, salvo in un punto, 
cioè sotto l'allacciatura dell'elmo. E a ciò, se il cava¬ 
liere non reputava più utile imporre un riscatto al 
caduto, badavano i serventi del vincitore e gli altri 
fantaccini accorsi nella mischia. 

Così poderosamente armato e bisognoso d'aiuti, il 
cavaliere aveva sempre un cavallo di riserbo, talvolta 
anche due, ed un manipolo di pedoni con sé. Potevano 
esser quattro e cinque, non mai meno di tre serventi, 
uno dei quali armato di balestra, e un altro di lancia, 
o di partigiana. Costoro si chiamavano anche sac¬ 
comanni ; gli altri si diceano paggi, o ragazzi, nel 
primo significato del vocabolo, che è quello di servi, 
adoperati in umili esercizi. E tutta questa famiglia 
dicevasi lancia, giusta il costume degl' inglesi ventu¬ 
rieri calati in Italia, che tolsero il nome dall' arma 
principale del combattente; laddove, più anticamente, 
da noi i cavalieri erano detti militi, per antonomasia, 
quasi i soli che meritassero tal nome, o barbute, o 
elmetti, dalla più nobil forma dell’armatura del capo. 
Quest'elmo, un panzerone di ferro e un'anima d'ac¬ 
ciaio sul petto, bracciali, cosciali e schinieri di ferro, 
erano le difese del cavaliere; daga e spada soda, lan¬ 
cia a posta sul piè della staffa, erano l'armi di of¬ 
fesa. 



— 117 — 

Nomi diversi, secondo i tempi e le fogge del loro 
armamento, avevano i fanti. Portavano giaco e cer- 
velliera di ferro, spada e mazza, oppure una picca di 
smisurata lunghezza. Dicevansi tavolaccini e palvesa- 
rii i balestrieri che combattevano al riparo d’un tavo¬ 
laccio, o d'un palvese, scudi alti quanto la persona e 
terminati in punta, che si conficcavano in terra. Le 
balestre (chi noi sa?) erano aste di legno, cui s’adat¬ 
tavano archi di ferro; le maggiori avevano un piede, 
di guisa che il balestriere non durava altra fatica che 
di tenderle, appuntarle e scoccarle; altre, più grandi, 
e dette balestroni, o spingarde, specialmente adoperate 
nella difesa, o nell'assedio delle fortezze, si montavano 
la mercé d’una girella e scagliavano tre verrettoni, e 
all'occorrenza anco pietre. 

L’argomentò mi tirerebbe a parlare eziandio delle 
macchine; ma il troppo stroppia e fo punto. Tra fanti e 
cavalli, bombardieri, artefici e bagaglioni, erano forse 
quindicimila sotto i comandi del Fregoso, all'impresa 
del Finaro. Pochi erano i cavalieri in paragone degli 
altri ; ma i luoghi montuosi e ristretti in cui era 
portata la guerra, non richiedevano gran nerbo di 
gente a cavallo. Del resto, in aiuto alle lande , mili¬ 
tavano con messer Pietro molti nobili genovesi, e tra 
essi quasi tutti i giovani della casata Fregosa. 

Le prime bandiere giunsero in vista del Finaro il 
giorno che era stato indicato, cioè a dire il 5 del 
mese di dicembre. Le vedette collocate dal marchese 
al passo delle Magne, si ritrassero a Verzi e di là 
fino al Calvisio, per dare avviso deli'approssimarsi del 
nemico. Galeotto aspettava il Fregoso al passo di Val 
Pia, per sbarattare le prime compagnie che si fos- 



— 118 — 

sero perigliate laggiù. Ma messer Pietro non avea 
fretta di calare nella valle ; per quattro giorni intieri 
stette sul poggio di Castiglione, aspettando Farrivo di 
tutta la sua gente; e frattanto gli artefici, per suo 
comando, prendevano a far bastita in quel luogo. 

Dicevasi bastita, o battifolle, queir edifizio che un 
esercito innalzava in prossimità del nemico, per co¬ 
mandare un passo contrastato, o una città assediata, 
ed era alcun che di simile al vallo degli antichi ro¬ 
mani e al campo trincierato degli eserciti moderici. 
Facevasi di legno e di pietre, munivasi di steccato, di 
scarpa e di fosso tanto più profondo quanto più era 
consentito dal tempo e richiesto dalla poca eminenza 
dei luoghi. Colà dentro riparava V esercito con tutte 
le sue salmerie ed ingegni di guerra, così per custo¬ 
dirsi da un colpo disperato del nemico ed aver tempo 
a mettersi in arme, come per tornarvi a rifugio e 
riordinarsi nel caso d’una sconfitta. 

Messer Pietro era uomo avveduto e non gli acca- • 
deva mai di badare ad un negozio, che non ponesse 
niente in pari tempo a tutte quelle cose che potevano 
aiutarne il buon esito. La sua bastita non appariva 
una delle solite a farsi in somiglianti occasioni; ca¬ 
pace era e fortissima, con quattro torri sugli angoli, 
come so anche di là dond’era venuto temesse egli un 
assalto. Que* monti, che scendevano dirupati fin presso 
al mare, gli parean traditori, ed egli inoltre, quanto 
al senno di poi, non voleva rimorsi. 

Quella bastita, del resto, anche avanzandosi egli col 
grosso delle schiere entro la valle del Finaro, doveva 
rimanere il suo ricettacolo, il suo emporio, la sua 
piazza forte. Però l'aveva innalzata in luogo così emi- 



— no — 

nente e lontano, e fatta così ampia, così valida¬ 
mente munita. I Finarini, che stavano spiando tutto 
ciò dalle loro bel tresche e batti fredi rizzati sui colli 
di rimpetto, incominciavano a beffarsi di questo Fa¬ 
bio temporeggiatore, e delle sue fabbr iche tanto lon¬ 
tane. 

— Scenda, — dicevano essi, — venga alla prova 
sotto le mura di Castelfranco e vedrà se, scompigliato 
al primo urto, gli riesce di tornare in salvo su quella 
bicocca. — 

E messor Pietro, la mattina del 14, bravamente di¬ 
scese. Santino da Riva, colle sue lande, correva sulla 
sponda sinistra del torrente di Pia, per assicurare le 
spalle deir esercito dalle imboscate nemiche. I quat¬ 
trocento balestrieri di Genova calarono in beirordine 
sotto il comando di Nicola Fr%oso, giovin cugino di 
Pietro, e s’avviarono verso la foce del torrente. Giunti 
ad un luogo coltivato, che avea nome di Vigna Donna, 
si fermarono, con gran meraviglia dei difensori di 
Castelfranco, che si aspettavano un assalto e stavano 
ai parapetti, pronti con verrettoni, sassi e pece bol¬ 
lente, a respingerli. Questo per la difesa del castello; 
ma dietro ai saglienti dei bastioni c’era preparato del¬ 
l’altro , per attaccar battaglia sul lido. Erano colà 
forse due mila Finarini appostati, che dovevano piom¬ 
bare sul nemico, a mala pena si fosse avventurato 
all’assalto. 

Ma messer Pietro non volle pigliarsi la briga di 
andarli a cercare. Piantatosi a Vigna Donna, accennò 
di volervi attender battaglia, e, poiché questa non gli 
fu data, di volervi dormire. E giunse diffatti la sera, 
senza che egli si fosse scostato di là. Il luogo doveva 



— 120 — 

piacergli di molto, poiché egli ci stava ancora la mat¬ 
tina vegnente; anzi ci avea messo casa. Il principio 
d’uno steccato appariva in quel luogo; il fosso era 
scavato in giro e il cavaticcio ammontato a rincalzo 
dei pali, minacciosamente aguzzi e appuntati all’ingiù. 
Quello era stato il lavoro di tutta la notte, e certa¬ 
mente messer Pietro ci aveva fatto vegliare la metà 
deiresercito. Di torri non c'era ancor segno in quel 
luogo; chè sarebbero state opere inutili. Il palazzo di 
Gandolfo Ruffini, murato in quella vigna, era parso 
la man di Dio al prudente capitano, che n'avea fatto 
il mastio della sua nuova difesa. Una strada coperta, 
tutta irta di punte , metteva dal battifolle improvvi¬ 
sato fino alla bastita del poggio di Castiglione. 

I difensori di Castelfranco incominciarono a capire 
il disegno di messer dietro. Voleva esser sicuro del 
fatto suo, il capitano genovese, e dar battaglia colle 
spalle al coperto. E quanta riserva di pali faceva por¬ 
tar tuttavia da lunghe file di bagaglioni! Ormai ce 
n’erano tanti accatastati là dentro, da farne, non che 
una doppia, o tripla stecconata, una selva. 

Cosi passò la giornata del 15 ; i Genovesi lavorando 
senza posa a rafforzare il battifolle e portando sempre 
nuovo legname; i Finarini aspettando un assalto da 
alcune compagnie di fanti, che proteggendo i lavori 
dei manovali, accennavano di avvicinarsi a Castel¬ 
franco. Erano giunti a due balestrate dalle mura, nel 
luogo detto di San Fruttuoso, poco stante dalla spiag¬ 
gia del mare; ma non s’inoltravano di più. 

— Che diavol fanno? — si chiedevano i difensore 
di Castelfranco l’un l'altro. — Oramai, il battifolle di 
Vigna Donna è diventato una legnaia. 



— 121 — 

— Provvedono forse ai casi loro per quest’inverno, 
che sarà freddo laggiù. 

— V’appiccherà il fuoco messer Galeotto, statene 
certi ; e di qui ci vogliamo goder la fiammata. -— 

Questi i ragionari sul parapetto. Intanto giungeva 
la notte, senz’altro di nuovo per tutto quel dì, tranne 
qualche colpo di balestra scambiato sul lido tra le 
vedette dei Finarini, appostati sotto Castelfranco, e 
alcuni più audaci scorridori nemici. 

La notte fu buia e tempestosa; soffiava il libeccio 
e il mare frangeva rumoroso alla spiaggia. Tuttavia, 
dall'alto dei bastioni si udiva un continuo rumore nel 
campo, un alternarsi di voci, un cozzar di ferri, un 
cigolar di ruote, ed anche un picchiar di martelli e 
di badili, che indicavano una strana assiduità di la¬ 
voro. 

Messere Antonio del Carretto, che con sessanta ani¬ 
mosi ed esperti soldati difendeva il castello, venuto 
nel cuor della notte, com’era debito di buon capitano, 
a fare la sua passeggiata lunghesso le mura, non du¬ 
bitò di attribuire quello strepito di carri allo avan¬ 
zarsi delle macchine da fuoco, che il giorno vegnente 
avrebbero preso a fulminare la ròcca. Quanto ai ba¬ 
dili e ai martelli, pensò che continuassero il lavoro 
del giorno addietro, e non vi badò più che tanto. 

— A domani, dunque ! — diss’egli. — L’assalto è 
imminente. — 

E in questa credenza, mandò un soldato ad avvi¬ 
sare il cugino Galeottto, che i Genovesi portavano 
innanzi le artiglierie. 

Venne finalmente V alba, quantunque grigia, pia- 
gnolosa e svogliata. Ma i suoi incerti barlumi non 



* 


_ 122 — 

rischiararono nessun apparecchio di macchine, e in 
quella vece si vide un nuovo steccato a San Frut¬ 
tuoso, come la mattina antecedente lo si era veduto 
a Vigna Donna. E l’uno appariva collegato all’altro, 
come ambedue alla bastita di Castiglione. 

Capirono allora i difensori del castello che cosa si¬ 
gnificasse la legnaia del giorno addietro, e stupefatti 
domandarono a sè stessi se i Genovesi intendevano di 
andar oltre a quel modo, sotto i loro occhi, fino alla 
vista della Marina. 

La cosa non era dèi tutto improbabile. I Genovesi 
andavano meritamente famosi in tutta la Cristianità, 
ed anco in Turcheria, per la loro eccellenza nelle 
opere di legname, usate alla espugnazione della città. 
Quest’arto l’avevano ereditata da Guglielmo Embriaco, 
di cui ho raccontato altrove le mirabili imprese. 

Per altro, dal valoroso Capodimaglio avevano anche 
ereditato il costume di menare arditamente le mani, 
e non era da credere che volessero lavorar di accette 
• e martelli più del bisogno. Certo, se avevano fatto 
tre hastite in cambio d’una, egli c’era il suo bravo 
perchè. 

Ed erano riusciti una meraviglia, quei tre Latti¬ 
folli, quantunque edificati all’infretta. Per una lunga 
diagonale, dal poggio di Castiglione insino a San Frut¬ 
tuoso, dove la spiaggia del mare incomincia a restrin¬ 
gersi sotto l’eminenza di Castelfranco, si stendeva non 
interrotto un ciglione, protetto da fosso e steccato. 
Il marchese Galeotto, che era accorso di buon mat¬ 
tino al castello, non potè* rattenersi dallo ammirare 
l'operosità e T avvedutezza militare del suo avver¬ 
sario. 



— 123 — 

Per contro , il non vedere le artiglierie sugli ap¬ 
procci, diè grandemente da pensare al marchese. Il 
nemico se ne stava cheto nel campo ; solo erano usciti 
pochi drappelli di balestrieri, correndo un tratto del 
lido, sulla fronte delle opere avanzate, e scambiando, 
come il giorno addietro, qualche colpo co’suoi. Bada¬ 
luccavano; e frattanto messer Pietro proseguiva qual¬ 
che suo alto disegno, che a lui non venia fatto d’in¬ 
tendere. Forse non ne aveva alcuno ; ma in guerra, 
e pel nemico che deve indagare ogni cosa o fondarsi 
su tutti i possibili e su tutti i probabili, averne e 
non averno è tutt'unò; sconcerta sempre e fa rima¬ 
nere sospesi. 

Ora, l’incertezza non garbava punto al marchese 
Galeotto; il quale volle averne l’intiero, andando sul 
nemico da due parti, di fronte e di fianco, dalla Ma¬ 
rina e dalla valle di Pia. Il Fregoso poteva non aver 
altro in mente che di espugnare Castelfranco, chiave 
del marchesato dalla parte del mare , N e forse trac¬ 
cheggiava, vuoi per compiere le sue opere di difesa, 
vuoi per aspettar gente , o artiglierie che gli man¬ 
cassero ancora. In questo caso, un assalto dei nemici 
doveva tornargli molesto; ragion questa per testarlo 
di colta. 0 meditava , tenendo a bada i nemici sulla 
Marina, di andarli a pigliar dalle spalle sui menti, 
e l’assalto improvviso anche da quella banda riusciva 
a guastargli il disegno. Pareggiate in una data mi¬ 
sura le forze, chi assalta ha sempre bel giuoco. 

A pareggiare le forze, ed anche un pochino le sorti, 
che sogliono quanto quelle aver peso nella bilancia, 
non parve a Galeotto esserci partito migliore che 
quello di una incamiciata. Nel fìtto delle tenebre la 



— 124 — 

pochezza del numero non faceva danno, anzi tornava 
a vantaggio, purché i meno avessero cuore ; inoltre, 
nello scompiglio d’un assalto non aspettato, una linea 
così lunga di accampamento si difendeva men bene che 
a giorno chiaro, contro un numero tre volte maggiore. 

Così pensando, sceglie cinquecento de* suoi più ani¬ 
mosi e provati ; li fa calare a tarda sera dal monte 
che corre alle spalle di Castelfranco e si rovescia con 
essi sullo steccato di Vigna Donna. Dalla marina al¬ 
tri ne escono in numero di forse trecento, e li co¬ 
manda Barnaba Adorno, che non ha voluto abbando¬ 
nare il suo ospite, poiché il giorno delle tristi prove 
é giunto ancora per lui. Questi e gli altri hanno in¬ 
dossato una camicia sul giaco, per riconoscersi nella 
mischia a vicenda. 

Tutto andò francamento come avea disegnato il 
marchese. Prima a dar dentro furono gli uomini di 
Barnaba Adorno, dalla parte di San Fruttuoso. Giun¬ 
sero senza intoppo sino aliarlo del fosso, lo colma¬ 
rono con fascine, tempestarono di colpi la stecconata, 
e fecero impeto nel battifolle. Ma lì, a poca distanza 
dalle prime difese, 1* ingegno acuto di messer Pietro 
avea seminato i tranelli, facendo scavare carbonaie 
e bocche di lupo, nelle quali cascarono molti assali¬ 
tori a rinfusa. Lo scompiglio fu grande e poco il 
danno degli assedianti, che tosto si fecero addosso ai 
malcapitati ed appiccarono la zuffa. 

Messer Pietro, dati i comandi più urgenti a spro¬ 
nare il coraggio de’suoi, e lasciato in quel luogo il 
cugino Nicola, si partì dallo steccato di San Frut¬ 
tuoso per correre indietro* a Vigna Donna. Il suo di¬ 
segno non era stato indovinato dal marchese, ap- 



— 125 — 

punto perchè era il più semplice. Pietro aspettava 
quell'assalto notturno, e volea trarne profitto, per mo¬ 
strare ai nemici la saldezza delle‘opere sue. Ora l'as¬ 
salto dato, a San Fruttuoso, sulla fronte ristretta e 
quasi cuspidata del campo genovese, non gli pareva 
che una finta, laddove il gran colpo doveva esser fe¬ 
rito sul fianco, alla bastita di Vigna Donna. 

IJsè s’ingannava. Sorpreso e rovesciate le scolte, si 
scagliava appunto allora il marchese sullo steccato. 
Rami, sarmenti, pietre, e quanto poteano avere alle 
mani, tutto gittavano i suoi fanti animosi nel fosso, 
per far la colmata. Incitandoli coll’esempio, fu egli il 
primo a scrollare con braccio poderoso i pali, a rom¬ 
perne la traversa a replicati colpi di scure, balzar 
dentro del varco, faticosamente aperto nel palancato, 
e, menata a tondo F arme villana, incignare gagliar 
demente V attacco. 

Ma se per avventura fu terribile il colpo, non riuscì 
la difesa men fiera. Al grido delle scolte, allo stre¬ 
pito dei nemici accorrenti, si erano levati in armi i 
soldati genovesi e colle partigiane spianate venivano 
incontro a quelle bianche fantasime, piombate allora 
nel campo. Dàlli, dalli ! San Giorgio e Fregoso l Am¬ 
mazza, ammazza! San Giorgio e Carretto! E la mischia 
s’impegnò d'ambe le parti accanita. 

Messer Pietro, uomo di partiti se altri fu mai, per met¬ 
tere lo scompiglio in mezzo ai nemici e far vedere in pari 
tempo alla sua gente come pochi fossero costoro e in poco 
spazio ristretti, comandò di portare innanzi fascine inca¬ 
tramate, appiccarvi il fuoco e gittarle a tutta forza di 
là dalla chiusa. I molti cne ancora non avevano po¬ 
tuto penetrarvi e che facean ressa al palancato, so- 



- 126 - 

praffatti da quella pioggia di fuoco , dovettero dare 
indietro solleciti e sparpagliarsi pei campi; intanto 
una torbida luce rischiarò gli assalitori alle spalle e 
mostrò ai genovesi quanto poco di terreno avessero, 
con tutto il loro impeto, guadagnato i nemici. Frat¬ 
tanto il Picchiasodo, che non avea niente a fare del 
suo mestiere, e sempre si doleva di stare colle mani 
alla cintola, imbattutosi in una catasta di pali aguzzi 
che erano avanzati agli artefici, prese, colla fretta di 
un uomo che lavorasse a cottimo, a sfrombolarne gli 
assalitori. Volavano i tronchi l'un dopo 1’ altro, rom¬ 
bavano in aria, cadeano nel fitto dei combattenti, am¬ 
maccavano le cervelliere, rimbalzavano sulle braccia, 
chi coglievano di punta e chi di schiancio, facendo 
ognun d’essi il lavoro di quattro soldati. Anche il 
marchese Galeotto ebbe a saggiarne la forza, che uno 
di quegl’ insoliti verrettoni gli portò via netta la scure 
dal pugno. Anselmo Campora seguitava a picchiare (e 
come sodo!) mostrando coi fatti di non averlo scroc¬ 
cato, il suo soprannome di guerra. E intanto, dàlli, 
dàlli, ammazza, ammazza, le grida cozzavano come i 
ferri; San Giorgio e Fregoso, San Giorgio e Carretto 
s'incontravano in aria, accompagnati salivano al cielo. 

Il povero santo delle battaglie sicuramente udì 
quelle invocazioni notturne, dal luogo de’ suoi celesti 
riposi ; ma io porto opinione che egli, per non sapere 
a cui porgere orecchio, tagliasse corto, dicendo che 
la notte è fatta per dormire, e si voltasse dall’ altro 
lato, lasciando a’ suoi divoti la cura di levarsi d’im¬ 
paccio da sè. 

Grande fu l'uccisione da ambe le parti. Ma gli uo¬ 
mini di Galeotto non potevano, con tutta la loro ma- 



— 127 — 

ravigliosa prodezza, fare un passo più oltre, serrati 
com’erano e oppressi da una moltitudine di nemici. 
Oltre di che , dalla parte di San Fruttuoso era ces¬ 
sato il frastuono delle voci e delibarmi; segno che 
Barnaba non avea potuto sfondare la cerchia dei Ge¬ 
novesi e aprirsi l'adito fino ai compagni d'attacco. 

Allora Galeotto comandò la ritirata, e, perché non 
avesse a mutarsi in dirotta, con un pugno de'suoi mi¬ 
gliori la protesse egli medesimo fin oltre il fosso; 
indi, col favor delle tenebre, né volendo messer Pie¬ 
tro arrisicare i soldati in una caccia notturna, potè 
ricondursi in aalvo a Caivisio. I Genovesi profittarono 
delle ore che ancora avanzavano al romper dell'alba, 
per isgomberare il fosso e rifar lo steccato. 

Passarono quattro o sei di senza cose notevoli. 
Messer Pietro faceva le mostre di dormire. Sapeva 
prodi i Finarini e, da buon capitano, mirava a stan¬ 
carli, a condurli allo stremo, senza spreco de'suoi. Il 
Picchiasodo solea dire che messer Pietro faceva come 
la gatta di Masino, che chiudeva gli occhi per non 
veder passare i sorci ; e frattanto si struggeva di 
quella inerzia apparente. 

Un giorno, usando di quella dimestichezza che aveva 
col capitano generale (dimestichezza nata nel vivere 
un tal po’ brigantesco, che anni addietro aveva fatto 
con esso lui su quel di Novi) se ne lagnò apertamente 
con messer Pietro, padrone suo riverito. 

— I pigionali della colombaia, — diceva egli, ac¬ 
cennando ai difensori di Castelfranco, — son liberali 
a lor posta, mandandoci ad ogni tratto qualche rc- 
galuccio coi màngani, e a me la mi cuoce , di non 
poterli rimeritare con qualche pera zuccherina del 



— 128 — 

nostro orto. Anche la signora Ninetta ne ha, son per 
dire, uno spasimo, e se la mi crepa un giorno o l'al¬ 
tro, state sicuro che gli é proprio di stizza. — 

La signora Ninetta era, come il lettore arguto avrà 
indovinato alla prima, una bombarda, e aggiungerò 
la più bella del campo e la prediletta di Anseimo 
Campora, che amava caricarla e darle il fuoco egli 
stesso, senza aiuto di valletti. 

— Chétati, via ; — gli disse di rimando messer 
Pietro ; — c' è tempo a tutto. Prima di metter mano 
alle artiglierie, dobbiamo impadronirci della Marina 
e piantarci saldamente a cavallo. Che diresti di me 
se, mentre tu fossi qua a sfrombolare quella colom¬ 
baia, come la chiami tu per dispregio, non ricordando 
che l’hanno murata i Genovesi tuoi padri, io lasciassi 
calare quattromila uomini a far impeto sui tuoi pas- 
savolanti, cortane e falconi, in un luogo dove non 
potrei certo spiegare tutta la mia gente in battaglia ? 

— Voi dite sempre bene, messer Pietro, e meglio 
operate ; — rispose il Picchiasodo ; — ma infine, sa¬ 
pete, amor di padre..., 

— Sì, ai, lo capisco; — interruppe l'altro ridendo, 
Dirai dunque alla signora Ninetta che stia di buon 

animo, e si risciacqui la bocca, che presto avrà da 
osare tutti i suoi vezzi e le sue moine più dolci. — 

E messer Pietro mantenne la parola. Nella notte 
sopra l'Avvento, assicuratosi con una grossa guardia 
di fanti dalla parte di- Calvisio, che il nemico non 
8' attentasse di molestarlo sui fianchi, s'inoltrò verso 
la Marina col grosso dell’ esercito. Da Castelfranco 
adirono lo scalpiccio di quella grande passata ; ma, 
per la notte buia non potendo aggiustar la mira, poco 



— 129 — 

o nissun danno arrecarono coi verrettoni e coi sassi 
alle spedite compagnie del Fregoso. 

Il marchese Galeotto, col fiore de* suoi combattenti, 
aspettava il nemico alle prime case della Marina. Furioso 
lo scontro ; accanita la pugna ; i Finarini fecero mi¬ 
racoli di valore per una intiera giornata. Quivi si se¬ 
gnalò Paolo Adorno, nipote di Barnaba, combattendo 
a corpo a corpo con Giovanni di Guma, che fu bal¬ 
zato d’arcioni e campato a fatica dai suoi serventi e 
compagni. 

Vantaggio di quella giornata, in apparenza, nessuno. 
I Finarini, a maggior sicurezza e fors’anco ad insidia, 
si ritrassero sotto le mura del Borgo; i Genovesi, 
padroni della Marina, non ardirono di mettervi il 
campo, e solamente vi collocarono alcuni drappelli per 
invigilare il nemico. 

Per altro, messer Pietro si sentiva oramai da quella 
parte aver le mani più libere, e allora comandò ad 
Anseimo Campora di condurre innanzi le artiglierie, 
per battere finalmente il castello. 

Erano queste artiglierie, con nome vecchio, una 
cosa nuova, cioè vere armi da fuoco, non più mac¬ 
chine da trarre per forza di contrappeso, o di ten¬ 
sione , come usavasi dapprima. Una polvere infìam-. 
mabile, che alzava per la propria virtù esplosiva corpi 
leggieri in cui fosse rinchiusa, era conosciuta dugento 
e più anni addietro ; ma per assai tempo si restrinse 
a far volare certi razzi, nè fu usata ad avventar palle 
e saette, se non intorno al 1300. I cannoni, le spin¬ 
garde, gli schioppi, che furono le prime armi da fuoco, 
erano canne di bronzo, e di non grave dimensione, 
adattate ad un fusto di legno. Semplici in principio 
Barrili. Castel Gacone. . 9 



— 130 — 

e quasi manesche, le nuove artiglierie s’ingrandirono 
man mano e si fecero più complicate. La bombarda, 
ad esempio, che fu la più grossa e che apparve dopo 
la prima metà del secolo XIV, constava di due parti 
disuguali; l'anteriore, chiamata tromba, era una spe¬ 
cie di mortaio di forma conica, a cui s'adattava un 
gran sasso ritondato e ravvolto in pelle, o tela ce¬ 
rata; la posteriore consisteva in un cilindro, in cui 
si metteva la polvere , e dice vasi mascolo, per essere 
in quella il maschio della vite che collegava i due 
pezzi. Nè sempre la carica si faceva con un sasso, ma 
altresì con un cartoccio di scaglia, fasci di verrettoni, 
fuochi artifìziati, bigonci di sassi, canestre, sacchetti 
d'ogni minutaglia, o fosse di piombo, o di ferro. 

Colla bombarda si apriva la breccia nelle muraglie 
e nei ripari nemici; ma,essendone i tiri troppo rari, 
usa vasi tener lontani dalla breccia i difensori, facendo 
spesseggiare colà i colpi d'artiglierie minori, che erano 
bombardelle , falconi, colubrine , cerbottane , ribadoc- 
chini. Inoltre, una bombarda di mezzana grandezza 
dicevasi cortana; passavolante la bombarda più lunga. 

Toglievasi la mira con due traguardi, collocati alle 
due estremità della tromba, e alzando e abbassando 
la parte anteriore del pezzo, con piuoli, o zeppe di le¬ 
gno. La vite di taira doveva essere un trovato del 
moltiforme ingegno di Lionardo da Vinci. La carica, 
poi, non si accendeva colla miccia, bensì con ferro 
rovente, in forma di uncino , che si accostava al fo¬ 
cone. Ad ogni colpo fatto, la canna si rinfrescava, 
ungendola d'olio, od anco di aceto ; più tardi 1' acqua 
giustamente prevalse. 

Usavasi anche il mortaio solo, senza la tromba. 



— 131 — 

sotto il nome generico di bombarda ; e forse fu que¬ 
sta la sua forma più anticaglie sottentrò ai màngani, 
ai trabocchi, alle briccole, ingegni di vecchio stampo, 
che tutti traevano, corno il mortaio, in arcata. 

La difficoltà di maneggiare queste armi, il tempo 
soverchio che si spendeva a caricarle, ed anche in 
parte il pericolo che c’era a trattare la polvere, fu- 
ron cagione che l’uso di que’graziosi ordigni per lunga 
pezza stentasse a volgarizzarsi e che per quasi tutto 
il secolo XV T arte della guerra non n* avesse mu¬ 
tamenti essenziali. In molti luoghi i trabocchi e 
le briccole durarono a fronte delle spingarde e dei 
falconetti. Genova , ad esempio, non ebbe bombarde 
lìn dopo la guerra di Chioggia. Il Giustiniani lo nota 
espressamente in due luoghi, accennando la moltitu¬ 
dine delle bombarde veneziane « ritrovate di nuovo 
per questo tempo (1379) » e, aggiungendo più sotto , 
« l’uso delle quali non avevano ancora i Genovesi. » 

Tre di questi ingegni poderosi furono adunque ti¬ 
rati avanti, per comando del capitano generale, e il 
buon mastro dei bombardieri li fece collocare di fronte 
al castello. Altri ne furono piantati li presso, ma .di 
minor mole, detti cerbottane e falconi, e la mattina 
del 10 di gennaio incominciò la serenata , come il 
Picchiasodo la chiamava, in quel suo stile faceto cho 
i miei lettori conoscono. 

Dominava il concerto la signora Ninetta, che ad 
ogni colpo gettava un sasso di cinquecento libbre. Il 
suo primo saluto andò a dirittura a cascare dentro il 
castello, come impromessa di altri, non meno aggiu¬ 
stati ed efficaci, che dovevano uscire dalla sua bocca 
d oro. 



— 132' — 

• E questi non si fecero molto aspettare. Anseimo 
Uampora (ho già detto che il cavalier servente della 
signora era lui in persona) levò una zeppa di le¬ 
gno di sotto alla gola della bombarda, le abbassò il 
mento d'altrettanto spazio, le fece posar tra le labbra 
una di quelle giuggiole che ho detto di sopra, tolse 
l’uncino rovente dai braciere, l’accostò al focone, e 
tùnfete, mandò il secondo saluto al castello. La palla 
imbroccò il parapetto e, rotolando giù dalla cortina, 
si trasse dietro una rovina di pietre. Un lembo di 
parapetto, colle sue caditoie, era spiccato dal sommo 
delle mura. # 

Intanto che questo accadeva sotto Castelfranco, il 
Vecchia da Lodi, co’suoi cinquecento fanti e una ven¬ 
tina di cerbottane, portate dagli scoppiettieri in ispalla 
e munite d’un piede da porle in terra quando occor¬ 
resse di trarre, s’inoltrò dalla Marina fino ai prati 
dell’Altino, che sono a mezza via tra il Borgo e la 
spiaggia del mare. I lettori hanno già pratica del 
luogo; io aggiungerò che il Picchiasodo, saputo del 
comando dato al suo compagno d’armi, gli aveva rac¬ 
comandato di salutargli tanto e poi tanto un certo 
ostiere suo amico, e di farsi dare un liaschetto di 
quella malvasìa, che teneva in serbo.per gli uomini 
di conto. 

Ohimè, povero mastro Bernardo, quantum mutati»s 
ab ilio! La frasca e l’insegna ce le aveva tuttavia 
sul portone; ma da parecchie settimane non vendeva 
più vino o l’accoglienza era triste. Gli ultimi fiaschi 
glieli avevano bevuti gli uomini del marchese, tor¬ 
nando dal combattimento alla Marina, e se egli non 
si era ritirato ancora nel Borgo, ciò doveva attri- 



— 133 — 

buirsi ad amore del suo povero nido e ad una tal 
quale superstiziosa idea che la sua fuga dovesse tor¬ 
nare di mal augurio alla patria. Fino a tanto che io 
sarò qua, pensava egli nel suo corto cervello, non ci 
verranno a squadronare i genovesi; e dopo tutto, chi 
terrebbe d’occhio queste quattro panche e questi quat¬ 
tro caratelli vuoti? 

Fu un brutto quarto d’ora per mastro Bernardo « 
quello in cui i soldati genovesi comparvero allWltino 
e fecero capo alla sua osteria. Ben si provò il dabben 
uomo a sorridere e a fare inchini a tutte quelle facce 
proibite (almeno, secondo lui, avrebbero dovuto esserlo 
in ogni paese ben governato) ; ma quando il coman¬ 
dante di tutti que’diavoli scatenati gli ebbe detti i saluti 
e l’imbasciata del Picchiasodo, di queU’arnesaccio che 

10 aveva fatto cantare da quel babbio ch’egli era e 
che oramai sentiva di essere, il povero mastro Ber¬ 
nardo fece a dirittura una smorfia. 

— Maledetta lingua! — borbottò egli tra i denti. 

E borbottò ancora di più, quando, sotto pretesto di 
cercargli il vino che non aveva, quei furfanti si spar¬ 
pagliarono qua e là per la casa, sguisciarono in can¬ 
tina e gli sfondarono le botti, che non ci avevano 
colpa. 

Per contro, siccome ogni ritto ha il suo rovescio, 
mastro Bernardo ebbe in quel medesimo giorno ven¬ 
detta allegra di tanto dispetto. Sui prati dell’Aitino, 

11 Vecchi da Lodi si scontrò nei soldati del Finaro 
e lì, fino a tarda sera, altro che botti sfondate ! Cento 
cinque genovesi restarono, tra morti e feriti, sul campo. 
Dei Finarini, che erano appostati in luoghi eminenti, 
o coperti, pochi furono feriti, e questi dalle cerbot¬ 
tane, coi lor tiri di rimbalzo e lontani. 



— 134 — 

San Giorgio, come si vede, tirava innanzi a dor¬ 
mire. 

La mattina vegnente, il Vecchio Calabrese co* suoi 
duecento uomini andava in aiuto al Vecchia di Lodi, 
o ambedue, con impeto temerario, s* inoltravano fin 
sotto le mura del Borgo. Simili spacconate eran co¬ 
muni in que’ tempi. La grande mobilità delle fanterie 
• leggiere, e la nissuna delle nuove artiglierie, che sole 
avrebbero potuto tenere in rispetto gli audaci, con¬ 
sentivano di correre molto paese innanzi e indietro, 
senza fare e senza ricevere gran danno. Questo, come 
disse il poeta, « era il costume dei braveggiatori, che 
fan poche faccende e gran rumori. > 

Senonchè, stavolta i braveggiatori s’ erano spinti 
troppo sotto, e balestroni, e spingarde, e cerbottane 
(che anco di quest'armi da fuoco ne aveano qualche¬ 
duna al Finaro) mandarono un tale diluvio di roba 
assaettata sui malvenuti, che questi furono costretti 
a voltar lo calcagna, e molti, anzi, non fecero a tempo. 

Ma di queste e d’altre maggiori perdite d’uomini, 1 
poco importava al capitano generale. Con simili sca- 
scamuccie e affrontamenti quotidiani, egli teneva a 
bada il nemico, e, meglio ancora, lo aveva sempre sotto 
la mano; frattanto serrava i panni addosso a quelli 
altri cho difendevano Castelfranco. 

Nello spazio di otto giorni, la signora Ninetta e le 
due altro comari che le facevano compagnia, gitta- 
rono su quel povero baluardo la bellezza di cento ses- 
santatre nespole. Per una bombarda, a que’ tempi, sci 
o setto colpi ai giorno erano un bel trarre, e ne ho 
detto le ragioni più sopra. Le mura erano cosi pro¬ 
fondamente scombussolate, che non poteano più reg- 



— 135 — ' 

gersi ; e ad ogni nuovo colpo ne crollavano con alto 
frastuono larghissime falde. Già sui parapetti e lungo 
i ballatoi non si poteva più stare. 

Come il Fregoso vide in tal guisa avviato il lavoro 
del Campora, mandò sotto le mura un araldo. Allo 
squillar della tromba, Antonio Del Carretto, il difen¬ 
sore del castello, si affacciò sulle macerie. 

— Per comando deH'illustrissimo capitano generale 
dei Genovesi, messer Pietro Fregoso, vi è intimata 
la resa; — disse l'araldo; — fatelo, e sia pel vostro 
meglio; se no, tra due ore si dà la scalata e non 
isperi allora di aver salva la vita nessuno. 

— Di ciò non mette conto parlare; .— risposo 
Antonio, con piglio tra non curante e faceto. — La 
guerra ò cosiffatta, e cui non garba il giuoco stia 
co' frati e zappi l'orto. Dite piuttosto, che patti ci fa 
il vostro capitano, se noi si rende questo mucchio 
di pietre? 

— Libera uscita, — soggiunse l’araldo, — e portando 
tutti con voi le armature; ciò consente messer Pietro 
Fregoso, in segno d'onoranza al valore. — 

Il bravo Antonio rimase un tratto sopra pensiero. 
Gli cuoceva di dover cedere e tuttavia ben vedeva di 
non poter resistere più a lungo. Per sé, avrebbe forse 
rifiutato; ma il patto era onorevole pe’ suoi compagni, 
e certo, poiché la difesa avea toccato agli estremi, 
meglio valeva portare a Galeotto cinquanta animosi 
soldati, che seppellirglieli sotto le rovine d'un castello 
perduto. 

Così pensando, chiese ancora che gli si concedesse 
tempo fino al giorno di poi; avrebbe reso il castello, 
se nello spazio di ventiquattr’ ore non gli giungeva 



— 13G — 

soccorso. Messer-Pietro gli fu tanto cortese da re-, 
carsi egli in persona sotto le mura, per rispondergli 
che non poteva contentarlo. Galeotto era chiuso nel 
Borgo e i Genovesi padroni della vallata; cedesse adun¬ 
que, accettasse i patti larghissimi da lui consentiti a 
un così prode nemico, c co’suoi òcchi medesimi, nel 
tragitto dalla Marina al Borgo , si sarebbe sincerato 
della sfidata condizione in cui era. 

Antonio ben vide che non gli restava altro scampo 
e si arrese. Ebbe all’ uscita tutti gli onori che un eser¬ 
cito vittorioso potesse rendere al valore sfortunato, e 
mentre nel campo di San Fruttuoso le bombardelle e i 
falconi facevano gazzarra per questo primo trionfo delle 
armi genovesi, egli si ridusse malinconico ai Borgo, 
coi suoi sessanta compagni, la sera del 18 gennaio. 

— E uno! — aveva detto il Picchiasodo, palpando 
amorosamente il collo della signora Ninetta mentre i 
difensori di Castelfranco passavano muti e dimessi da¬ 
vanti alla loro capitale nimica. — Or viene la volta 
di castel Gavone. — 

L'incontro di Antonio col marchese Galeotto alle 
porte del Borgo fu commovente. Antonio, triste e ra- 
umiliato, quasi non ardiva alzar gli occhi a guardare 
il cugino; ma Galeotto gli andò incontro con piglio 
amorevole, lo abbracciò e di altro non ebbe cura che 
di confortarne lo spirito. 

— Di che vi accorate, cugino, quando io trovo 
nella vostra difesa argomento a sperar bene del fu¬ 
turo? La resistenza di Castelfranco ci ha fatto gua¬ 
dagnare un mese di tempo. La lega dei nostri con¬ 
giunti ha avuto agio a raccogliere gli aiuti, che mi 
si annunzia esser pronti a Garessio. Anche di Fran- 



— 137 — 

eia ne aspetto. Noi qui possiamo tener saldo pn anno, 
e in un anno molte cose possono accadere a Genova 
e altrove. — 

Le parole di Galeotto furono molto lodate, come 
quelle che facevano testimonianza d’animo grande e 
in pari tempo avveduto. 

A rinfrancare vieppiù lo spirito de* suoi, quella me¬ 
desima notte egli fece dal Borgo una vigorosa sortita 
generale. Antonio gli aveva detto non esser gran 
gente nella vallata, e Galeotto ne approfittò. Ribut¬ 
tate le prime schiere genovesi, piombò sulla Marina 
prima che il nemico avesse potuto raccapezzarsi, e fu 
tale la furia, che egli pervenne senza contrasto alla 
riva del mare, dov'erano tirate in secco alcune felu¬ 
che e fregate corriere. Tosto i soldati vi balzano den¬ 
tro a farvi bottino, e per tèrmo v’appiccavano il fuoco, 
se l’impresa non portava via troppo tempo; indi, con 
larga preda e buon numero di prigioni, se ne tornano 
indietro. 

Comandava la spedizione Francesco del Carretto, 
figlio a Corrado e cugino di quel Marco, signore di 
Osiglia, che segretamente se la intendeva coi Geno¬ 
vesi. Galeotto lo aveva nominato suo capitano gene¬ 
rale, in omaggio alla Lega, di cui aspettava, siccome 
ho detto, gli aiuti. 

Con questo colpo audace si ricattarono i Finarini 
della resa di Castelfranco. Già l’ho detto e ripetuto; 
san Giorgio ancora non avea preso partito. E lo spi¬ 
rito conturbato di mastro Bernardo, aveva, nel giro 
di pochi dì, una seconda consolazione. A farlo piena¬ 
mente felice mancava tuttavia che un certo Anseimo 
Campora fosse preso e impiccato per la gola. 

Ma già, contenti in tutto, a questo mondo, trovarli! 


— 138 — 


CAPITOLO VII. 

Come Giacomo Pico parlasse a madonna Nioolosina 
e qual risposta ne avesse. 


Riposiamoci un tratto dai combattimenti e dai pen¬ 
sieri di guerra. Il castello Gavone, lontano ancora da 
queste gravi molestie, c'invita. Lassù, in una camera 
alta del torrione dell'Altiere (che guarda alla marina 
da ponente, come il torrioife della Madonna a levante, 
mentre gli altri due, del Marchese e della Polvere, 
guardano, nello stesso ordine, dalla parte di tramon¬ 
tana) c’è il nostro Giacomo Pico, seduto la maggior 
parte del giorno su d'una scranna a bracciuoli, nella 
strombatura d'una smilza finestra, dond’ egli beve la 
tiepida luce del sole. 

La perdita del sangue lo ha infiacchito, lo ha reso 
bianco in volto come un cencio lavato; ma infine , 
quel che gli ha tolto di forza e di fierezza, gli ha 
aggiunto, in una certa misura, di leggiadria. Dico in 
una certa misura, intendiamoci; che non aveste a pi¬ 
gliarlo in iscambio d' un fior di bellezza, nato lì per 
li e sbocciato sottp la penna dello scrittore, per co¬ 
modità delle sue invenzioni. Vo' dire soltanto che il 
ruvido giovinotto s'era in quella occasione raggentilito 
di molto e che aveva fatto una ciera, da pigliarci 



— 139 — 

amoro le donne a cui piacciono le pallidezze e i lan¬ 
guori. 

Madonna Nicolosina e madonna Bannina, figlia e 
madre, come sapete, consolavano spesso di lor pre¬ 
senza il ferito. La Gilda andava e veniva, aliava a 
guisa di farfalla, e trovava modo, ora con un pre¬ 
testo, ora con un altro, di essergli sempre dattorno. 
Nè ciò gli sarebbe dispiaciuto (perché una bella ra¬ 
gazza non fu veduta mai di mal occhio da alcuno) se 
a lui da molti giorni non avesse pigliato la smania 
di restar solo, almeno per dieci minuti, con madonna 
Nicolosina. 

E questo, per l’appunto, questo che desiderava più 
ardentemente, non gli era anche riuscito. In quella 
vece, e più d’ una volta, era rimasta sola con lui la 
Gilda, desiderio e tormento del suo amico Tommaso 
Sangonetto. La fortuna è cieca, avrebbe notato costui, 
se lo avesse risaputo. Ma il lettore, che già conosce 
un cantuccio del cuore di Gilda, penserà con ragione 
che non fosse tutta fortuna, quella che faceva trovare 
la ragazza a quattr’ occhi col ferito. Senonchè, la po¬ 
vera Gilda sprecava ingegno e fatica; Giacomo Pico 
non le aveva mai detto pur una di quelle parole, che 
ella si aspettava sempre da lui. 

Se la Gilda avesse avuto un miccino fi' esperienza 
degli uomini, avrebbe saputo che quando uno di que¬ 
sti bipedi implumi è presso ad una donna non brutta, 
nè sfacente, e non incomincia a coniugarle quel verbo, 
gli è segno evidente che l’ha coniugato, o pensa di 
coniugarlo ad un’ altra. E la Gilda, a guardarsi nulla 
nulla dintorno, avrebbe capito altresì dove fosse l’ar¬ 
gomento delle coniugazioni di Giacomo Pico. Di belle 
ragazze, al castello, non ce n’eran che due. 



— 140 — 

Tornando al ferito, il lettore avrà argomentato di 
leggieri che, se egli poteva pensare ai colloquii e 
mandare dal profondo dell’anima le sue giaculatorie 
alla giovine castellana, il suo non era un mal di morte 
per fermo. Diffatti, la ferita, non essendo delle più 
gravi, si andava rimarginando, e la gioventù, questa, 
gran medichessa che la sa più lunga di tutto il dotto 
collegio, aveva secondato le cure 'del cerusico Ram- 
baldo, che era, per altro, la prima lancetta del mar¬ 
chesato. 

Ma ohimè, se una piaga si era risanata, un* altra 
s'era inciprignita; e questa era la piaga fatta nel cuore 
di Giacomo dagli occhi inconsapevoli di madonna Ni- 
colosina. 

Così, mentre il corpo si rinvigoriva di giorno in 
giorno, Panimo si struggeva nel desiderio di potersi 
aprire alla donna de* suoi pensieri, o almeno di cono¬ 
scere che cosa pensasse ella di lui. Amorevole e sol¬ 
lecita gli era parsa bensì in tutti que' giorni e più 
assai che non fosse mai stata con lui negli anni an¬ 
dati , quando la tenera età, non che scusare, consen¬ 
tiva ogni dimestichezza maggiore; ma anche qui non 
c'era da cavarne un costrutto, essendo l'affettuosa cura 
un uffizio di pietà, naturalissimo nella donna, per chi 
soffre d'un male visibile, a cui ella possa portare ri¬ 
medio, o sollievo. Ora, se egli avesse potuto dirle di 
quell' altro suo malo invisibile che portava nel cuore, 
come sarebbe stata accolta la sua confessione daPlei? 
Questo era il busilli. 

A tutta prima, vedendola giungere all'Altino, aveva 
argomentato in cuor suo.... Che cosa? Nulla e tutto. 
Nicolosina era pallida, ansante, confusa; una immensa 



— 141 — 

pietà le traspariva dallo sguardo smarrito; una inef¬ 
fabile tenerezza governava i moti convulsi di quelle 
labbra smorte, che per lunga pezza non poterono prof¬ 
ferire una parola, una sola parola. E più tardi, quali 
cure affettuose! quale umanità più che fraterna negli 
attil come pendeva ansiosa dai responsi di messer 
llambaldo, che era venuto al letto del povero ferito! 
con quanta sollecitudine gli occhi della leggiadra ca¬ 
stellana si partivano dalle labbra del discepolo d’E- 
sculapio per andarsi a posare sul viso smorto di luil 

Che pensare di ciò? Un giorno gli venne in mente 
che ella sapesse la cagione del suo duello col Fregoso. 
Volea sincerarsene ; ma le parole gli morirono sul 
labbro. E poi, come si è detto, madonna Nicolosina 
non era mai sola al suo'capezzale. 

• E voleva altresì domandare del Cascherano. Ohe 
c’ era egli di vero in quella chiacchiera di mastro 
Bernardo, che aveva fatto nascere il guaio? Di certo, 
l’ostiere, anco ingannandosi sul conto de’ due fora- 
stieri, non aveva inventato il personaggio e il ma¬ 
trimonio di pianta. E forse, anzi senza il forse, la 
Gilda ne sapeva 1* intiero. Ma il chiederne a lei non 
avrebbe dato a divedere che troppo gli premeva di 
• madonna Nicolosina? Tanto faceva aprirsi a dirittura 
con questa e dirle spiattellato: madonna, io muoio 
d’amore per voi. 

Fosse almeno capitato il Sangonetto a trovarlo; si 
sarebbe raccomandato a lui, che pigliasse lingua da 
alcuno. Ma il Sangonetto aveva preso il largo ; in vece 
sua, era diventato un pezzo grosso ; tornato a mala 
pena dalle Langhe colla promessa degli, aiuti, aveva 
spiccato il volo per altri lidi. Nessuno sapeva per 



— 142 — 

dove; egli stesso, andato per pochi istanti a vedere 
l’infermo e trovar modo di bisbigliare una parolina 
alla Gilda (che lo vedea volontieri come il fumo ne¬ 
gli occhi) non ne avea pur rifiatato. Vanaglorioso ed 
ingrato, il nostro Tommaso già sentiva la carica. 

Diremo noi brevemente dove fosse andato ; in Fran¬ 
cia, alla corte di Carlo VII, il re di cui avea detto 
Labi re, che perdeva « allegramente » il suo regno, 
e a cui il fiora dei- cavalieri francesi e una meravi¬ 
gliosa pulzella dovevano riconquistarlo più tardi ; ci 
era andato, non già come ambasciatore, bensì col più 
umile e più sollecito ufficio di corriere, e portava, da 
buon corriere, una lettera. 

In essa, Galeotto rammentava l’ossequio dei Carretti 
e la loro divozione ai reali di Francia; ricordava 
come un Nicolò, suo zio paterno, combattendo per 
Carlo e pel nome francese, fosse stato ucciso in bat¬ 
taglia dagl’inglesi invasori ; soggiungeva essere egli 
stato mai sempre nemico acerbo ai Fregosi, i quali, 
essendo Barnaba Adorno doge di Genova, avevano in¬ 
gannato Sua Maestà , pigliandone molte migliaia di 
fiorini contro la promessa d’impadronirsi di Genova 
e darla a lui; e l’avevano presa e l’aveano tenuta per 
sé. Vendicasse adunque lo scorno patito , soccorrendo 
il Finaro contro i Fregosi. Questi erano odiatissimi a 
Genova, di guisa che sarebbe tornato agevole al re, 
combattendo i Fregosi e avendo dalla sua il Finaro, 
insignorirsi di quella repubblica. Anche Galeotto, come 
si scorge di qui, vendeva la pelle dell' orso. Costume 
dei tempi ! 

Andava dunque il Sangonetto con grande celerità 
e presentava la Ietterà. Essa piacque oltremodo al re, 



— 143 — 

che s’era allacciata al dito la gherminella di Giano 
Fregoso e stimò d’ avere gran sorte, se poteva, con 
poco disagio suo, dare a quel cattivo pagatore una 
grande molestia. A pronta dimostrazione dell’ animo 
suo verso il marchese Galeotto, mandò subito al Fi- 
naro un prode italiano, allora ai servigi di Francia, 
messer Giovanni Sanseverino, con venticinque lancie, 
ed altri aiuti promise. Que’ cavalli intanto dovevano 
essere la mano di Dio pel marchesato, che molti in¬ 
vero non avrebbe potuto nutrirne , o adoperarne in 
quelle strette sue gole, ma di un certo numero avea 
pure mestieri, per contrapporli ai cavalli nemici e 
sostenere all’uopo gli assalti dei fanti. 

Ed ecco perchè Giacomo Pico non aveva più visto 
il Sangonetto , né potuto sciogliere uno dei nodi che 
più gli stavano a cuore. Intanto i giorni passavano ; 
la guerra, non pure era cominciata senza di lui, ma 
vigorosalnente condotta fino alla resa di Castelfranco, 
senza che egli potesse ancora uscir fuori e nelle aspre 
fatiche del campo acquetare un tratto le acerbe bat¬ 
taglie del cuore. 

Ben presto , dal vano della sua alta finestra, potè 
vedere co' suoi occhi il nemico. Una bastita per tutto 
l’esercito genovese era innalzata da due giorni a Mon- 
ticello , proprio alla vista del borgo, e due grosse 
bombarde v’erano collocate a difesi.. Tre battifolli su¬ 
bito dopo erano edificati più avanti, l’uno sul poggio 
di Maria, F altro nella vigna di Nicolò Giudice, il 
terzo all’Argentara, sul fianco stesso della terra asse¬ 
diata. Quest’ultimo, per altro, non fu costrutto dai Ge¬ 
novesi senza grande spargimento di sangue. 

Dicevasi allora che tante fabbriche militari si fa- 



— 144 — 

cessero per arricchire i Fregosi. Nicola, cugino di 
messer Pietro, intascava per ogni nuova bastita du- 
gcnto fiorini, e questi in prezzo deiropera sua, men¬ 
tre assai più gliene erano pagati per l'opera degli ar¬ 
tieri , ai quali non ne dava neanco cinquanta. Ma que¬ 
ste forse erano ciarle dei malevoli. Anche i nemici 
dicevano che tante bastite non servissero a nulla; ep¬ 
pure, la mercé di questi saldi ripari, l'esercito geno¬ 
vese aveva potuto farsi tant'oltre, in luoghi così ma¬ 
lagevoli per natura, e pericolosi, poi, se tenuti da un 
forte e risoluto nemico. 

In tal guisa era stretto il Finaro, che, a detta del 
Picchiasodo, non poteva uscirne un uccello a volo , 
che noi vedessero i Genovesi , ed egli inoltre poteva 
contare le casseruole e i tegami appesi alla parete 
nelle cucine degli assediati. 

Questo era forse un vanto soverchio; ma certo la 
vicinanza dei nemici doveva parere già troppi molesta 
a Galeotto, che, insieme col fratello Giovanni, usciva 
ogni giorno a battaglia. Francesco, il capitano gene¬ 
rale, non era più con esso loro; andato verso Gares- 
sio, per affrettar la venuta degli aiuti che mandava 
la lega, avea fatto come il corvo dell’Arca; non s'era 
più visto, e gli aiuti promessi, nemmeno. 

Tardi ricordò Galeotto che il suo capitano generale 
era cugino di Mar^o, del tiepido signore di Osiglia; 
più tardi ancora riseppe che Genova a Marco e ai 
cugini suoi prometteva di dare la parte loro del mar¬ 
chesato, quella stessa che i loro antenati Emanuele ed 
Aleramo avevano posseduta. E quando ciò seppe, ar¬ 
gomentò che dai congiunti suoi delle Langlie non 
aveva più nulla a sperare, e che le vie di Calizzano e 



— 145 — 

di Osiglia, donde si sentiva sicuro alle spalle, non gli 
teneano più fede. 

Non si smarrì tuttavia, non si perdette d’animo; 
che anzi, il sapersi solo, accrescendogli la malleveria 
dell*impresa, gli aggiunse le forze della disperazione. 
Sì, veramente, con mani e con piedi, come aveva 
scritto al doge di Genova, era egli inteso a difendersi. 
E quella sua baldanza inanimiva i Finarini, li incuo¬ 
rava non solo ad affrontare arditamente i pericoli, ma 
a sopportare con fermezza i danni della guerra. 

E questi pur troppo erano gravi. Dal poggio di 
Maria, le cortane e le spingarde nemiche gittarono 
trecento pietre nel Borgo; trecento ne gittarono esse 
sole, p di gran peso, le tre bombarde maggiori, che 
tutte traevano a giusta mira contro la torre della Ra- 
sana, la più forte che fosse sulla cinta dei muri. 

E Galeotto a rispondere con un* altra sortita, più 
vigorosa a gran pezza delle altre. Barnaba e Paolo 
Adorno lo seguono; Giovanni suo fratello, Giacomo 
figlio d’Oddonino, Lazzarino figlio d’Urbano, ed altri 
giovani egregi del suo parentado, si tengono ad onore 
di combattere, come semplici soldati, al suo fianco. 
Scende una grossa schiera da Caivisio, per la valle 
di Pia, e molesta i Genovesi alle spalle; si voltano 
essi per rincacciare gli audaci, ed ecco , sono assaliti 
di fronte, al battifolle del poggio di Maria, a quello 
dell’Argentare, con una furia che mai la maggiore. 
Basti il dire che in questo parapiglia improvviso, An¬ 
seimo Campora fu ferito accanto alla signora Ninetta 
di cui si fece riparo al corpo, mentre da ^solo soste¬ 
neva l’assalto di cinque nemici. Ne uscì, per altro, ad 
onor suo, con una di quelle che egli dicea graffiature 
Barrili. Castel Ganone. 10 



— 146 — 

e che altri avrebbe chiamato sberleffi belli e buoni , 
quantunque non belli, nè buoni. Ma la sua dama fu 
salva delle ingiurie nemiche, e questo era per lui l'es- 
senziale. 

Gran danni soffersero i fanti delle tre podesterie 
intorno a Genova e dei vicariati di Spezia e di Chia¬ 
vari. 11 loro comandante, Carlino da Voltaggio, fu 
preso e condotto prigione, malgrado gli sforzi fatti 
da' suoi per liberarlo. I passi erano angusti e in molti 
uomini si facea come in pochi ; anzi, per la confusione 
che nasce dal numero, assai meno che in pochi. Il 
battifolle dei poggio di Maria fu corso e ricorso dai 
Finarini; così quello dell'Argentare; prigioni pote¬ 
vano farne non pochi; ma perchè avrebbero portato 
tante bocche inutili dentro del Borgo? Li lasciarono 
adunque e tornarono nelle mura, carichi di bottino e 
di gloria. 

Messer Pietro Fregoso, per la prima volta dacché 
era venuto all'impresa del Finaro, si morse le labbra, 
e sino a far sangue; tanto fu la sua stizza per l’au¬ 
dacia del marchese e per la nissuna vigilanza de’suoi. 

In quel mezzo, giungeva il Sanseverino colle ven¬ 
ticinque lancie e la promessa di nuovi aiuti di Fran¬ 
cia. Galeotto, cresciuto mirabilmente d'ardire, disegnò 
tosto in cuor suo una bellissima impresa; che era 
quella di andare egli in persona a tentare un colpo 
su Noli, per togliere quel fortissimo luogo alla pro¬ 
tezione dei Genovesi e in pari tempo impedir loro la 
ritirata, e intercettare le salmerie. 

Ma qui, siccome col Sanseverino è tornato anche 
il nostro Tommaso Sangonetto, e Giacomo Pico ha 
potuto avere qualche utile ragguaglio da lui, sarà 



— 147 — 

acconcio di tornare al castello Gavone e a quella ca¬ 
mera alta, che è nella torre dell’Alfiere. 

Le notizie raccattate da Tommaso Sangonetto in¬ 
torno alla faccenda del Cascherano, erano più accon¬ 
cio a mettere in pace, che non a turbare lo spirito 
inquieto di Giacomo Pico. Quel giorno incominciava 
bene per lui ; il marchese Galeotto si disponeva* a 
partire per alla volta di Ver/.i, donde, col favor della 
notte, per la via meno battuta d’Isasco, sarebbe piom¬ 
bato su Noli. Però non è a dire il rimescolamento 
clic c'era nel castello per tutti gli apparecchi della 
partenza, e lo scompiglio che esso arrecava in tutte 
le consuetudini quotidiane della famiglia. Basti notare 
che madonna Bannina, tutta intorno al marito, non 
era comparsa nella torre dell'Alfiere, e madonna Ni- 
colosina vi andò sola, ad una cert'ora del giorno, per 
salutare 1' amico di casa e vedere se non avesse me¬ 
stieri di nulla. 

Il caso non poteva favorire meglio di così il nostro 
innamorato. 

Madonna Nicolosina era un occhio di sole, l'ho già 
detto a suo luogo. Bionda i capegli, bianca la carna¬ 
gione e svelta della persona come Diana, forse al pari 
della divina cacciatrice aveva il cuore muto all'amore; 
all'amicizia non già, che questa è naturai sentimento 
di un'anima buona, laddove quello è singolare portato, 
rarissimo fiore, nutrito di tutti i sensi più delicati e 
riposti, che solo un felice concorso d'inesplorati e 
inavvertiti nonnulla può far muovere d'improvviso e 
riardere in noi. 

E buona era Nicolosina, onesta e sincera come un 
cavaliere senza macchia e senza paura. Ho detto come 



— 148 — 

un cavaliere, e giustamente ; difratti, sotto quella bionda 
e rosea parvenza di donna , egli c’era alcun che di 
virile; la lealtà, per esempio, e l’alterezza, spogliate 
di quella grazia languida, che la natura ha dato, in¬ 
sidia innocente, ma non meno pericolosa, alla più bella 
metà del genere umano. 

Nata in altissimo stato, sentiva altamente di sé; 
superbia naturale e scusabile, che del resto non aveva 
pure occasione a mostrarsi, in mezzo ad un popolo di 
riverenti vassalli, i quali niente potevano vedero di 
strano in una dignità d'apparenze così celestiali e 
ammantata di tanta soavità, di tanta amorevolezza 
pietosa. Umana ed affabile, come sono così utilmente 
per sé e per altri i grandi della terra, quando si com¬ 
piacciono d’esser tali, non c’era caso che la giovine 
castellana facesse patire anima nata, per alcuno di 
que’ capricci e fantasie di comando, che pure son 
tanto frequenti nelle giovani donne, male avvezzate, 
anche in condizioni più umili, da cieco amor di con¬ 
giunti, o da libero ossequio di cavalieri cortesi. 

La bellissima fanciulla entrò nella camera di Pico, 
senza timore, o peritanza di sorta. Non era ella in 
casta sua ? Forse per la prima volta andava da sola in 
quel luogo; ma come nella accompagnatura non c’era 
stato mai un deliberato proposito , così nel giunger 
sola non ci poteva essere un’ombra di vergogna, o di 
dubbio. 

Bensì Giacomo Pico, al vederla comparir tutta sola, 
si scosse.' Il sangue turbato gli si ridusse con rapido 
moto al cuore, indi risospinto gli corse più veloce 
alle tempie. Ebbe allora come un bagliore negli occhi, 
diede in un grido di meraviglia, e, appoggiandosi forte 
ai bracciuoli della scranna, si alzò da sedere. 



— 149 — 

— Ah, ah ! — sciamò ella, ridendo del suo riso 
argentino. — Per la prima volta, messer Giacomo, \i 
vedo un po’ di buon sangue sul volto. Ma sedete, vi 
prego; non vi scomodate per me. 

— Non è più tempo di star seduti, madonna Nico- 
losina ; — diss’egli sospirando. — Tutti i giorni si com¬ 
batte, laggiù, ed io sono stato già troppo in disparte. 

— Ma per giusta cagione, mi sembra; e con vostra 
buona pace, rimarrete ancora per qualche giorno tran¬ 
quillo , messer paladino ! — incalzò la fanciulla, con 
accento d’affettuoso rimprovero. — 11 cerusico Ram- 
baldo lo vuole e lo vogliamo anche noi, chò non ave¬ 
ste a far ricadute 1 

— Che serve, madonna? — ripigliò Giacomo Pico, 
crollando malinconicamente la testa. — Sono un povero 
disgraziato a cui forse metterebbe p iù conto il morire. 

— E perchè? — dimandò ella ansiosa. — Forse 
alcuna cosa vi manco, per viver felice tra noi? Par¬ 
late, messer Giacomo, parlate ! Lo sapete pure , corno 
qui tutti vi amano. 

— Tutti ! — ripetè egli, sorridendo a fior di labbro. 

— Sì, tutti ; ne dubitate ? — replicò la giovinetta, 
rizzando il capo, con atto di leggiadra alterezza. — 
Sappiamo il debito nostro. Mio padre non è debitore a 
voi della vita? E quanti hanno vita e stato da lui, non 
vi sono obbligati del pari? 

-/h, non è di ciò che intendo parlare ; — disse 
Giacomo Pico. — Non vo’ che mi si ami per grati¬ 
tudine, io ! 

— Oh tristo! — sciamò Nicolosina, con accento di 
lieve corruccio. — E non è un nobile sentimento 
forse ? 



— 150 — 

— Sì, — rispose egli confuso; — ma infine..,. 

— Infine, — proseguì ella, — voi siete l'amico no¬ 
stro, il servitor più fedele e più caro; mio padre.... 

— E sempre vostro padre ! — interruppe Giacomo 
Pico, stizzito di non poter uscire da quella cerchia di 
affetti tranquilli e di accenni al suo umile stato. 

Qui fu per madonna Nicolosina il caso di pigliare 
il broncio davvero. 

— Messer Giacomo, e come ? — chiese ella, tiran¬ 
dosi indietro un passo e guardandolo severamente. — 
Non amereste per avventura mio padre ? 

— Voi mi uscite di proposito, madonna Nicolosina! 
— gridò il giovine, riscaldandosi a sua volta. — Ah, 
questo é troppo ed io ho troppo sofferto. Fossi morto 
almeno, di quella stoccata, più pietosa a gran pezza 
delle vostre parole ! E perché, Voi che mi parlate ora 
in tal guisa, siete accorsa a togliermi di laggiù, ov’io 
sarei presto uscito di pena? 

— Non mi fate colpa di un uffìzio di carità, ve ne 
prego ; rispose ella turbata. — Chi soffre ha di¬ 
ritto alle nostre cure, e più ancora quando egli sof¬ 
fre per nostro servizio. 

— Ah, — soggiunse egli amaramente, — voi dun¬ 
que non mi amate ? — 

La fanciulla lo guardò stupefatta. Egli incalzò la 
dimanda e fu per afferrarle una mano ; ma ella lo rat- 
tenne con un gesto severo. « 

— Messer Giacomo, — soggiunse poscia, con accento 
impresso di dignità e di tristezza ad un tempo, — 
mi farete pentire d’esser venuta a darvi il buondì.— 

Giacomo Pico, il ruvido soldato, fu scosso da quelle 
meste parole. Ma non era della sua natura il trat- 



— 151 — 

tenersi a mezzo di nessuna cosa che avesse impreso a 
fare. Quella occasione , poi, egli l’aveva spiata con 
tanta cura, attesa con tanto desiderio ! Se egli l’avesse 
lasciata sfuggire quel dì, sarebbe forse tornata? Non 
lo sperava egli per fermo. 

— Perdonate , — diss’ egli, chiudendosi rabbiosa¬ 
mente sul petto quella mano che la giovinetta aveva 
respinta da sé, — ma io vi amo, vi ho sempre amata ; 
eravate bambina ed io già vedevo in voi quella che 
siete oggi per me, la più bella, la più cara, la più de¬ 
siderata fra le donne. Avevo sempre taciuto, sperando 
di ottenervi con opere eccelse, come ricompensa do¬ 
vuta al valore. Stolto ! Il primo venuto, perchè conte 
e signor di castella, mi aveva a vincer la mano ! E 
quando, al mio ritorno dai signori della lega, seppi 
che andavate sposa a questo conte di Osasco, vedete, 
rn’lia dato volta il cervello, non ho potuto padroneg¬ 
giarmi più oltre. Ah, così fosse stato egli, com’io lo 
credevo, quando mi abbattei nel Fregoso; che forse 
in cambio d'esser passato fuor fuori, l’avrei ucciso io, 
e dato un avviso salutare a quanti ardissero ancora 
di contendervi a me. 

— Ah ! — esclamò la fanciulla , percossa. — Nòn 
era uno scontro col nemico di mio padre ? 

— No, col mio nemico, col mio rivale. Così almeno 
ho creduto; — rispose egli impetuoso. 

Un denso di compassione profonda ricercò il cuore 
di madonna Nicolosina. 

— Fo male a dirvelo, — ripigliò ella gravemente, 
— perchè l’atto vostro, se pensavate di far contro ai 
disegni di mio padre, non fu di amico, quale egli sem¬ 
pre vi tenne. Ma infine, sappiatelo, io non andrò sposa 
al conte di Osasco. 



— 152 — 

— Lo sapevo; — disse Giacomo Pico. 

Nicolosina lo guardò, in atto di sorpresa. 

— Lo sapevate?^— dimandò ella. — Ma allora?.... 

— Oh, solamente stamane l’bo udito ; — soggiunse 
egli tosto. — li marchese Galeotto lo ha liberato dalla 
sua parola, non potendo oggi, in mezzo alle angu¬ 
stie e ai pericoli di una guerra, accettare dicevolmente 
una domanda, che era stata fatta nei giorni della sua 
prosperità. 

— Così é per l'appunto ; — diss’ella sospirando. — 
Povero padre. 

— Ah, vostro padre ha nobilmente operato. Ma 
quelTaltro, il vile, che fu sul punto di ottenervi, s’ò 
pure affrettato ad accettare lo scampo ! 

— Non parlate così, raesser Giacomo ! Sebbene ò 
giusto che la cosa debba aver questo fine, è debito 
nostro di dire che egli non ha risposto nulla. Ed é 
brutto, assai brutto, accusare gli assenti. 

— Voi dunque rimpiangete quelle nozze ! Amavate 
dunque il conte di Osasco, senza conoscerlo ancora? 

— Messcr Giacomo, — risposo la giovinetta offesa 
nella sua verecondia, — io non ho a dirvi se l’amo, 
o no ; bene ho a dirvi che una fanciulla deve rispetto 
a f suoi genitori e al nome che porta, e che voi di¬ 
menticate l’una cosa e l’altra in un punto. 

— Ali sì ! — sciamò il Bardineto , che sentiva la 
sferza e non era d’indole da patirla, nè da riconoscere 
in cuor suo d’averla meritata. — Io debbo tacere. 
Ama, povero sciocco, e taci ! Servi, vassallo, e taci! 
Combatti, oscuro soldato, e taci ! È il debito tuo. I 
tuoi padroni hanno voluto cosi; sul tuo corpo hanno 
diritto e sull’anima tua, questi superbi signori. Dite, 
madonna, non ò egli proprio così? 



- 153 - 

— No, poiché chiedete il mio avviso, non è pro¬ 
prio così; — rispose Nicolosina, con risolutezza di 
cui qualche ora prima non sarebbe stata capace. — 
Avrei potuto partirmi di qui, fora* anco dovuto; ri¬ 
mango invece per difender me e la mia casa contro 
la vostra ingiustizia. Che sia il diritto dei signori sui 
loro vassalli e come stabilito, non so; ho imparato 
dal libro di Dio che tutti siam pari davanti a lui, 
nella speranza dei cieli, ma che ciò non muta e non 
scioglie i vincoli d’autorità con cui si governa la terra. 
Qui, poi, non vi disprezza nessuno; qui tutti vi son 
grati de* vostri alti servigi ; noi sarebbero, se vi te¬ 
nessero in conto di un oscuro soldato, o di un vii 
servitore. E, viva Dio , checché diciate , messer Gia¬ 
como Pico, checché pensiate voi dei potenti (e come 
lo siamo vel dica la presenza de’nostri giurati nemici 
alle porte di questo povero borgo) ingrati voi non po¬ 
tete dire i discendenti di Aleramo e della figlia di 
Ottone. — 

Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Giacomo. Fe¬ 
rito da quell’accenno, che gli parve superbo, nè ba¬ 
dando alla commozione vivissima che accendeva il 
volto della fanciulla, o vedendola in quel rossore più 
bella, così le rispose, infiammato d’amore e di sdegno. 

— Sì, lo ricordo, lo vedo, quale distanza corre tra 
noi. E perciò ricuso la gratitudine vostra , nobile e 
accetto presente tra uguali, povera ricompensa ai mi¬ 
nori, senza il suggello di quell’amore che toglie ogni 
distanza.... ohe dico, la toglie?.... che non ne conosce 
nessuna. Questo amore io v’ho chiesto, madonna; que¬ 
sto io vi chiedo ancora, a mani giunte, in ginocchio. 
Credete che io non valga quanto un cavalier di co- 



— 154 — 

rona ? Ma chi era il primo d'ogni illustre legnaggio, 
se non per avventura un oscuro soldato , che col va¬ 
lore del suo braccio incatenò la fortuna? Uditemi, Ni- 
colosina; è nella vostra medesima casa l'esempio, se 
pure la storia dice il vero di voi. Chi era Aleramo, 
innanzi che egli piacesse agli occhi di Adelasia , della 
bella figliuola di Ottone ? E chi fu Favo del primo im- 
perator di. Laroagna, se non un barbaro discendente 
degli schiavi di Roma? Ho meditato lungamente le 
storie, madonna, e non ho trovato la ragione per che 
io debba esser da meno di chicchessia , poniamo d'un 
conte d'Osasco. E notate ; da me non aspetterete mai 
cosa di cui il mio breve passato non sia impromessa 
sicura ; ho il mio destino nel pugno. Ma voi mi siete 
necessaria, Nicolosina, voi ricompensa e stimolo a più 
nobili imprese. Così sta scritto lassù ; perchè ricuse¬ 
reste l'ufficio che vi è assegnato dal cielo ? — 

Cosi folleggiava il Bardineto, ebbro d'amore e di 
rabbia, allorquando un improvviso fruscio si udì per 
le scale. Madonna Nicolosina, che già stava per dar¬ 
gli risposta, si rattenne e gli fe' cenno di non parlare 
più oltre. 

Poco stante, l'uscio si aperse e una donna comparve 
nel vano. Era la Gilda. 

La ragazza, che pure s'aspettava di trovare la sua 
giovine signora nella torre dell'Alfiere, rimase lì tutta 
impacciata e confusa, accorgendosi, con molta e non 
certamente grata sorpresa, d'essere capitata in mal 
punto. Questo le era dimostrato aperto dall'aria scon¬ 
tenta con cui la sua comparsa era stata accolta da 
Giacomo, e dal rossore di madonna Nicolosina , che, 
giovine com'era e non avvezza a quelle battaglie, non 



— 155 — 

sapeva, e neppure cercava, nascondere il suo turba¬ 
mento. 

Perciò, come ho detto, rimase impacciata suiruscio, 
senza fare un passo avanti, nè indietro, e balbettò, 
così per aver aria di dir qualche cosa, alcune parole 
vuote di senso. 

Non meno impacciata di lei, madonna Nicolosina 
ebbe mestieri di tutta la virtù delibammo suo in quel 
punto. 

— Che cosa vuoi? — dimandò ella, in apparenza 
tranquilla, ma reprimendo a stento la sua commo¬ 
zione. 

% 

— Niente, madonna ; — rispose la Gilda umilmente. 
— Ero venuta a vedere se messer Giacomo non avesse 
bisogno di nulla. 

— Per ora no; — soggiunse Nicolosina; — ci 
sono io.... e debbo dire qualcosa a messer Giacomo 
Pico. — 

Questo aveva potuto il sentimento della propria di¬ 
gnità in queiranima vergine , di farle indovinare che 
il miglior modo di cansare il pericolo di un falso giu¬ 
dizio era quello di affrontarlo con sicura alterezza. 
Tanto è vero che le profonde commozioni temprano, 
meglio dei lunghi insegnamenti, la umana natura. 
La fanciulla era morta quel giorno; la donna nasceva. 

La Gilda chinò il capo, in atto d’obbedienza, e si 
mosse. Una sua occhiata furtiva al Bardineto voleva 
dire a lui tutti i dubbi che le passavano per la mente ; 
ma egli non vi badò più che tanto, e la povera an¬ 
cella se ne andò raumiliata. 

Per altro, giunta a mezzo della scala, si pentì d'es- 
ser discesa. E domandò allora a sè stessa che cosa 



— 156 — 

avesse a dire la sua signora di così grave a Giacomo 
Pico, che ella non potesse ascoltare, e che cosa si¬ 
gnificasse quel turbamento di ambedue. Dimando que¬ 
ste che, nel cervello di una ragazza innamorata o ge¬ 
losa, non hanno mestieri di aspettare a lungo una 
conveniente risposta. 

Or dunque, è facile argomentare che cosa facesse la 
Gilda. Raccolti prudentemente i lembi della veste, 
che non avessero a strisciare lunghesso il muro, in 
punta di piedi e rattcnendo il respiro, tornò sopra i 
suoi passi, e giunta al pianerottolo, stette origliando 
alla porta. 

Frattanto il Rardincto, almanaccando a suo modo 
su quella risoluzione di madonna Nicolosina, aveva 
dato una rifiatata di contentezza, vedendo partire l’an7 
cella invece della padrona, come da principio gli era 
parso che dovesse accadere. 

— Ah, rimanete? — diss’egli, esprimendo nel fer¬ 
vido accento tutte le pazze speranze che gli grillavano 
d’improvviso nel cuore. 

— Sì, rimango ; — rispose la giovinetta con piglio 
solenne ; — rimango, checché possa altri pensarne ; 
.rimango, perchè questo colloquio, giunto per vostra 
cagione tant’oltre, non può, non deve restarsi inter¬ 
rotto. Fu il primo; sarà anche l’ultimo. — 

Giacomo Pico trasaltò. La sua allegrezza era in un 
punto svanita. Volle parlare, ma ella gli ruppe le 
parole sul labbro. 

— Lasciatemi finire. Io v’ho ascoltato; mi avete 
chiesto una risposta; abbiatela ora, senza sdegno o 
senza ingiuria, da me. Io non ho avuto finora e non 
vo*avere che amicizia per voi. Siatene amico, ve no 



— 157 — 

prego. Vedete intanto il bel frutto delle vostro fan¬ 
tasie; che dirà di noi quella povera fanciulla, che or 
ora è uscita di qui? Ella vi ama; me lo ha confes¬ 
sato. Amatela anche voi, messer Giacomo ; ella lo me¬ 
rita ; non fate che io, senza volerlo, senza pure sa¬ 
perlo, abbia rapito il cuor/vostro alla mia povera an¬ 
cella. — 

11 Bardineto alzò sdegnosamente le spalle. 

— Di ciò soltanto vi duole? — gridò egli, che, 
nella stizza ond’era tutto invasato , non doveva im¬ 
broccarne più una. — 0 forse mi date l’ancella vo¬ 
stra a dispregio? 

— Nò di ciò mi duole, nò io fo d’alcuno la poca 
stima che dite. Ma via , non torniamo agl’ingrati di¬ 
scorsi. Ancora una volta volete essermi amico ? 

— No; — rispose egli con ruvidezza; — o tutto 
o nulla. Questa impresa si leggerà nel mio scudo, 
quando io ne porti uno inquartato, da contendere di 
nobiltà coi più celebrati e superbi. E vedrò allora.... 
— soggiunse il Bardineto, infiammandosi, — vedrò 
allora se non vorrete esser mia! 

— Dimenticatemi, messer Giacomo Pico; — disse 
a lui di rimando Nicolosina, più* afflitta tuttavia che 
ferita da quelle acerbe parole. — Siete violento e 
scortese. Se tutti gli uomini vi rassomigliano, io non 
amerò nessuno sulla terra. 

— Il primo che ardirà di amarvi, lo ucciderò come 
un cane ! — gridò il Bardineto, con piglio feroce. 

— Mi farete la solitudine intorno? — replicò ella 
sdegnata, guardandolo in aria di sfida. — Suvvia, 
tentate la prova! — 

Il Bardineto non vedeva più lume. 



— 158 — 

— Voi amato qualcheduno; — lo disse, con voce 
soffocata dalla rabbia; — confessatelo! 

— Sapete che non amo voi ; ciò vi basti. — 

In quelle asciutte parole l’animosa fanciulla aveva 
fatto il supremo sforzo della sua alterezza offesa. 
Oli occhi lo si offuscarono dalle lagrime, si sentì ve¬ 
nir meno , e le sue mani andarono instintivamente 
contro la parete, a cercarvi un appoggio. 

Egli le si accostò, come per sorreggerla. 

— Non mi toccate ! — gridò ella, respingendolo. 

E atterrita, spinse l’uscio con tanta precipitazione, 

che la Gilda si tenne perduta. La poveretta ebbe a 
mala pena il tempo di raunicchiarsi in un angolo, die¬ 
tro il battente. 

Giacomo Pico si morse le labbra, e freddo all’aspetto, 
ma coll'inferno nell’anima, stette muto, accigliato, a 
guardarla, dopo essersi tirato indietro d’un passo. 

Fu per parecchi istanti tra i dqe giovani un alto 
silenzio. Si udiva soltanto il respiro affannoso di ma¬ 
donna Nicolosina e lo scricchiolare dalla scranna , di 
cui Giacomo aveva afferrato la spalliera, per pigliare 
un contegno. 

Finalmente la giovinetta si riebbe, scosse la sua 
bionda testa, rasciugò le lagrime e cosi parlò, con ac¬ 
cento mutato, al suo fiero amatore. 

— Messer Giacomo Pico, io amo mio padre e non 
accrescerò i suoi dolori, raccontandogli il nostro collo¬ 
quio. Io stessa dimenticherò le vostre parole; altro di voi 
non ricorderò che l’antica amicizia e i servigi. — 

Ciò detto e senza aspettare la risposta che stava 
per darle il Bardineto, uscì dalla camera e scese con 
passo leggiero le scale. 



— 159 — 


CAPITOLO Vili. 

Dove si vocio cho non arriva sempre tardi 
ohi arriva dopo. 


Como si rimanesse Giacomo Pico e che torbidi pen¬ 
sieri gli girassero per la fantasia, lascio argomentare 
ai discreti lettori. Intanto seguitiamo madonna Nico- 
losina, che triste, assai triste, ma col cuore un tal po' 
sollevato, scende la scala dell’Alfiere. 

Diffatti, quella partenza era una liberazione per lei, 
dopo la lunga oppressura di tutto ciò che aveva do¬ 
vuto udire e rispondere. Certo è gran dolore il per¬ 
dere un amico; ma questo dolore non è poi senza 
conforti ; dirò di più, ò il solo che n’abbia uno sol¬ 
lecito, vo' dire il conforto di avere finalmente cono¬ 
sciuto a parte a parte 1* anima della persona in cui 
s’era riposta ogni fede. Strana consolazione, cotesta, 
di avere a conoscere pienamente il nostro simile, solo 
in quel giorno che non possiamo più durarla nell’u¬ 
sata dimestichezza con lui ! 

Posta in chiaro questa bisogna, niente premeva di 
più a madonna Nicolosina che di sapere che cosa ne 
pensasse Gilda, quella sua povera ancella, da cui po¬ 
chi giorni addietro aveva udita la confessione di un 
amore profondo per Giacomo. Dico che avrebbe de- 



— 160 — 

siderato sapere ; ma senza imbattersi così presto nella 
Gilda, a cui lì per lì non avrebbe saputo che dire. La 
forza di mandarla via a mezzo del suo colloquio col 
Bardineto, l'aveva avuta. Il suo diritto e la necessità 
di finirla in una volta con lui, volevano pure così. Ma 
ora, a cose fatte, la pietà ripigliava il suo posto nel 
cuore di Nicolosina, e non le bastava l'animo di 
raccontare a quella povera ragazza i particolari di 
un dialogo, che doveva tornarle sommamente spia¬ 
cevole. 

Il lettore sa che la Gilda, rispetto a ciò, non aveva 
più niente di nuovo a conoscere. Ma la sua giovine 
padrona, che non l'aveva veduta nel suo nascondiglio, 
poteva temere d’abbattersi mi lei, prima di essersi con¬ 
sigliata maturamente tra sè, intorno a quello che do¬ 
vesse raccontarle, o lasciarle indovinare, de' suoi di¬ 
scorsi col Pico. Epperciò, fatte le prime scale, invece 
di ritirarsi nelle sue stanze, ove forse poteva essere 
tornata l'ancella, tirò innanzi verso la gran sala, dove 
sperava di trovare suo padre e di avere in altre curo 
un momento di tregua allo spirito. 

Il marchese Galeotto non era colà, dove la sua bella 
figliuola era andata a cercarlo. Uscito fuori della po¬ 
stierla a'tramontana del castello, ordinava laggiù, al 
coperto da ogni vigilanza nemica, gli uomini che aveva 
scelti a compagni nélla impresa su Noli. Questo diceva 
a madonna Nicolosina un donzello, da lei incontrato 
in quel mentre sull’uscio. 

Ed ella fu allora per tornarsene indietro. Ma ap¬ 
punto alloro, sul pianerottolo per cui doveva passare 
la fanciulla, compariva un giovinotto, non mai veduto 
prima al Finaro. 



— 161 — 

Vestiva nobilmente, quantunque più da soldato che 
da uomo di corie. Ma in que' tempi mal sicuri, chi 
non era, per necessità, o per elezione, soldato? Egli 
poi doveva venire da lungi, e la polvere, ond'era tut¬ 
tavia coperto il suo mantello di scarlatto grigio, lo 
diceva da pochi istanti sceso d’arcione. Giovanissimo, 
biondo i capagli e bianco la carnagione, lo si sarebbe 
tolto per una fanciulla in abiti virili, se non lo aves¬ 
sero chiarito del sesso forte le basette che gli adom¬ 
bravano il labbro fine e vermiglio ; per un paggio, se 
gli sproni d'oro che gli fregiavano i talloni, non aves¬ 
sero fatto testimonianza del suo grado di cavaliere. E 
così leggiadro all'aspetto, colla sua spada al fianco e 
il biondo capo scoperto (che il tócco di velluto, onde 
usava coprirsi, lo aveva allora per mano) lo si sarebbe 
detto piuttosto l'arcangelo Michele, venuto in un mezzo 
incognito a visitare il suo buon servo Galeotto, mar¬ 
chese del Finaro , se al tempo di cui si narra fosse 
durato il costume di simiglianti discese degli alati fi¬ 
gliuoli di Dio. 

Madonna Nicolosina doveva passare dinanzi a lui, 
per ricondursi nelle sue stanze; e passando, come il 
savio lettore indovina, doveva anche vederlo. Ora il 
vederlo e il pensare tra sé ch’egli era un bellissimo 
giovine, fu una cosa sola per lei, ed anche la più na¬ 
turale del mondo. Un bel viso, segnatamente se ac¬ 
compagnato da prestanza di membra e impresso di 
quella serena nobiltà che spesso può stare da sola e 
far anco piacere ad altri chi non somigli in tutto o in 
parte all'Apollo del Belvedere, un bel viso, io dico, ha 
sempre avuto una simile accoglienza presso i cuori 
ben fatti. 


Barrili. Castel Gacone. 


il 



— 162 —. 

Per altro, se madonna Nicolosina aveva il cuore 
ben fatto, era anche d'animo riguardoso e severo. Ep- 
perciò, data una fuggevole occhiata al forastiero e in¬ 
volontariamente pensato ciò che vi ho detto, raccolse 
modestamente la ciglia a terra, mentre la sua bionda 
testolina accennava ad un mezzo saluto. 

Questa era cortesia necessaria > in risposta ad un 
leggiadro inchino del forastiero. Il quale, del resto, 
nel curvare la fronte, non abbassò altrimenti le ciglia, 
ma le tenne alte, ferme, diritte su lei, come quegli 
che non volea perdere nulla di quella rara veduta. 

Ho detto che madonna Nicolosina era bellissima tra 
le belle. Di lui v'ho raccontato pur dianzi. Aggiungo 
per ambedue, che mai sulle porte del paradiso si scon¬ 
trò una coppia d'angioli più leggiadra di queste due 
creature umane , ravvicinate dal caso su per le scale 
del castello Gavone. 

Che fanno gli angioli, allorquando s'incontrano per 
via ? Spiriti d’ amore , debbono sentirsi fratelli, ve¬ 
dersi assai volentieri l’un l’altro e dirselo cogli atti, 
se non colle parole , a vicenda. Forse (e qui un po¬ 
vero profano par mio non può far altro che ragionare 
in via d’induzione) si toccano leggermente, sfiorano 
col sommo delle ali la casta dolcezza d'un bacio. 

Ma là non erano angioli, bensì due figliuoli degli 
uomini, con tutti i riguardi, con tutti i vincoli, con 
tutte le noie, che un cerimonioso costume e una pun¬ 
tigliosa morale, detta con giusto rappicciolimento eti¬ 
chetta , impongono ai bistrattati nipoti d'Adamo. Ed 
ecco perchè madonna Nicosolina, abbassò gli occhi 
facendo un mezzo saluto al forastiero, ed egli, dopo 
aver fatto un inchino, si tenne rispettosamente indie- 



— 103 — 

tro, ma guardandola senza misura , bisogna pur dirlo^ 
e divorandola quasi degli occhi. 

La bella visione passò, cara e gioconda come un 
raggio di sole per mezzo alle nuvole, inebbriante come 
una fragranza di gelsomini, portata a noi dalla brezza. 
E come fu passata, il giovane forassero sentì una 
stretta al cuore^ e,* colla stretta, un desiderio infinito 
di rattenerla, di vedere anche una volta quel suo an¬ 
gelico viso, di udire il suono della sua voce. 

Non vi è egli mai girato per la fantasia, vedendo 
una bellissima donna passarvi rasente per istrada, o* 
soavemente composta a verecondia come la Beatrice 
di Dante, o splendida di consapevoli vezzi come la 
tormentatrice di Francesco Petrarca , non vi è egli 
mai girato per la fantasia di bisbigliarle all’orecchio : 
fermati, angelo, o demonio, io ti amo ? 

Io, per me, tengo che questo giuoco lo abbiano in 
tasca un po' tutti. Senonchè, soltanto gli sciocchi ar¬ 
discono spiattellarlo sul volto ad una sconosciuta che 
passa, col pretesto che ad ogni donna torni gradita 
la giaculatoria, anche buttata là, a bruciapelo, come 
si direbbe un’ingiuria. Gli assennati, in quella vece, 
guardano e tacciono , pensando che, se la donna è di 
alto grado, garebbe offesa un omaggio così audace¬ 
mente reso, e se non lo è, parrebbe atto di poca stima, 
o nessuna, trattarla diversamente da una di quelle 
che vanno per la maggiore. 

Tutt’altro da questi che ho detto , appariva il caso 
del giovine forastiero. Egli non era per istrada , ma 
in casa, e, secondo tutte le più ragionevoli apparenze, 
in casa di lei. Colà, una parola sola poteva conside¬ 
rarsi come appiglio ad una onesta dimanda. Avesse 



— 164 — 

anche detto dell’altro, poteva soggiungere il perchè e 
il percome della sua ammirazione per lei. E poi, e poi, 
bisognava saper le cagioni della sua venuta al ca¬ 
stello; bisognava intendere che dubbi gli avesse fatti 
nascere in mente l’apparizione di quella divina crea¬ 
tura ; bisognava capire come gli fosse mestieri di chia¬ 
rirli senza indugio; indi, se proprio §ra il caso, dar¬ 
gli biasimo del suo ardimento. 

Imperocché, già s’indovina, il giovinotto si dispo¬ 
neva a fare qualche cosa d’insolito. Era stato in forse, 
aveva titubato un istante ; ma il desiderio aveva so¬ 
verchiato la ragione, e si era mosso per tener dietro 
a madonna. Ella forse dal canto suo si aspettava co- 
testo ; senza volerlo, senza avvedersene, aveva rallen¬ 
tato il passo. Arcani del cuore ! 

— Perdonate! — disse il giovine, inoltrandosi verso 

di lei. * 

La fanciulla si volse, cortese in atto, a guardarlo, 
aspettando che proseguisse. E così fece egli, dopo un 
istante di pausa, mettendo nelle sue parole tutto il 
dolce che seppe. 

— Madonna, è audacia senza pari la mia ; fo male 
a trattenervi in tal guisa; ma siete così bella! — 

Un amabile rossore tinse d’improvviso le guancie 
della giovinetta, che fu confusa, non adontata, da quelle 
inaspettate parole. Tanto è vero, dopo tutto, tanto è 
vero quello che dicon gli sciocchi, che certi omaggi 
non tornano mai sgraditi alle donne! ma intendiamoci, 
purché non siano buttati là da uno sciocco, e con 
sguaiata maniera. 

— Non vi offendete, vi prego ; — incalzò il giovine 
tendendo le mani in atto supplichevole. — Ho a chie- 



— 165 — 

dervi cosa che troppo mi preme, ed una vostra umana 
risposta mi è necessaria. Infine..., ecco lo stato del- 
Tanima mia. 0 voi siete madonna Nicolosina del Car¬ 
retto, o ch’io sono il più sventurato degli uomini. — 

Queste parole furono dette con tanto candore e in¬ 
sieme con tanta foga giovanile, che ella aperse, in uno 
scoppio d'ilarità involontaria, le labbra e mostrò le 
trentadue perle orientali, legate nel solito corallo da 
quei gioiellieri bizzarri, che sono sempre stati i roman¬ 
zieri e i poeti. Rise, a farla più spiccia; e in verità, 
a quelle parole, e dette a quel modo, non potea dice¬ 
volmente far altro che ridere. 

Lo scoppio, dopo tutto, fu breve, come si conve¬ 
niva a costumata fanciulla, e si tramutò in un sor¬ 
riso benevolo, come portava là gentilezza dell'indole 
sua, e come richiedeva quell'aria malinconica, ond’era 
impresso il volto del giovane forastiero. 

— Si , didatti, — rispose ella, chetandosi, — mi 
chiamo Nicolosina del Carretto. E in che poss’io tor¬ 
narvi utile, messere? 

— Ah, basta, se forse non ho detto già troppo ; — 
ripigliò il cavaliere* arrossendo. — Grazie, madonna; 
grazie! A me non resta che di andare da vostro pa¬ 
dre, dal magnifico marchese del Finaro. 

— Egli non ó qui, ora; — soggiunse Nicolosina; 
— ma poco indugierà a ritornare. Siate il benvenuto 
tra noi. Nella gran sala troverete alcuno dei gen¬ 
tiluomini della sua corte, che vi farà compagnia. — 

Così dicendo, gli additava la porta dond* ella era 
uscita pur dianzi. 

Ma il giovine non si muoveva. Si sarebbe detto, a 
vederlo, che il pavimento sotto di lui fosse tutto una 



— 166 — 

pania. Senonchè, a guardare madonna Nicolosina e 
qùe’suoi occhi divini , si capiva subito che la pania 
non era per terra e che egli non era invescato dai 
piedi. 

Il dialogo, per altro era lì lì sulle ventitré ore , e 
di certo moriva, se non giungeva un terzo interlo¬ 
cutore in aiuto. Era questi il Picchiasodo, ma da lon¬ 
tano, con un colpo di bombarda, che fece tremare, 
nella loro intelaiatura di piombo, i vetri onde pigliava 
luce la scala. Traeva egli dal poggio di Maria contro 
le mura e le torri dei borgo sottostante. E cinque o 
sei di questi saluti erano mandati ogni giorno dal 
ferreo labbro della signora Ninetta. 

— Triste cosa la guerra! — esclamò il forastiero, 
notando un atto di sgomento che ella non aveva po¬ 
tuto reprimere. 

— Ah sì, messere, triste cosa ! — rispose la gio¬ 
vinetta sospirando. — Il Finaro, pur troppo , non fa 
lieta accoglienza a’suoi visitatori cortesi. 

— Madonna, e perchè ? — diss'egli di rimando. — 
Ognuno di costoro si recherebbe a ventura di parte¬ 
cipare ai pericoli e ai danni di questa nobile terra, 
come ho fede che presto dovrebbe partecipare al trionfo 
e alle gioie del vostro gloriosissimo padre. Inoltre, per¬ 
chè tacerlo? con.voi, madonna, anche assalito da tutte 
le armi della potente repubblica genovese, il castel 
Gavone sarebbe un luogo di delizie per esso. Vi parlo 
liberamente, come vogliono i casi che qui mi hanno 
condotto ; non ve ne adontate ! Che più? posso io dirvi 
tutto, aprirvi il mio cuore ? — 

E la guardava, così dicendo, con occhi tanto amo¬ 
revoli, che la povera Nicolosina fu sul punto di la- 



— 167 — 

sciarlo proseguire. Un sentimento di verecondia la 
rattenne. 

— No, ve ne prego , messere; — rispose ella no¬ 
bilmente. — E vi dirò cosa, a mia volta, che parrà 
imitata dalle vostre parole di poco fa ; — soggiunse 
poscia, con un certo sorriso leggiadramente malizioso; 
— o voi siete il conte d’Osasco, o ch'io vi ho già 
troppo ascoltato. 

— Lo sono; — diss'egli, arrossendo al pari di lei 
in quel punto; — e come lo avete voi indovinato? — 

Ingenua domanda! E come gli uomini più accorti, 
messi al cospetto d'una semplice donna, tornano spesso 
fanciulli ! Nicolosina avrebbe potuto rispondergli che, 
ottocento sessantanni prima di lei, un’altra donna, la 
bella figliuola del duca di Baviera, aveva riconosciuto 
Autari, il re dei Longobardi, tra que'medesimi amba¬ 
sciatori che egli mandava a chiederla in moglie ; que¬ 
sto argomentando dal fatto, che il mentito messaggiero 
aveva osato stringerle la mano, mentre ella gli prof¬ 
feriva la coppa ospitale. Chi altri, se non il suo fu¬ 
turo sposo, avrebbe ardito diportarsi seco lei in quel 
modo ? 

Nicolosina non gli rispose colla storia alla mano, 
che a dir vero non l’aveva presente. Per altro, come 
era simile il caso, doveva riuscire simigliante il con¬ 
cetto. 

— Chi altri, — domandò ella per contro, — chi 
altri, se non il conte di Osasco ra’avrebbe parlato in 
tal guisa ? Ma dite, messere, come siete voi qui ? Non 
avete ricevuto la lettera che v’ha mandata mio padre? 

— L'ho avuta ; — rispose egli inchinandosi, — ma 
potevo io accettare la libertà che il marchese Ga- 



— 168 — 

leotto così nobilmente mi offriva? Yi avevo chiesta, 
o madonna, sulla fede della vostra bellezza ed ero 
grato ai vostri di avere accolto con benevolenza la 
domanda di tale che non è imperatore, pur troppo, 
nè principe, per reputarsi degno di voi. Sono venuto 
a chiedervi ancora una volta, e sono felice, dopo 
avervi veduta, che il mio cuore e il mio debito di 
gentiluomo non si trovino oggi a contrasto, come sa¬ 
rebbero stati veramente, e con grave danno del cuore, 
se la divina che ho incontrato pur dianzi non fosse 
stata madonna Nicolosina del Carretto. Voi sorridete? 
E bello ora il vostro sorridere e mi dà argomento a 
sperare. Or dunque , io porto la sua lettera al mar¬ 
chese vostro padre e venti lancie, che spero non gli 
torneranno sgradite. Anch’io combatterò pel Finaro; 
non mi concederete voi il premio della vostra mano? — 

Nicolosina stette un momento sovra pensieri. Le 
sovvenne del colloquio avuto poc’anzi lassù, nella torre 
dell’Alfiere, e una nube di tristezza scese ad offu¬ 
scarle lo spirito. Ma ella era donna di sensi gagliardi 
e si riebbe tosto di quello sgomento. Dopo tutto, che 
avrebbe mai osato Giacomo Pico? E non avrebbe ella 
saputo custodire la sua felicità contro ogni insidia, 
o minaccia ? 

— Conte di Osasco, — diss'ella, porgendogli la sua 
bella mano, su cui egli fu pronto ad imprimere il più 
ardente dei baci, — se mio padre accetta la vostra 
generosa profferta, anche domani, nella chiesa di san 
Biagio, sotto i colpi delle artiglierie nemiche. — 

Ed ecco per qual modo s’aguzza lo spirito alle ra¬ 
gazze da marito. I grandi casi e le forti commozioni 
sono la più pronta e la più efficace delle scuole. 



— 169 — 

Il conte d*Osasco, djd canto suo, aveva ragione'a 
reputarsi felice. E non sapeva tutto, ancora; non sa¬ 
peva, verbigrazia, d'esser giunto dopo un altro e di 
averlo al primo lancio superato. Del resto si giunga 
prima, o poi, l'essenziale è di giungere in tempo. E 
Carlo di Cascherano , conte di Osasco, giungeva in 
tempo altresì per conquistarsi il cuore di Galeotto, 
a cui la sua venuta, dopo la lettera che lo liberava 
dalla parola data, doveva parer generosa oltre ogni dire. 

Questi, che stava allora fuor del castello, a disporre 
la sua gente per V impresa di JSoli, com* ebbe udito 
delle venti lancie che erano venute al borgo per la 
strada di Ceva, pensò che fossero un nuovo presente 
del re di Francia, o d'ajcuno de' suoi generi, che ne 
aveva parecchi, e in alto stato ; tra gli altri Onorato 
Lascaris , signore di Ventimiglia e di Tenda , e Al¬ 
berto Pio, principe di Carpi, allora in Torino a'ser- 
vigi del duca di Savoia. E per sincerarsi della cosa, 
tornò subitamente al castello, dove gli venne veduto 
il conte d'Osasco, un altro genero, sul quale egli non 
faceva assegnamento veruno. 

L'ebbe per augurio felice, e si compiacque eziandio 
con paterna allegrezza del leggiadro aspetto del gio¬ 
vine , la cui bell’ $nima si dipingeva sul bellissimo 
volto. 

Una gioia mite, ma profonda, regnava in tutta la 
corte del Finaro. I radi ma sicuri colpi della signora 
Ninetta non ottennero quel dì tutta l'attenzione che 
il nostro infaticabile Anseimo Campora poteva con 
giusto orgoglio ripromettersi. Barnaba Adorno, cogli 
altri fuorusciti del suo casato, e i signori del Car¬ 
retto, tra i quali Giovanni, fratello a Galeotto, e ma- 



— 170 — 

donna Bannina, festeggiavano tutti il giovine Carlo, 
il leggiadro cherubino di Osasco. La gran sala del ca¬ 
stello era piena di tutti i gentiluomini che ufficio di 
guerra non trattenesse alle mura, e le nobili dame gu¬ 
stavano in quell* ora di geniale convegno un fugace 
riflesso dei loro trionfi cessati, degli ozi antichi e delle 
memori splendidezze del castello Gavone. 

A un tratto, con alto stupore di tutti, non escluso 
Tommaso Sangonetto, il quale, nella sua qualità d'am¬ 
basciatore posticcio, avea creduto di potersi imbran¬ 
care co* grandi, comparve nella sala Giacomo Pico. 

La faccia del Bardineto era scura, aggrondato il 
sopracciglio, il labbro chiuso, il portamento più con¬ 
tegnoso che 1* occasione non dimandasse, o che a lui 
vassallo non fosse consentito lassù. Ma il suo pallore, 
che ricordava la pugna sostenuta e facea fede d’una 
lunga malattia, non lasciava por mente a cotesto, e 
gli occhi della nobile comitiva si volsero a lui, schiet¬ 
tamente amorevoli. 

Primo, il marchese Galeotto lo salutò con un grido 
di lieta meraviglia, e, andatogli incontro, lo prese per 
mano, facendogli le più oneste accoglienze e congra¬ 
tulandosi seco lui del risanamento ottenuto. E il Bar¬ 
dineto ne tolse appiglio a soggiungere che troppo ora¬ 
mai era egli rimasto inoperoso e più di quello che 
veramente gli bisognasse; però, con licenza del mar¬ 
chese, avrebbe ripigliato il suo uffizio di soldato. Sa¬ 
peva della partenza disegnata alla volta di Noli ; 
laonde, non avea voluto lasciarsi sfuggire la buona 
occasione e domandava di entrare nel numero degli 
eletti, che stava per condurre il suo signore a quella 
impresa, così piena di rischi e di gloria. 



— 171 — 

— Ed io pufe, padre mio, che tale ben posso chia¬ 
marvi;— soggiunse il Cascherano, con impeto di one¬ 
sta baldanza. — Per aver parte a'vostri pericoli sono 
appunto venuto, e, sebbene giunto Tultimo tra questi 
degni e fedeli gentiluomini vostri, mi dorrebbe di non 
essere il primo a seguirvi. — 

Giacomo Pico, diede un* occhiata sospettosa a colui 
che parlava in tal guisa, chiamando il marchese Ga¬ 
leotto col nome di padre. Nicolosina , che spiava at¬ 
tentamente , quantunque in aria di noncuranza, ogni 
atto del Bardineto, notò queir occhiata e il cuore le 
diede un sobbalzo. 

— Gran giorno per me ! — diceva frattanto il mar¬ 
chese, a cui splendevano d’inusata luce i grandi occhi 
azzurri, che dovevano andar famosi nella storia del 
suo tempo. — Giacomo Pico, il nostro valoroso com¬ 
pagno d’ armi, torna oggi a brandire la spada, e il 
conte di Osasco viene a chiedermi la sua parte, non 
pure nelle allegrezze , ma altresì nei pericoli della 
mia casa. Si, Giacomo , tu verrai con me a questa 
impresa, in cui la tua avvedutezza e il tuo braccio 
non saranno soverchi. A voi , conte e fìgliuol mio, 
presento Giacomo Pico di Bardineto, il più fedele dei 
miei servitori. — 

Il sospetto di Giacomo si mutava per quelle parole 
in certezza. Per altro, non fu molto sorpreso da quella 
improvvisa venuta. Respinto da Nicolosina, tutto do¬ 
veva egli aspettarsi, e niente aveva a recargli stu¬ 
pore. Infine, e non era meglio così ? In un giorno solo 
aveva udito la sua sentenza da lei e veduto il suo 
fortunato rivale. Tristi cose ambedue ; ma almeno, 
ogni vana speranza andava in dileguo ; ogni dubbio 



— 172 — 

svaniva. Soltanto chi vede intiero il suo danno può 
degnamente provvedere a’ suoi casi. E Giacomo Pico 
avea provveduto. 

Carlo di Osasco fece un passo verso di lui e gli 
sporse amichevolmente la mano. Giacomo fremeva un 
pochino e forse sarebbe rimasto freddo, rispondendo 
al cortese invito con un mezzo inchino che non di¬ 
cesse nulla. Ma proprio in quel punto gli venne ve¬ 
duta madonna Nicolosina, tranquilla in apparenza e 
noncurante di lui. Se l’avesse veduta in atto suppli¬ 
chevole, chi sa ? Il cuore umano è così bizzarro nei 
suoi moti, che egli forse avrebbe vacillato ne’fleri 
propositi. Quella apparente freddezza, quella inflessi¬ 
bilità marmorea della donna a cui s’ era umiliato po¬ 
che ore prima nell’espansione dell* affetto e della pre¬ 
ghiera, lo raffermarono ne’suoi biechi disegni. E si 
avanzò allora verso il conte d* Osasco, gli prese la 
mano e la strinse, la strinse così forte, come se vo¬ 
lesse stritolarla. 

Parve quello al conte un saluto di soldato, ruvido 
sì, ma sincero. La pallidezza del volto e l’aria conte¬ 
gnosa parvero agli altri effetto della perdita del san¬ 
gue e dell'impiccio di trovarsi in così numerosa bri¬ 
gata, dopo esser rimasto forse due mesi nella solitu¬ 
dine della sua cameretta. E nessuno pose più mente 
a lui, salvo chi aveva argomento a temere di qualche 
sua sfuriata, e salvo Tommaso Sangonetto, che cono¬ 
sceva il segreto dell' amor suo e s’aspettava anch’egli 
qualche frutto della sua stravaganza. 

Avvicinatosi a quest’ultimo, e col sorriso sul labbro, 
Pico gli parlò sottovoce-, mentre faceva le mostre di 
salutarlo. 

— Stanotte saremo a Noli; — diceva. — Farò d 



— 173 — 

salire eoa questo bel forastiero sui merli. Chi sa che 
ad ambedue non tocchi la medesima scala ? La sorte 
é così capricciosa ! 

— Ah, Giacomo, non. far ragazzate, ti prego! — 
rispose il Sangonetto, con una ansietà, la cui espres¬ 
sione subitanea non isfuggì al vigile sguardo di ma¬ 
donna Nicolosina. 

— Non temere; — soggiunse Pico. — Vedrai! 

— Già, non vedrò niente, io! — ripigliò il San¬ 
gonetto. — Sono ambasciatore, non uomo d’armi, e le 
scale a piuoli mi darebbero il capogiro. Ho preso il 
tuo posto; non te ne lagnare. Io non sono ambizioso; 
finita, bene o male, la guerra, torno ciliegia e tu sa¬ 
rai da capo il fico deporto. 

— Ah sì! — sciamò il Bardineto, digrignando i 
denti. — Se tu aspetti eh’ io serva ancora questa razza 
d’ingrati.!... — 

Mentre egli così parlava , Nicolosina aveva tratto 
in disparte suo padre e gli venia favellando, con aria 
d’affettuosa preghiera. 

— Capisco ; — rispose Galeotto ridendo ; — tu 
non vuoi che il tuo leggiadro sposo, appena giunto 
tra noi , vada a correre il rischio d’ una piombatura 
sul capo. E sia, lo pregherò; ma vorrà egli accettare? 

— Se tu glielo domandi, padre mio , perchè no ? 
Non è egli uffizi^ragguardevole , e non 1’ hai tu fin 
qui lasciato, certo per mancanza di uomini da ciò, a 
men degne persone? 

— Per san Giorgio, figliuola mia, questo è un bia¬ 
simo che mi date. E invero, l’ho anche un po' meri¬ 
tato ! — soggiunse Galeotto, accarezzando con tene¬ 
rezza paterna i biondi capegli di madonna Nicolosina. 

E voltosi poscia al Cascherano, gli disse : 



# 


— 174 — 

— Cavaliere, tra pochi momenti si parte. Ma so io 
ora vi chiedessi un sacrifizio ? 

— Quale? — dimandò ansiosamente il Cascherano. 

— Ho mestieri di un prodo cavaliero, — soggiunse 
il marchese, — che corra speditamente infino ad Asti, 
e con eloquente parola induca il balìvo di Tresnay a 
venire colle sue genti in aiuto del Finaro, come mi 
fu promesso dal buon re Carlo di Francia e ancora 
testé dairillustrissimo signor duca di Orleans, giunto 
a mala pena di qua dalle Alpi. Per lo passato, in si- 
miglianti negozi, mi fu utilissima 1* opera diligente e 
sollecita di Giacomo Pico. Lui ferito e costretto al 
riposo, adoperai il nostro bravo Sangonetto; ma ora¬ 
mai colla buona volontà di lui ho fatto già troppo a 
fidanza.... 

— Magnifico messere, — disse allora il conte d’O- 
sasco, — se è cosa che vi preme.... 

— Assaissimo ; — interruppe il marchese ; — e su¬ 
bito, se ci amate, dovrete salire in arcione. — 

Madonna Nicolosina respirò, vedendo Tatto di con¬ 
sentimento del giovine. Giacomo Pico, in quella vece, 
si morse le labbra. Nel tardo mutar di consiglio del 
marchese Galeotto egli scorgeva la mano di Nicolo¬ 
sina e i sospetti che certo 1* avevano guidata a chie¬ 
dere Tallontanamento del conte. 

— Non ho io forse una mascher#al volto? — dis- 
s’egli tra sé. — E deve ella credere che io mi strugga 
d'amore e di rabbia per lei? — 

La deliberazione improvvisa del marchese Galeotto 
non poteva piacere nemmanco al nostro Tommaso, 
che vedeva andarsene in fumo tutte le sue ambizioni. 
Imperocché egli non era sincero col Bardineto, quando 
gli diceva di dover tornare ciliegia. 



• — 175 — 

— Magnifico messere.... — balbettò egli, ingrullit o; 
— ed io? 

— Con me o col tuo valoroso amico airimpresa di 
Noli ; — rispose amorevole il marchese Galeotto. — 
È giusto che io non tolga ai miei buoni vassalli l'oc¬ 
casione d'illustrarsi con qualche atto di singolare pro¬ 
dezza. E tu, mio” buon Tommaso, n’ hai certo una vo¬ 
glia spasimata. 

— Se l'ho, magnifico messere!... Certo, che l'ho; 
l'hanno tutti! — farfugliò il Sangonetto, che non sa¬ 
peva a qual santo votarsi. — Ringrazio il mio il¬ 
lustre signore e la fortuna che mi ha destinato ad 
accompagnarlo sul campo della gloria. — 

Cotesto ad alta voce e cercando di dare nella ro¬ 
tondità della frase un concetto della sua eloquenza 
d'ambasciatore fallito. 

Ma dentro di sé, il prode Tommaso Sangonetto ma¬ 
sticava ben altro. 

— Ah per l'anima di.... L’ha a contare, le mie pro¬ 
dezze, il marchese ! Già, o come vuol fare ? Dopo l'A- 
vemaria, tant'è la tua come la mia, ed egli non ve¬ 
drà proprio un bel niente. Io le conosco, le mura di 
Noli; ritte, puntigliose, accigliate, su quei loro greppi 
impraticabili, con quelle torri che escon fuori di riga 
ad ogni cinquanta passi e vi mandan giù l’ira di Dio!.... 
No, no, l'appoggi un altro, la mia scala ; io sto a ve¬ 
dere chi casca. Dopo tutto , o che ? io l'amo, quella 
repubblica; si governano da sé; non ci hanno mar¬ 
chesi, nè conti ; non pigliano gatte a pelare ; non do¬ 
mandano che di pescare tranquilli le più saporite tri¬ 
glie di tutta l'Italia. Ottimi cittadini • Li piglio a pro¬ 
teggere. — 




— 176 — 


CAPITOLO IX. , 

Qui si racconta di un nibbio, ohe rincorrendo 
una oolomba s'abbattè in una tortora. 

Messer Galeotto, per celato cammino alle spalle di 
Verzi, conduce Teletta de' suoi fanti su Noli. Grande 
o mirabile impresa era questa, di andare, egli asse¬ 
ti iato nella sua terra, a tentare Tassaito d’una terra 
nemica. Per altro, anche i suoi luogotenenti si se¬ 
gnalavano in simili atti d’incredibile audacia, e pochi 
giorni addietro un Enrico da Calvisio, con un pugno 
di Finarini era piombato così alla sprovveduta sul 
Borghetto, luogo murato sulla spiaggia del mare a 
ponente del marchesato, che i terrazzani, fedeli allora 
alla signorìa genovese, avevano avuto a mala pena il 
tempo di chiuder le porte. Il Calvisio, non potendo 
altro, 8’ impadronì d’ una galeotta che que' del Bor¬ 
ghetto tenevano ormeggiata alla riva, e preso il largo, 
avvistò otto feluche genovesi, le quali portavano vet¬ 
tovaglie all’ esercito. Qui, senza darsi un carico al 
mondo della galèa nimica che incrociava su que’pa- 
raggi e che doveva, essere in quel mentre nelle ac¬ 
que d’Albenga, navigò incontro ai nuovi venuti, c, 
fingendosi mandato dal sopracòmito della anzidetta 
galèa, li condusse a pigliar terra dov’egli voleva; così 



— 177 — 

impossessandosi delle vettovaglie destinate al nemico 
e introdncendole, per la via di Verezzi, nel Borgo 
Della qual cosa non è a dire come gli fosse grato e 
gli dòsso lode il marchese Galeotto, prode tanto egli 
stesso e largo di encomio coi prodi. 

Ora, innanzi di seguire quest'ultimo, vediamo Gia¬ 
como Pico che quel cicalone di Tommaso Sangonetto 
s'ingegna di consolare a modo suo dei rigori della 
sorte. 

— Cosi è, Giacomo mio, siamo vassalli e bisogna 
recarsela in pace. Son essi i padroni, noi gli umilis¬ 
simi arnesi. Serviamo al caso loro? Ci adoprano e ci 
hanno anche talvolta per la man di Dio, nel più forte 
delle loro necessità. Non serviamo più a nulla ? Ci 
buttano in disparte, o si ricordano di noi, com'io delle 
prime calze che ho smesso. Che forse c'ò mestieri di gra- 
tudine con noi? Che importa a lui del tuo valore', a 
lei delle tue smanie amorose? Egli ó il tuo signore, 
intendi uccel di rapina ; ed è suo, tutto suo , quanto 
egli vede dall'alto di questa rupe allo intorno; ella, 
poi, nasce dal padre; uccel di rapina anche lei, e uno 
spicchio di cuore sanguinolento ò il pasto più gradito 
a questa cara aquilina. Ah sì, gente da volergli bene, 
cotesta, e da pigliarcisi una scarmana , come ho risi¬ 
cato di far io nell' ultimo viaggio di Francia ! Vedi 
un po' come hanno trattato con me ! Tu eri inchio¬ 
dato in un letto, mio povero Giacomo , ed io subito 
diventavo buono a qualcosa. Mi mandano messaggiero 
alla Lega, e li servo di coppa e di coltello; sono con¬ 
tenti di me, non c’ò che dire, e me lo provano, man¬ 
dandomi in Francia. Vo come il vento ; ritorno come 
il terremoto; porto loro gli aiuti e le buone pro- 
Barrili. Castel Gacone. 12 



— 178 — 

messe del re. Che si voleva di più? Non ti par egli 
che io dovessi credere la mia sorte assicurata? Ma 
no. Si tratta ora di raccogliere i frutti della mia am¬ 
basceria, di mandare una persona fidata incontro al 
balivo di Tresnay. Chi dovrebbe andarci, se non io? 
Chi ha da compier l'opera, se non chi l'ha cominciata ? 
Ed eccoti in cambio il cherubino, capitato tardi, ma 
sempre a tempo per vogarti sul remo. Abbia lui la 
fanciulla meritata da Giacomo Pico; vada lui frat¬ 
tanto per quel negozio che doveva toccare al Sango- 
netto. Già, vedi carità pelosa! Sangonetto sarà stanco 
d'ambascierie, il poverino; mandiamo questo bel chia¬ 
vacuori in sua vece, ed egli invece abbia l'onore di se¬ 
guire all' impresa di Noli quel pazzo da catena d'un 
marchese Galeotto, che va a cercare il male come i 
medici; si buschi un verrettone, o una piombata sul 
notoline pairis, quel caro Tommaso ; se no, povero a 
lui, lo fa colla voglia. Accidenti alla compassione! 

— Va; — disse il Bardineto, masticando la stizza; 
— il tuo ladro è il mio; fo due vendette in un colpo. 

— In che modo? 

— È il mio segreto ; lascia fare e vedrai. — 

Ora il segreto di Giacomo Pico era di correr die¬ 
tro al Cascherano e di freddarlo • senz' altro. Questo 
egli aveva pensato, a mala pena lo stratagemma di 
madonna Nicolosina era venuto a guastargli il suo 
primo disegno. Senonchò, per mandare ad effetto que- 
st'altro, gli bisognava allontanarsi con qualche pre¬ 
testo dal marchese Galeotto e trovare, subito dopo, 
un cavallo. Ma anco a pescare la scusa per non ac¬ 
compagnarsi col marchese Galeotto e la cavalcatura 
per andar difilato sulla via di Melogno, che avea presa 



— 170 — 

il Cascherano pur dianzi, o non avrebbe quella sua 
fuga dal Borgo dato negli occhi alla gente? E morto 
il rivale , non sarebbe stata attribuita a lui Y ucci¬ 
sione ? Grama vendetta, che gii avrebbe impedito di 
tornare al castello, dove oramai teneva altre fila si¬ 
cure, come a momenti dirò. Smesse adunque il pen¬ 
siero d’inseguire il rivale, e, divorando la sua rabbia, 
andò col marchese Galeotto sulla via delle Magne. 

Il Sangonetto aveva ragione. Noli era un osso duro 
da rodere , con quel suo castello in vetta del monte 
e una lunga scesa di mura e di torrioni per infino 
alla valle. Come un nido di aquilastri, piantato nel 
fianco d’una rupe a sottosquadro, non teme insidia di 
cacciatori quantunque animosi e valenti, Noli potea vi¬ 
ver sicura dalla terra e dal mare. Di lassù, dove le 
sue mura comandavano i serpeggiamenti della via 
più faticosa che fosse mai, tornava impossibile un as¬ 
sedio, e una sorpresa soltanto avrebbe potuto dare 
la città in balìa de’ nemici; di giù, alla marina, in 
mezzo a due ripide balze, si stendeva una spiaggia 
irta di vele. I migliori marinai di Liguria nascevano 
appunto colà. Noli aveva armato due galere per la 
prima crociata, e in quella occasione s'erano stretti 
coi Genovesi i primi vincoli di quella amicizia che 
aveva a durare inalterata pel corso di sette secoli, 
cioè fino all* ultimo giorno di vita della serenissima 
repubblica. 

Giunsero a notte alta sotto le mura. Il marchese 
Galeotto aveva sollecitato per modo il passo de’suoi, 
da poter loro concedere un lungo riposo in prossimità 
della meta; e qui, poi, pena la morte, aveva coman¬ 
dato il più stretto silenzio. Insomma, niente era stato 



— 180 — 

da lui pretermesso di ciò che deve curare in simili 
congiunture un buon capitano; e, quantunque non lo 
reputasse necessario con uomini della tempra de’suoi, 
più d’una volta era corso avanti e indietro, ed anche 
rimasto un tratto in disparte ad osservare, perchè 
tutti ad un modo e ordinati procedessero all’assalto. 

Così e non altrimenti avvenne che il Sangonetto 
non potesse svignarsela, come avea disegnato di fare. 
Il nostro Tommaso doveva quella notte esser valoroso 
per forza. Tanto è vero che di notte ogni gatto è bi¬ 
gio. Il che va inteso con discrezione e per l’apparenza 
soltanto, da cui si cavano i giudizi umani e le storie ; 
che quanto al cuore, gli é un altro paio di maniche. 

Ogni cosa fino al pio’ delle mura andò secondo i 
desiderii del marchese. E già erano rizzate le scale o 
chetamente appoggiate ai merli. Il Sangonetto, adoc¬ 
chiatane una più lunga dell’altre, comandò di appog¬ 
giarla a dirittura contro lo sporto di un torrione, e 
con atto d’insigne temerità volle essere il primo a 
tentar la salita. Ora siffatti onori si lasoiano volen¬ 
tieri a cui piacciono, e i compagni suoi non ci tro¬ 
varono niente a ridire. Così saliva animoso, o gli altri 
dietro a lui, ma' alla distanza di due o tre piuoli, 
quasi per ossequio a tanto valore. Ora mentre si ti¬ 
rano a fatica in alto, coi loro palvesi imbracciati sul 
capo, ecco ad un tratto la scala traballa, gira sopra 
uno dei pie'; chi è in tempo s’aggrappa al legno mal¬ 
fido e si trattiene sospeso; chi stava in quel mentre 
colla mano levata, a cercare il piuolo più alto, bran¬ 
cica l’aria e cade riverso nel fìtto dei compagni che 
erano pronti a seguirlo; grida involontarie rompono 
dal petto di chi cade e di chi riceve il colpo inatteso, 



-w- 

e più delle grida torna molesto airorecchio del capi¬ 
tano lo strepito delle armature percosse. 

— Sant'Eugenio ! — gridò in soprassalto una voce 
dai merli. — Sant* Eugenio e Noli ! Cittadini, alle 
mura; il nemico, il nemico 1 — 

A questa voce un' altra rispose e un' altra ancora 
più lunge. In breve gridarono accorr' uomo tutte le 
scolte e fu messo il cartello a romore. Ben volle Ga¬ 
leotto profittare dell'oscurità e deirincertezza dei di¬ 
fensori, spignendo quanti più poteva sui merli ; ma già 
dalle caditoie piombavano pietre, e una d' esse, rom¬ 
pendo a mezzo una scala, fece ruzzolare un drappello 
de' suoi, tra i quali Giacomo Pico, che per altro non 
n'ebbe alcun danno, salvo le ammaccature del suo pan- 
zerone di ferro. 

L'insidia era sventata; i Nolesi accorrevano in fu- * 
ria alle mura e le lor grida empievano l’aria, facen¬ 
doli parere i due cotanti del numero. Niente era da 
farsi più oltre, e il marchese Galeotto, sebbene contro 
sua voglia e scorrucciato oltre ogni dire, comandò di 
lasciare l'impresa, prima che il nemico sapesse di certo 
chi gli avea dato l'assalto. 

Chi si dolse più forte di questa mala riuscita fu il 
prode Sangonetto, sospeso tuttavia alla scala, a cui, 
da quel furbo eh' egli era , avea dato volta con uno 
sforzo repentino di braccia. E volle farsi sentire, il 
temerario guerriero, perchè lo sapessero tutti, che 
c’era lui, proprio lui, appollaiato lassù; senoncliè, a 
mala pena s’ avvide, al traballìo della scala, che una 
mano nemica dal sommo del parapetto lavorava a 
dargli la spinta, lasciò di vociare, gittò lo scudo per 
aver più speditele mani, e lì spenzoloni fece le brac¬ 
ciate di due piuoli, in cambio di uno. 



— 18 1 — 

— Peccato ! — diss’egli nel ritorno a Giacomo Pico, 
e così ad alta voce che il marchese Galeotto lo udisse. 

— Una così bella* occasiono fallita, e per la balor¬ 
daggine di due, o tre, venuti a romper 1' ova in sul¬ 
l’uscio ! Ero già a due braccia dai merli, quando que¬ 
gli arfasatti m’hanno dato una volta alla scala, colla 
lor furia di corrermi tutti alle calcagna. Benedetta 
gente , per non dirne altro ! 0 non lo sanno il pro¬ 
verbio , che la gatta frettolosa fa i catellini ciechi ? 
Facevano a rubarsi il posto, que'scimuniti guasta me¬ 
stieri; come se in questa nobile impresa non ci fosse 
stato tempo e luogo per tutti! — 

Così, dopo aver provveduto alla sua vita, provve¬ 
deva il Sangonetto alla fama, dando egli stesso una 
sofiìatina nella tromba di questa compiacente signora. 

Nessuno, per altro, diè retta al nostro Tommaso, 
chè altri pensieri occupavano la mente di Galeotto e 
di Giacomo Pico. Taciti e spediti rifecero la strada 
delle Magne e sul mattino seguente rimettevano il 
piede entro le mura del Finaro , dove il marchese 
tornò alle cure della difesa e Giacomo Pico a’suoi di¬ 
segni di vendetta. 

Per intendere i quali, bisognerà risalire alla mat¬ 
tina del giorno addietro e proprio al momento in cui 
madonna Nicolosina, fortemente commossa di sdegno 
e di tristezza, usciva dalla torre dell’Alfiere. 

— Va e ricorda quel che ti pare, di me ; — aveva 
borbottato Giacomo Pico, seguendola infìno all’uscio ; 

— va e racconta pure ogni cosa a tuo padre 1 — 

E guatando quella superba che scendeva le scale 
così grave negli atti e padrona di sé, mentre egli non 
lo era stato e si sentiva vinto, umiliato da lei, un odio 



— 183 — 

feroce contro quella donna gli era nato d’improvviso 
nel cuore. Egli avrebbe voluto essere in quel punto 
un Dio, o un demonio, per vincerà quella ritrosa, in¬ 
catenarla colà, vederla a’suoi piedi, impadronirsi, a 
suo malgrado, di lei. Imperocché l’amore nell’anima 
del Bardineto non poteva riuscire quel delicatissimo 
affetto, e quasi celeste, che i poeti affermano essere 
certamente inspirato da una donna gentile. L’amore 
anzitutto è desiderio, e non sempre la nobiltà della 
persona amata può affinare nella mente dell’ uomo e 
trarre a fior di virtù spirituale questo che è sempre 
ne’suoi cominciamenti un prepotente ardore di sangue. 

Così imbestialiva il Bardineto, desiderando ed odiando. 
L'avrebbe di gran cuore posseduta ed uccisa ; e que¬ 
sto ò dir tutto. 

Ora, mentre egli la seguiva degli ocelli, gli venne 
udito, a due passi discosto da lui, un suono di ram¬ 
marico , quasi un singhiozzo rattenuto a fatica. Fu 
dietro 1* uscio in un salto, e vi trovò la Gilda rin¬ 
cantucciata, la Gilda più morta che viva. 

Subito intese che la meschina era là, ascosa e pian¬ 
gente, per lui. Del resto madonna Nicolosina gli aveva 
detto pur dianzi il segreto della sua povera ancella. 
Ed egli non se n’era avveduto prima; assorto nella 
bellezza gloriosa della giovine castellana, non avea 
mai chinato lo sguardo indagatore sul viso della Gilda; 
non aveva pensato mai che la sua bellezza, per es¬ 
sere in umile stato, *non era già da meno di quella 
che a lui l’ambizione e l’amore facevano apparir così 
grande. 

Si chinò allora verso di lei, la rialzò tra le sue 
braccia e la trasse di peso nella camera, senza cho 
ella pur si provasse a resistere. 



— 184 — 

— Uccidetemi, messer Giacomo ! — gli disse invece, 
dando in uno scoppio di pianto. — Ho udito ogni 
cosa e mi è più caro morire, che soffrir come fac¬ 
cio da un'ora. — 

Giacomo Pico rimase immobile un tratto a guar¬ 
darla , così abbandonata nelle sue braccia , sciolta le 
chiome, il volto arrovesciato, fiammeggiante, inondato 
di lagrime. Era bella, così; e lo amava, e soffriva 
per lui. 

S'inginocchiò, per sostenerla meglio e sollevarle la 
testa, ma più ancora per divorarla degli occhi e ri¬ 
scaldarla del suo alito ardente, quella donna leggia¬ 
dra, che si struggeva di vergogna e di amore. 

— Hai udito ogni cosa? — le disse. — Hai dun¬ 
que udito che siamo i loro servi, i loro trastulli ? 
Questi orgogliosi e malvagi signori, li conosci ora an¬ 
che tu? 

— Oh, Giacomo ! che dite voi mai !.... — gridò sbi¬ 
gottita la poveretta. 

— Dico che tali son essi, e che altri dobbiamo es¬ 
ser noi da quelli di prima, per loro ; — ripigliò Gia¬ 
como., infiammato di sdegno; — dico che bisogna 
odiarli.... e amarci tra noi; — soggiunse sottovoce e 
quasi bisbigliandole la frase all'orecchio. 

Allo inattese parole e al soffio infuocato delle lab¬ 
bra di Giacomo, la Gilda trasaltò e volse su lui uno 1 ' 
sguardo smarrito. 

— Amarci tra noi, sì 1 — ripetè il Bardineto. — 
Non siamo noi quanto loro? In che sei tu men bella 
di lei? E in che son io da meno di uno sposo che 
ella conosce a mala pena per nome ? Io e tu, fanciulla, 
siam nati in umile stato ; è questa T unica differenza 




— 185 — 

tra essi e noi. Ma chi furono i loro antenati ? E non 
potrebbe nascere da noi una stirpe più nobile della 
loro e più generosa a gran pezza? Abbiamo dunque 
noi pure gli stessi diritti sulle gioie dell’ esistenza ; 
dobbiamo e vogliamo liberarci da questa infame ser¬ 
vitù, essere, come ci sentiamo, uguali a costoro. 

— Ab, messer Giacomo, — esclamò ella sbigottita, 
— voi parlate come Tommaso Sangonetto. 

— Che ti ama! — notò il Bardineto con accento 
sarcastico. 

— Sì , — rispose ella prontamente , — ma non 
quanto io lo detesto. 

— Fai bene, sai ! — disse Giacomo, carezzandone 
accortamente i pensieri, mentre la traeva dolcemente 
a sèrper ravviarle i capegli sulle tempie. — Egli 
non intende 1' amore ; è di tempra volgare ; desidera, 
non ama. Ed io t’ amo. Sei bella, — soggiunse, no¬ 
tando un misto di sorpresa e d’incredulità che le tra¬ 
spariva dagli occhi, — sei bella come la vergine Ma¬ 
ria, che frate Angelico ha raffigurata, e che i nostri 
signori custodiscono tanto gelosamente nella chiesa di 
San Giorgio. Come torno io ad avvedermi di ciò, io 
che fui tanto smemorato per giorni e per mesi ? Vedi, 
Gilda, mia Gilda, sono stato cieco; che dirti di più? 
Si è fuori di senno talvolta, come si ò presi dal vino. 
Certo la tua signora mi ha posto una malìa, per con¬ 
durmi in mal punto, e spezzare il tuo povero cuore. 
Imperocché, vedi, io lo sentivo, di essere amato da 
te. Erano le tue bianche mani che mi davano più grato 
refrigerio, quando le s’accostavano a medicarmi la fe¬ 
rita. Laggiù all’Aitino, te ne rammenti? sei stata la 
prima a giungere, la prima a toccarmi. È desiderai 



- 186 — 

di rimanere eternamente colà, quando sentii il tuo 
braccio scorrere lievemente sotto il mio capo per 
rialzarlo, quando sentii sulle mie guancie l’alito della 
tua giovinezza. E poi, quale follìa ! Come ho potuto 
io uscir fuori di me? Credilo, fu una malìa. Più ti 
guardo, e più vedo che nessuna dgnna ti vince in bel¬ 
lezza. Occhi meravigliosi che han pianto tanto!. 

Anche i miei, Gilda, ma non piangeranno più, o pian¬ 
geranno per te. Labbra porporine, da cui mi sarà così 
dolce una parola di perdono! guancie morbide, che 
non respingeranno i miei baci!.... — 

Accesa di quelle parole, gittata di balzo in un mondo 
cosi nuovo per lei, Gilda trovò pure la forza di svin¬ 
colarsi dalle strette del giovine. 

— Ah no, messer Giacomo ; — gridò ella piangente; 
— non ò così che si ama. 

— T’inganni ; — le diss’ egli, ma chetandosi tosto 
e persuadendola con atti riguardosi a sedere daccanto 
a lui, mentre stringeva una mano che ella non ebbe 
cuore di negargli ; — t’inganni. L’amore è un’ eb¬ 
brezza, uno spasimo; qualche volta un martirio. Non 
l’hai sentita tu una spina nel cuore, quando mi udivi, 
forsennato, implorar mercè da quella tua vanitosa si¬ 
gnora ? 

— Non parlate così di lei, — diss'ella scorrucciata, 
ritraendo la mano, — o io crederò che l’amiate an¬ 
cora. 

Il Bardineto si morse le labbra, 

— Ha ragione, — pensò egli tra sé, — ed io non 
sono ancora abbastanza esperto in cosifatte batta¬ 
glie. — 

Indi, rivoltosi a lei, proseguì raumiliato : 





— 187 — 

— Sentimi, Gilda; e non merita essa il mio sdegno? 
Non è sua la colpa di tutto ciò che è avvenuto? Se 
ella non mi avesse ammaliato , lusingato, tirato a sò 
con quelle arti sottili che le sue pari conoscono, avrei 
potuto io mai levar gli occhi e le speranze vane sino 
a lei, sino alla figlia del marchese mio signore? 

— Amore uguaglia! — disse con accento di ama¬ 
rezza la Gilda. 

— Si, quando si ama ; c io non l’amavo. Forse po¬ 
tevo io rivolgermi a lei, avendo dato a un’altra donna 
il mio cuore? Ed eri tu quella. Ne dubiti ancora? 
Ma pensaci, o Gilda ; dimentica un’ora di follìa ; ri¬ 
torna colla mente al passato. Perchè mi hai amato, 
tu, se non perchè sentivi in me un affetto che rispon¬ 
deva al tuo? 

— Ah , l’ho creduto ! — esclamò la fanciulla, co¬ 
prendosi il volto colle palme. 

— E avevi ragione ; e così fu ; — soggiunse il Bar- 
dineto. — Ma cotesto non mettea conto alla ma¬ 
liarda. Voleva esser sola qui, regnar sola. Un uomo 
giovine e prode viveva nella corte di suo padre; la 
vedeva, le parlava ogni giorno, e non si curava al¬ 
trimenti di lei ? E i begli occhi di una ancella ave¬ 
vano avuto più potere de’suoi ? Un reo capriccio 
le nacque allora nell’ anima, di sviare quell’ uomo, 
di ferir questa donna nella sua onesta alterezza. 
Imperocché tutti, in qualsivoglia stato cresciuti,* pos¬ 
siamo averci la nostra; e la tua, o fanciulla, è giu¬ 
sta, è sacra, come l'alterezza d'uua figlia di re. Sei 
bella; ò questa la tua nobiltà. I tuoi grandi occhi 
neri son gemme che tutto l'oro del mondo non ba¬ 
sterebbe a comprare; i tuoi capegli corvini, morbidi 



— 188 — 

o lucenti, che scendono amorosi a baciarti le spalle, 
valgono un manto d'imperatrice, come questo ferro 
che io stringo potrebbe valere uno scettro. Amiamoci, 
trionfiamo uniti dell'avversa fortuna; io son tuo per 
l’amore che mi distrugge ; tu sei mia per le lagrime 
che io t’ho fatto spargere poc’anzi. Dimmi, Gilda, non 
perdonerai tu a chi ha tanto sofferto? Vorrai tu che 
quella donna m’abbia fatto impunemente il peggior 
male e goda di averci divisi per sempre? Serviresti 
alla sua gelosia, non al tuo orgoglio di donna, che ha 
già nelle mie supplicazioni il suo più largo trionfo. 
Perchè mi guardi con quegli occhi smarriti ? Ti sono 
io cosi odioso ? Non fuggirmi, no, non fuggirmi, te ne 
scongiuro! credi alla sincerità dell'amor mio, alla 
grandezza del mio rimorso, o ch’io mi uccido a’ tuoi 
piedi. — 

Così dicendo, con meditata progressione di affetto, 
Giacomo Pico aveva sguainato il pugnale che gli pen¬ 
deva al fianco, e fu tanta la foga con cui lo brandì, 
rivolgendone la punta al suo petto , che la fanciulla 
fu per vederlo già morto. 

— Ah no, Giacomo, per amor del cielo, per l’amor 
mio, ve ne prego ! — gridò ella atterrita. 

E levate le mani, colse in aria il pugnale. Lotta¬ 
rono disperatamente un tratto, egli per ritenere, ella 
per istrappargli quell’arma paurosa. E per fermo, de¬ 
bole com’era, non ne sarebbe ella venuta in capo, se 
Giacomo, veduto scorrer sangue dalla mano di lei, 
non avesse tosto abbandonato l’impugnatura. 

— Per l’anima mia ! — gridò egli a sua volta, im¬ 
pallidendo, mentre tendeva le palme, per afferrar quella 
mano. — Ti ho ferita? 



— 189 — 

La fanciulla diede una rapida occhiata al suo brac¬ 
cio, che a tutta prima uvea ritirato, per tema non 
volesse egli riafferrare il pugnale, e vide grondar 
sangue dal cavo della mano sul polso. 

— Che importa? — diss’ella, sorridendo. 

E innanzi di ridargli la mano, gittò il pugnale lungi 
da sé. 

Ella era bella così, nel suo piantoriso, come un 
lieto raggio di sole attraverso le nuvole, nell* aria 
ancor madida degli ultimi spruzzi del n$mbo. Era bella 
nel gaudio della sua vittoria, nel sublime conforto di 
aver salva la vita di Giacomo, di aver veduto nel 
suo disperato proposito una certa testimonianza d’ a- 
more e Hi avergliene dato un' altra a sua volta nel- 
T ardimento con cui ella, timida fanciulla, rifuggente 
dal luciccbio delle armi, gli aveva strappato il pu¬ 
gnale, insanguinando in quella lotta le suo povero 
mani. 

Ogni altr* uomo si sarebbe commosso e avrebbe 
rispettata quella celeste innocenza. Non così Giacomo 
Pico, anima bieca, indole travolta dallo sue matto 
ambizioni, cuore inasprito dall'odio, né più disposto a 
vedere quel che ci fosse di buono o di santo dintorno 
a lui, se non per farne pascolo e stromento a' suoi 
tristi furori. 

Preso la mano della giovinetta e osservò la ferita. 
Vedovasi attraverso il sangue sparso una scalfittura 
pel largo della palma, e appariva essere stata fatta 
dallo scorrere della lama lungo le carni invano ri¬ 
strette per trattenerla. 

Prese quella mano, dico, la osservò un tratto, indi 
con moto rapidissimo se la recò alle labbra, suggendo 
avidamente quel sangue. 



— 190 — 

La Gilda tentò di ritrarsi, ma non le venne fatto. 

— L'amore è una dolce schiavitù; — le disse allora 
Giacomo Pico, volgendole una languida occhiata, che 
la turbò nel profondo deli’anima; — il tuo sangue, 
o fanciulla, ha suggellato il patto della mia sommes- 
sione. Per questo sangue, dolce come il più dolce li¬ 
quore, io ti giuro, amor mio, una eterna obbedienza. 
Da questo momento sarai tu la regina del cuor mio; 
così mi assista la sorte, come ho lede che il mio ferro 
ti conquisterà una corona. — 

Ella non rispose parola; era vinta. Reclinò la sua 
bruna testa sul petto di lui, nascondendogli cosi il suo 
rossore, e facendogli palese il suo smarrimento. 

Giacomo seguitava a parlare. QucL che dicesse, nep- 
pur egli sapeva. Né la fanciulla, venuta in quella con¬ 
fusione, potea più meditare le parole di lui. Ne coglieva 
il suono indistinto e in quella musica soave le si ad¬ 
dormentava ogni spirito di resistenza. Anima candida, 
credette al candore dei giuramenti di Giacomo; né 
solamente dimenticò quell’ ora terribile in cui aveva 
provate tutte le trafitture della gelosia; ma il passato, 
il presente e il futuro si confusero in quel profondo 
oblìo di sé stessa, da cui si riebbe alla fine, ma indisso¬ 
lubilmente legata a quell'uomo, perduta senza rimedio, 
innanzi di aver visto il pericolo. 

Era già tardi, o il marchese Galeotto non doveva 
indugiar molto a mettersi in cammino per alla volta 
di Noli. Dalla finestra della cameretta di Giacomo si 
udiva il suono di molte voci nella gran sala del ca¬ 
stello. 

Il Bardineto si strappò dalle braccia di Gilda, per 
discendere, come avea disegnato, alla presenza del suo 



— 191 — 

signore. Voleva andare incontro agli eventi, sostenere 
lo sguardo di tutti, mostrarsi forte, seguire il mar¬ 
chese all* assalto di Noli e confermare in quella im¬ 
presa il suo buon nome di animoso soldato; voleva 
insomma un mondo di cose, delle quali poco o nulla 
seppe intendere 1* inesperta donna che tutto aveva di¬ 
menticato per lui. 

La poveretta sentì in quella vece, al dolore della 
separazione, quanto ella già appartenesse a quell* uomo. 
Rimasta sola nella torre dell'Alfiere, pianse lunga¬ 
mente, s’inginocchiò, chiese a Dio perdono e soccorso, 
non senza pensare con raccapriccio ai suoi signori, 
così amati da prima, ed ora così molesti al ricordo. 

Finalmente, poiché tutto ha un termine quaggiù, 
anche il dolore, ella si riebbe dal suo abbattimento o 
volle esser forte. 

— Non mi ama egli? •— chiese a sé stessa, rial¬ 
zandosi e scuotendo la bruna testa, madida ancora dei 
baci di Giacomo Pico. — Non lo ha giurato ? Non ha 
bevuto il mio sangue ? Così gli bruci il cuore, se egli 
dovesse tradirmi. Ma io saprò difendere l'amor mio; 
lo ucciderò, — soggiunse, raccogliendo da terra il 
pugnale di Giacomo e nascondendolo in seno, — lo 
ucciderò con questo ferro, se penserà ancora a colei. 



— 192 — 


CAPITOLO X. 

Nel quale si parrà l’accortezza del narratore, 
per annoiare 11 meno possibile 1 suol benigni lettori. 

Cosi nell’arte della guerra come nell’ arte della 
scherma, botta vuole risposta e le finte non giovano 
più, se non a patto di precedere il colpo. Ora la ri¬ 
sposta di messer Pietro Fregoso al tiro di messer Ga¬ 
leotto su Noli fu per l'appunto di stringere viemag- 
giormente l’assedio del Borgo. Condotto l’esercito più 
sotto le mura che non avesse fatto dapprima, il capi¬ 
tano genovese die’ fiato a tutte le artiglierie del suo 
campo, e per dieciotto dì e per altrettante notti fu un 
trarre indiavolato di bombarde, falconi, ed altri con¬ 
simili ordegni. Basti il dire che, in quello spazio di 
tempo, trecento novanta palle di bombarda furono 
gittate nella terra assediata, il che torna a una ra¬ 
zione di forse ventidue sassi da cinquecento libbre 
ogni dì, senza mettere in conto le palle minori, cioè 
a dire quelle dei falconi, delle colubrine, cerbottane, 
ribadocchini, e via discorrendo. 

Fu , come i lettori di leggieri argomentano, una 
grande rovina per le caso del Borgo. Per contro, non 
n’ebbero molto strazio le vite. Morì una povera vec¬ 
chia, còlta da uno di que’sassi in sua casa; morirono 



— 19 » — 

due altre donne, sorde e mute dalla nascita, le quali 
stavano lavando i loro pannilini nel torrente di Calice, 
alle spalle del Borgo, e non poterono udire l’avver¬ 
timento della campana posta sulla torre di Bichignollo. 
Era questa la torre più alta della città e vi stava di 
continuo un guardiano, con obbligo di dare un rin¬ 
tocco, ogni qual volta nel campo nemico gli venisse 
veduto il lampo d'una scarica. In tal guisa si custo¬ 
divano gli abitanti della terra, e ad ogni avviso del 
guardiano correvano a riparo sotto il portone più vi¬ 
cino. Senonchè, questa guardia era efficace di giorno, 
che si potevano allora tener d’occhio le artiglierie ne¬ 
miche e i loro mutaménti di luogo; laddove di notte 
il povero custode non ci avea mica gli occhi del gatto, 
c gli avveniva che la più parte dei colpi, per non 
aver egli veduto il lampo, fosse annunziata dal rombo, 
cioè, quando non c’era più tempo a cansarsi. 

Un gran rischio.lo corse una sera messer Barnaba 
Adorno. Sedeva egli a cena nel palazzo assegnato a 
lui e alla sua famiglia dalla ospitale liberalità del 
marchese Galeotto, allorquando la campana di Bichi¬ 
gnollo diede un rintocco. 

— Bene! — esclamò ridendo il giovine Paolo Adorno, 
nipote di Barnaba, in quella che stava per recarsi il 
bicchiere alle labbra. — Ecco una giuggiola per le 
frutte. A chi toccherà essa? — 

Aveva egli a mala pena finito di parlare, che un 
frullo veloce si udì per 1’ aria c subito dopo un for¬ 
tissimo schianto. La colonnetta di marmo che partiva 
la finestra si ruppe, mandando i frantumi e le scheg- 
gie per tutta la camera, e in men che non si dice 
piombò sulla tavola un regalo di Anseimo Campora, 
Barrili. Castel Gacone. 13 



— 104 - 

fracassando il vasellame e mandando ogni cosa sos- 
sopra. 

Parecchi dei commensali balzarono in piedi dallo 
spavento, e taluno di essi con qualche ammaccatura 
per giunta. 

— State, messeri, in nome di Dio! — gridò Bar¬ 
naba Adorno. — La giuggiola di Paolo ò toccata alla 
nostra mensa; ma altro di peggio non pnò fare oramai. 

— Raccattiamo almeno qualcosa! — disse Paolo, 
chinandosi a terra, dov*erano sparpagliati tra i cocci 
gli avanzi della cena interrotta. — Ecco giusto uno 
spicchio di pollo, che non me lo mandano più a male 
i Fregosi, che il malanno li colga! 

— Amen, cominciando da Giano! — soggiunse 
lo zio. 

E la cosa finì in ridere, senz’altro danno per la no¬ 
bile brigata clic quello di avere abbreviata la cena. 

Intanto , più durava 1* assedio, e più grande era il 
guasto, non solamente nel Borgo, ma eziandio nelle 
campagne circostanti. I soldati del Fregoso, segnata- 
mente i non genovesi (che i genovesi furono sempre 
buoni massai, e la roba altrui, quando si studiavano 
di averla, trattavano già come fosse la loro) i soldati, 
dico, rompevano, tagliavano, mettevano in pezzi, da¬ 
vano lo spianto a ogni còsa. Se mastro Bernardo 
avesse potuto dare una sbirciata all’Àltino, altro che 
botti sfondate ! Avrebbe visto il suo pergolato in terra, 
gli anguiilari divelti e il suo bel fico brigiotto, onore 
dell’ orto, quel maestoso fico dond’egli spiccava ogni 
anno cinquecento dozzine di fichi prelibati, polputi e 
maiuscoli, pietosi a vedere per la buccia screpolata 
e per la lagrima ali’occhio, quel nobilissimo fico an- 



— 193 — 

dato in iscavezzoni, sotto i colpi bestiali d' una sol¬ 
datesca, la quale non prevedeva di dover essere an¬ 
cora in que'luoghi alla stagione dei frutti. 

Poveri a noi ! griderà qualche lettore spaventato ; 
siamo a mala pena in febbraio e dobbiamo ingoiarci 
tutti gli altri mesi per infino a settembre ? Sissignori ; 
ma badate , gli è come a sorbire un uovo fresco ; 
l’autore è discreto e va per le spiccie ; sicché, non te¬ 
mete ch'egli intenda abusare della vostra pazienza, 
come fece Catilina coi Romani, se dobbiam credere a 
quella lingua tabàna di Marco Tullio dal Cece. 

Per venir difìlati alla storia, si dirà che in quel 
mezzo fu di ritorno al Finaro il bel conte di Osasco. 
Aveva egli veduto in Asti il balivo di Trasnay e con¬ 
duceva al marchese Galeotto i nuovi soccorsi di Fran¬ 
cia, che erano dugento lancie, sotto il comando di sere 
Gaulois, e còlla giunta di due maravigliosi cavalieri 
di ventura, Ludovico Masson e Gianni Fontaine, di 
soprannome l'Abate. 

Questi soldati forastieri fecero di bello imprese al 
Finaro e risollevarono alquanto gli spiriti abbattuti 
della difesa. Non si veniva già a capo di rompere*il 
nemico, ma con audaci sortite lo si travagliava di 
continuo ne' suoi ridotti e segnatamente si tornava 
molesti a quc'capitani, venuti in condotta nell' eser¬ 
cito genovese, i quali erano avvezzi alle guerre senza 
troppo spargimento di sangue. Feroci in battaglia 
erano a que' tempi i francesi, e ciò forse perchè ina¬ 
spriti in quella giòstra spietata, che da tanti anni 
avevano sostenuta in casa loro, contro l'armi invadi- 
trici d'Inghilterra. Laonde, mentre i condottieri ita¬ 
liani si contentavano di balzare d'arcioni il nemico, 



— 106 — 

ponendogli taglia se era persona d'alto affare, o d'al- 
cun grado nella milizia, e levandogli in quella vece l'ar¬ 
matura e rimandandolo in farsetto se soldato sem¬ 
plice , o di povera apparenza, i francesi per contro 
usavano, ov'egli fosse caduto sotto il loro urto, di ca¬ 
larsi a terra e di finirlo con un colpo di misericor¬ 
dia sotto l'allacciatura dell’elmo. 

In quel torno un Andrea Romanengo, che militava 
nelle file genovesi, per esser egli ghibellino siccome 
erano i Carretti, piantò le insegne de' suoi concitta¬ 
dini, e, andato a’ servigi del marchese Galeotto, inci¬ 
gnò il suo passaggio al nemico guidando contro il 
campo genovese- cinquanta animosi soldati, e fu ad un 
pelo d'impadronirsi delle bombarde postate sull’altura 
di Monacello; la quale impresa nessun altri avrebbe 
potuto tentare fuor lui, ohe ben conosceva le vie co¬ 
perte, i tragetti, la forza delle guardie e tutti gli usi 
del campo. 

Messer Pietro Fregoso gli mandò a dire, per uno 
de'prigioni fatti in quello scontro e resi secondo il 
costume in cambio di altrettanti genovesi, che badasse 
a custodir bene la sua persona o volesse dare frat¬ 
tanto gli estremi conforti alla sua gola; imperocché 
egli si prometteva di farlo impiccare al trave del- 
r ultima torre che rimanesse in piedi al Finaro. 

Molti altri bei fatti d’arme intervennero, che per 
amore di brevità, e perchè sottosopra tutti compagni, 
tralascio di raccontare. Bene raccontano le cronache 
finarine della proposta fatta da Giovanni, fratello del 
marchese Galeotto, di combattere egli solo contro un 
campione di Genova e così por fine alla guerra ; propo¬ 
sta che il Fregoso non accettò, come quella che mettea 



— 197 — 

conto solamente al nemico, inferiore di tanto per nu¬ 
mero e stremato di forze. Raccontano inoltre della 
disfida che mandò Giacomo, figliuolo di Oddonino del 
Carretto, a Nicolò e ad Antonio Fregoso ; rifiutata la 
quale, con un pugno di cavalieri fece una scorreria 
fin sotto le mura di Castelfranco, Narrano di una 
zuffa che avvenne sopra T ospedale di San Biagio, 
proprio daccanto alle mura del Borgo, delle prodezze 
che vi operò Giovanni Sanseverino e di quelle d’ un 
cavalier francese che sostenne da solo l'impeto di 
cinque nemici ; uno ne uccise, gli altri ferì, ed egli 
poi appiedato ebbe tronche le gambe da un colpo di 
colubrina. Aggiungono che i genovesi, nel fare un’al¬ 
tra bastita, dovettero per un giorno intiero far fronte 
ai ripetuti assalti della gente assediata, e in quella 
occasione Gianni Fontaine, detto l’Abate, ebbe il fra¬ 
tello malamente ferito e sepolto ancor vivo dai geno¬ 
vesi; la qual cosa proverebbe invero una fretta so¬ 
verchia e niente affatto lodevole, ma altresì la buona 
intenzione dei genovesi e il costume che avevano di 
rendere gli estremi onori ai caduti. 

Raccontano.... Insomma, io non mi fermerò a pigliar 
nota di tutto. Metterò in sodo che si pugnò lunga¬ 
mente e valorosamente da ambe le parti ; cosa che 
torna ad onore del buon nome italiano, dappoiché 
fìnarini e genovesi, monferrini, lombardi, napoletani 
e quant* altri combattevano , alleati, o assoldati, nei 
due campi del Finaro e di Genova, erano tutti figliuoli 
d* una medesima patria, 

E T assedio intanto durava ; nò ciò solamente per 
la singolare asprezza dei luoghi e per la inaudita te¬ 
nacità della difesa, ma eziandio per la instabilità de- 



— 108 — 

irli uomini nell’ esercito genovese. Ilo già detto come 
si usasse allora far gente e come il nerbo dell’esercito 
posto sotto il comando di Pietro Fregoso si compo¬ 
nesse di forze comandate, tutte con poca e varia du¬ 
rata di servizio ; di guisa che, spirato il termine fino 
a cui una data compagnia era obbligata a rimanere 
sotto le insegne, questa si ritirava dal campo, foss’anco 
alla vigilia d'una pugna. Anche i mercenarii, finita la 
loro condotta, e dove i patti nuovi non fossero più 
larghi dei vecchi, od altrimenti accettevoli ai con¬ 
dottieri, spulezzavano tosto; e talfiata anco passavano 
con arme e bagagli alla parte contraria, se questa 
aveva trovato il verso d'intendersi con esso loro e di 
offrire una paga più alta. Il sentimento dell’onore per 
que' tempi era tale, e comandati e condotta non si 
tenevano obbligati ad averne più in là del giorno 
assegnato. 

A proposito di giorni, uno finalmente ne venne, e 
lu quello di San Gregorio, ai 12 di marzo, che i ge¬ 
novesi levarono il campo. Già da due di il fuoco delle 
bombarde si era di molto allentato; di che gli asse¬ 
diaci aveano dato merito al tempo piovoso, che non 
tornava propizio alla lunga e malagevole operazione 
della carica. Ora, la mattina del 12, uscito il Sanse- 
verino colle* sue lancie francesi fuor dalla porta di 
san Biagio per far correrìa lunghesso il torrente, ebbe 
a meravigliar forte di non ricever molestia dai bale¬ 
strieri nemici, che solevano stare in agguato alle falde 
di Monticello. 

Incontanente spiccò un uomo dalla cavalcata, perchè 
dèsse avviso di quella novità al marchese Galeotto. 
Il quale fu pronto ad uscire con grossa mano di fanti 



— 199 — 

per tastare il terreno all* intorno, incominciando dalle 
bastite dell’Argentara e del poggio di Maria. S’inol¬ 
trarono guardinghi fino agli steccati, già per lo ad¬ 
dietro così fieramente contesi, e dei nemico non ebbero 
indizio ; le bastite erano abbandonate. Salirono ai 
greppi di Monticello e niente trovarono ; ridiscesero 
al piano, e la valle apparve deserta. I genovesi nella 
notte avevano levato l’assedio. 

Messer Galeotto, che pizzicava di lettere; pensò al¬ 
lora alla fuga dei Greci da Troia e sospettò d* una 
insidia. Ma dov’era egli il cavallo di legno, od altro 
che ne tenesse le veci ? 

Per aver traccia dei genovesi, fu mestieri a Ga¬ 
leotto di giungere fino alla Marina, donde si vedevano 
ormeggiate a poca distanza dal lido le galere nemiche, 
e sotto a Castelfranco, dove la rocca incominciò a 
piover sassi e il battifolle di san Fruttuoso a vomitar 
fuoco sullo prime schiere dei fìnarini. Il nemico era 
andato a far testa colà, come sul principio della guer¬ 
ra ; Galeotto non volle saperne altro o tirò indietro 
la sua gente, pensando che messer Pietro Fregoso non 
tenesse fermo laggiù che per coprire la sua ritirata. 
I ricordi greci occupavano quel giorno la mente di 
Galeotto, che si sovvenne allora di Temistocle e del 
suo detto memorabile: a nemico che fugge, ponte 
d’oro. 

Checché ne fosse del partito preso dai genovesi, il 
fatto era che i capi dell’esercito stavano appunto al¬ 
lora a consiglio presso il capitano generale messer 
Pietro Fregoso, nella chiesa di Nostra Donna in Val 
Pia, per avvisare il da farsi. E pare che la delibera¬ 
zione fosse appunto di lasciare l’impresa, poiché nella 



— 200 — 

notte seguente le artiglierie erano chetamente levate 
dai battifolli di San Fruttuoso e di Vignadonna, e una 
grande fiammata annunziò ai fìnarini che quelle ba- 
stite di Val Pia , e l’altra più forte e più vasta del 
poggio di Castiglione, erano condannate a perire, es¬ 
sendo Tesercito genovese già in salvo sulla via delle 
Magne. 

Il marchese Galeotto si applaudì di aver seguitato 
il consiglio di Temistocle e dimenticò i suoi primi so¬ 
spetti intorno al cavallo di Troia. Sì certamente, 
quella era la riprova del fatto ; i suoi nemici giurati, 
sebbene a malincuore (e questo egli se lo immaginava 
e lo intendeva benissimo), aveano pur dovuto ritirarsi 
dal campo, stupiti dalla tenacità del suo animo e della 
validità delle suo difese. E non ragionava poi male; 
senonchè, mostrava di conoscer poco messer Pietro 
Frcgoso, uomo, come suol dirsi, tutto d’un pezzo, il 
quale avrebbe più facilmente perduto un braccio, una 
gamba, od altra parte della persona, che deposto un 
disegno della sua testa. 

Invero, entro le mura del Finaro e proprio nella 
corte dei signori del Carretto, c’era taluno che intorno 
ai consigli di messer Pietro poteva saperla più lunga 
che non il marchese Galeotto. Ma quest'uno ci aveva 
le sue brave ragioni per non dirne nulla al marchese 
e non turbare Y allegrezza recata nel castel Gavone 
da un primo giorno di sole. 

Quel lieto giorno il marchese Galeotto lo celebrò 
da par suo, col matrimonio di madonna Nicolosina. 
Le nozze, durando V assedio, avrebbero dovuto farsi, 
malgrado l’animoso proposito della giovinetta, nella 
piccola chiesa di san Giorgio, che era nel recinto di 



— 201 — 

castel Gavone, e per fermo sarebbero riuscite dimesse 
e malinconiche oltre ogni dire, senz’altra musica che 
quella eterna e fastidiosa di Anseimo Campora. Fu¬ 
rono fatte in quella vece allegre e sontuose nella 
chiesa di san Biagio, non più esposta ai colpi delle 
artiglierie genovesi, dinanzi a tutta la corte ed al po¬ 
polo, per doppia cagione festante. 

Giacomo Pico era tranquillo e sereno all’aspetto ; 
tanto sereno (senza ilarità, s’intende, chò sarebbe parsa 
soverchia, epperò simulata) che madonna Nicolosina, 
dimenticato volentieri il doloroso colloquio avuto con 
lui nella torre dell’Alfiere, gli si dimostrò cortese ed 
umana come per lo passato. Egli per altro, se non 
isfuggiva, neanco cercava le occasioni di vedersi trat¬ 
tare a quel modo da $i. Anche il conte di Osasco, 
siccome interviene a tutti i felici, che non vedono 
mai più in là d’una spanna, era entrato in grande 
amore per Giacomo Pico e lo avea tolto a confidente 
delle sue allegrezze. Carlo d’Osasco era giovine e do¬ 
veva ancor molto imparare a sue spese. A testimo¬ 
nianza del suo candore basti dir questo soltanto, che 
egli con quel nuovo amico s’era aperto della sua più 
grande ventura, cioè del primo incontro avuto con 
madonna Nicolosina, a mala pena arrivato al castello. 
Donde il Bardineto avea tolto argomento ai dolorosi 
raffronti che tutti indovinano, crogiolandosi sempre 
più nella sua rabbia nascosta e fortificandosi ne’suoi 
disegni di vendetta. 

In apparenza adunque Giacomo Pico si era meri¬ 
tata la stima di tutti. Della fede che si riponeva in 
lui come soldato, neppur sarebbe mestieri discorrere. 
Valoroso sempre, si era nelle ultime fazioni dimostrato 



— 202 — 

valorosissimo tra tutti i più famosi campioni del Fi- 
naro, e Galeotto avea detto un giorno alla presenza 
di tutta la sua corte che, se avesse avuto intorno a 
sè dodici uomini della prodezza di Giacomo Pico, non 
avrebbe dubitato di ragguagliare sè stesso a Carlo- 
magno, tanto il buon esempio di dodici paladini avrebbe 
innalzato lui a sostenere quel gran paragone. I cava¬ 
lieri francesi erano a dirittura innamorati di Messirc 
Picot de Bardinette. In parecchi scontri aveva ca¬ 
valcato con esso loro, e, per la nobil presenza in ar¬ 
cioni, come per la sua furia nel dar dentro ai nemici, 
s’era lasciati indietro i migliori. Da essi poi aveva 
imparato a non dar quartiere, e ammazzava i caduti, 
che gli era un gusto a vederlo. Gianni Fontaine, detto 
l'Abate, un giorno che Giacon^ si era tratto ad onor 
suo da un manipolo di genovesi che gli si erano ser¬ 
rati ai fianchi a- minacciavano di farlo a pezzi, lo bat¬ 
tezzò (se il verbo è consentito in questa occasione) 
col nome di Picot le Diable . Donde gli altri cava¬ 
lieri cavarono per conseguenza esser verissimo il pro¬ 
verbio che Dio li fa e poi li accompagna, veu qu' un 
Abbé estoit au mieulx avecque un Diable . 

Il Cascherano, colla sua modesta prodezza, non rac¬ 
comandata agli esaltamenti di amici chiassoni, che 
nel collega magnificavano in fin de’ conti sè stessi, il 
Cascherano, dico, era facilmente eclissato da questa 
gloria del Bardineto. Non si tornava da un affronta- 
mento al castello, che non si levasse a cielo il valore, 
o qualche impresa singolare di Giacomo Pico. E lui 
umile, schivo, anzi scontroso senz’altro, a «tirarsi in 
disparte, e, quanto più spesso poteva, a nascondersi* 
Modestia, forse? I lettori conoscono il Bardineto per 



— 203 — 

un ambizioso di tre cotte, cho volentieri rammentava 
le sue prodezze e i suoi alti servigi alla gente. Eglino 
han>dunque da credere ch9 in questa ritrosia del Bar- 
dineto ài entrasse un avanzo d’amarezza, o un bieco 
disegno formato in monte pur dianzi, o tutt’e due le 
cose in un punto. 

De* suoi amori colla Gilda nessuno avea fumo. La 
poveretta sfioriva ad occhi veggenti, e madonna Ni- 
olosina argomentava che ne fosse cagione la sua 
fiamma nascosta e sventurata per Giacomo ; ma per* 
hó non sapeva come aiutarla in cotesto, o neanco 
poteva entrargliene a fin3 di conforto amorevole, per¬ 
chè da un pezzo l'ancella stava un po’grossa con lei 
quanto il grado e l’ufficio suo consentivano, la bella 
e pietosa Nicolosina nou si era animata a dir nulla. 

Il fatto si era cho la Gilda, non pure serbava ran¬ 
core contro la sua signora per aver dato un giorno 
negli occhi al suo Giacomo, ma sentiva altresì ver¬ 
gogna e # rimorso della propria caduta e non si ve¬ 
deva abbastanza amata da lui, che voleva tener co¬ 
perto di un velo sì fìtto ciò ch’olla avrebbe volentieri 
mostrato alla luce del sole. Il che, per altro, va inteso 
con discrezione; imperocché, se a lei, la più parte 
del giorno, quando non era vicina al suo Giacomo, 
pareva di non essere amata in quella guisa che pure 
avrebbe voluto e che sentiva di meritare, in altr’ ora 
i segreti colloqui, i giuramenti e gli ardori di Gia¬ 
como, aveano potere di ridarle la speranza e la vita. 
Questa è debolezza insieme e virtù della donna, tanto 
migliore e più scusabile di noi, capricciosi e violenti 
rapitori della sua pace, quando non siamo a dirit¬ 
tura brutali. E il Bardineto soleva riconfortare la 



— 204 — 


vittima, dicendo, che, a mala pena finita la guerra e 
pagato il suo debito di vassallo al marchese, avrebbe 
chiesto commiato da esso lui e la donna amata• lo 
avrebbe seguito in altra terra, probabilmente in Fran¬ 
cia, ove di certo si sarebbe mutata la sua sorte. Il 
Sanseverino e gli altri cavalieri francesi, lo avevano 
anzi stimolato a quel viaggio, facendogli sicuro il fa¬ 
vore e una lauta provvigione del re. 

Le nozze di madonna Nicolosina furono splendide 
per isfoggio della corte e per lieto concorso di popolo. 
Quanti fiori e fronde aveano cansato negli orti e nei 
campi il cieco furore deir esercito nemico, tanti fu¬ 
rono spiccati quel di per mettere le fiorite in tutte 
le vie donde aveva a passare la bellissima coppia. 
Veramente fu un giorno di sole, pari a quelli che 
rinnovano 1' aspetto della natura , dopo parecchi altri 
di pioggia. 

Ma i giorni si seguono e pur troppo non si rasso¬ 
migliano T un 1’ altro. Il marchese Galeotto a jcui le 
allegrezze domestiche non facevano uscir di mente le 
cure più gravi de* suoi minacciati dominii, aveva 
mandato esploratori in gran numero e per diversi 
sentieri, che codiassero il nemico e gli dessero lume 
delle suo intenzioni, se veramente erano di desistenza, 
com'egli credeva. Ora, il giorno dopo la festa, alcuni 
di quei messaggieri gli aveano rapportato che l'eser¬ 
cito genovese, scambio di proseguir cammino su Noli 
e Spotorno, per rifarsi al campo di Vado e sciogliersi 
colà dove si era formato, piegava su in alto per Ma- 
gnone e per Vezzi, castello murato sulle falde dell'Ap- 
pennino, e signoreggiato da un Ansaldo Cicala, cava- 
lier genovese; donde, inoltrandosi per quegli alpestri 



— 205 — 

sentieri, s'era sparso fino al monte Porrino, di rin¬ 
contro alla pillata di Rialto. 

Cotesto fu un sopraccapo non lieve per Galeotto; 
tanto più che i nemici accennavano, col taglio e la 
riquadratura degli alberi, a voler fare una bastita e 
metter campo lassù, certo per comandare i passi del- 
T Appennino. E in questo giudizio lo confermarono i 
ragguagli del giorno dopo, secondo i quali una parte 
dell'esercito nemico scendeva speditamente su Gorra 
e Gotta frigia, proprio alla vista del castello Gavone. 

Qui prego il lettore a ricordarsi della ipsilonne, 
accennata nel primo capitolo di questa povera storia. 
Ci siamo? La Marina del Finaro e il breve corso del 
Pora sono il piede e la gamba di quella inutilissima 
tra le lettere dell' alfabeto. Il Calice e l'Aquila, af¬ 
fluenti e genitori del Pora, sono le due braccia che si 
prolungano in strette convalli verso le falde appennine, 
chiudendo nella inforcatura il Borgo, la vetta sopra* 
stante di castel Gavone e la roccia di Pertica, che 

10 comanda, ma che è inaccessibile dalla parte di 
tramontana. Lungo la valle del Calice, che è il braccio 
occidentale, s* inerpica la strada che mette in Piemonte, 
contornando il dorso del Settepani alla torre di Me- 
logno. Lungo la valle dell’ Aquila, che è il braccio 
orientale, risale un* altra via che mette in Monferrato, 
tagliando 1' Appennino sotto il monte di San Giacomo. 

11 castello di Vezzi è a levante di questa via. 

E adesso il lettore benevolo intenderà, spero, come 
l'esercito genovese, lasciando il castello di Vezzi e var¬ 
cando l'Aquila alle sue scaturigini, potesse andar su 
Rialto, paesello di montagna presso alle sorgenti del 
Calice, e lasciando la sponda orientale di questo, colle 



20(5 — 


villate di Garbata e di Calice, cho sono alle spalle di 
Pertica, scendesse per le Vene e San Pantaleo a cer-. 
care la strada battuta, che mette a Gorra e Gotta¬ 
frigia, proprio alla vista di Pertica e del castello Ga¬ 
vone. Ai nome di Dio, ci siamo finalmente arrivati! 

Detto il come, diciamo anche il perchè. Messer Pie¬ 
tro Fregoso aveva potato scorgere, durante Tassodio 
del Borgo dalla parte del mare, che il marchese Ga¬ 
leotto, sebbene abbandonato dal grosso del suo paren¬ 
tado, riceveva pur sempre dalla parte dei monti aiuto 
d* uomini e di vettovaglie. Per tal modo, in fortissimo 
luogo com'era e combattuto cogli scarsi ingegni di 
quel tempo, il suo nemico poteva durarla, non che per 
mesi, per anni. Didatti, anche distrutto il Borgo dalle 
artiglierie genovesi, a Galeotto rimaneva il castello su 
in alto, donde avrebbe tuttavia comandato i passi, per 
cui gli veniano gli aiuti. Di là, dunque, di là biso¬ 
gnava andare ad offenderlo. 

Cotesto gli era detto eziandio da una lettera cieca 
che un prigioniero restituito aveva trovato nella ta¬ 
sca del suo farsetto, con tanto di soprascritta al ca¬ 
pitan generale.. « A che vi ostinate di fronte? Pigliate 
« il vostro nemico alle spalle. La pianura davanti al 
« Borgo dà libero campo alla cavalleria, ed ogni av- 
« visaglia, essendo voi così sotto alle mura, metto a 
<c repentaglio le vostre bombarde, come di recente è 
«. avvenuto. Inoltre, badate. 11 duca d’ Orleans ha co- 
« mandato al balìvo di Trasnay, suo governatore in 
« Asti, di venire in aiuto al Finaro. li vostro Tom- 
« maso di Bagnasco a stento lo rattiene in Ceva, 
« mentre' Spinetta del Carretto fa fuoco e fiamme 
« perchè s'accosti a Garessio, dove al marchese Ga- 
« leotto riesca più agevole tirarlo a' suoi fini. » 



— 207 — 

Piaceva il consiglio a messer Pietro, che anzi da 
parecchio tempo lo venia vagheggiando tra sé. Ma 
prezioso sopra tutto gli parve 1’ avviso dell* ignoto 
corrispondente. 

Avrebbe voluto andar subito a vedere co* suoi occhi 
il terreno. Ma anche il campo richiedeva la sua vigi¬ 
lanza; però gli convenne studiare il modo di spartire 
gli uffizi. E poiché Anseimo Campora era, come suol 
dirsi, il suo occhio destro, mandò lui a specolare lassù, 
se* c’era verso di condurvi l’esercito. 

Da questa savia risoluzione di messer Pietro ne av¬ 
venne che, mentre sotto le mura del Borgo si conti¬ 
nuava a badaluccare, i contrafforti tutti deli’ Appen¬ 
nino, sui confini settentrionali del marchesato, erano 
diligentemente osservati da quel furbo compare del 
Picchiasodo, la cui avvedutezza e le naturali inclina¬ 
zioni corografiche sono oramai note ai lettori. E a 
mala pena fu di ritorno costui, messer Pietro ordinò 
la partenza. 

Il colpo ebbe quell’ esito che s’ é detto più sopra e 
gli assediati non ne sospettarono punto. Mercè quel 
trapasso, il Finaro veniva ad esser più chiuso che 
dapprima non fosse. Il mare, si sa, apparteneva ai ge¬ 
novesi per ragion di possesso. Teneano per Genova, il 
Borghetto, a ponente, e Noli, la fortissima Noli, a le¬ 
vante. Restavano gli sbocchi dell’Appennino, e questi 
oramai, col suo stratagemma di ritirata, occupava l’e¬ 
sercito. 

Tardi si avvide Galeotto dell’ inganno, ma non volle 
altrimenti si dicesse avergli ciò fatto perdere il tem¬ 
po, e fresco ancora di quelle sue domestiche allegrezze 
guidò il fiore de’ suoi a sloggiare il nemico da Gorra. 



— 208 — 

R cotesto gli venne fatto di colta, poiché i genovesi 
non erano ancora in numero bastante lassù, nè ave¬ 
vano avuto modo di rafforzarvi si, con una delle solite 
bastite. È per altro da dirsi che non patissero troppo 
di quella perdita, poiché dagli abbandonati gioghi di 
Gorra e di Gottafrigia dilagavano facilmente a Giu- 
stenice, luogo assai più occidentale di Gorra, da essi 
posseduto ab antico e recentemente da essi accennato 
come appiglio di guerra nelle loro ambascierìe al 
Finaro. 

Accorse a difendere la rocca di Giustenice T ani¬ 
moso Giovanni, fratello di Galeotto, con centocin¬ 
quanta finarini. Erano seco lui, Giacomo, figliuol di 
Oddonino, e Y Antonio, che abbiamo già veduto ren¬ 
dere Castelfranco. I lettori superstiziosi avranno per 
malaugurio a Giustenice la presenza di questo cava¬ 
liere sventurato. Difatti, poco resse il luogo agli as¬ 
salti, e dopo tre giorni di combattimenti continui, in 
uno de* quali morì rY un colpo di balestra Bel tramino 
da Riva, condottiero di lancie nell* esercito dei geno¬ 
vesi, questi penetrarono nella terra, e per una via co¬ 
perta, che la repubblica aveva fatta ne’ primi tempi 
del suo dominio colà, si avvicinarono tanto al castello, 
da atterrarne impunemente il primo muro di cinta. Ne 
trovarono per altro un secondo, di più recente costru¬ 
zione, più saldo e più acconcio a difendere ; laonde 
messer Pietro, per non aversi a trattenere di soverchio 
davanti a quella bicocca, comandò di far inoltrare un 
paio di bombarde. 

E qui si fece onore, come potete immaginarvi, il 
nostro Picchiasodo. Uno solo de’ suoi colpi, mandando 
in rovina un pezzo di volta, uccise nel castello quat¬ 
tordici uomini e parecchi altri ne ferì sconciamente. 



— 209 — 

Intanto messer Pietro, avuta sotto le mani la mag¬ 
gior parte dell'esercito, ritornava su Gorra e, respinto 
il suo avversario, vi si piantava più saldo che mai. 
Dolse del fatto a quei di Giustenice che fino allora 
aveano sperato soccorsi, e che da due giorni, difet¬ 
tando di pane, dovevano cibarsi di crusca. La quale 
eziandio venendo a mancare, si arresero il 12 di aprile, 
e tosto, sotto buoim scorta, furono condotti alla Pietra 
e imbarcati per aro volta di Savona. Pochi giorni di 
poi, una galera li portò fino a Genova, ove il doge 
Giano Fregoso li voleva prigionieri per quindici giorni 
almeno; cosi annullando i patti della resa, secondo i 
quali la valorosa schiera avrebbe dovuto esser posta 
in libertà, con che promettesse di non impugnare più 
oltre le armi contro Genova, per quanto tempo du¬ 
rasse la guerra. 

Colà, veduto il doge e uditone amare parole, a cui 
fieramente rispose, Giovanni Del Carretto fu chiuso 
cogli altri nelle carceri Grimaldine; donde passò con 
Giacomo suo cugino a meno squallida prigionia nel 
castello di Lerici. Lo sventurato Antonio e il resto 
dei difensori di Giustenice rimasero prigioni in Ge¬ 
nova; e per gli uni e per gli altri non furono quin¬ 
dici dì, ma dieciotto mesi di carcere. Non bella cosa 
da parte di Giano; ma i tempi erano tali da consen¬ 
tirne di simiglianti, e di peggiori per giunta. 


Barrili. Castel Cacone. 


IL 



— 210 — 


CAPITOLO XI. 

Dove è detto del Iffaso, ragazzo, oome cangiasse 
stato e quante volte #• one. 

Domando una grazia ai lettori; ed è quella di ri¬ 
cordarsi d’un personaggio umilissimo, apparso nei 
primi capitoli di questo racconto, del Maso, a farla- 
breve, del ragazzo che servì i due forastieri all’o- 
steria dell’Aitino. 

Ragazzo, servo adoperato a vili esercizii, come a 
dire stalliere, guattero, o giù di lì; questo avea fatto 
di lui mastro Bernardo, 1* ostiere, dopo averlo rac¬ 
cattato per via, alla guisa dei trovatelli, e tirato su 
a scapellotti; ma le sorti della patria, condotte allo 
stremo, ne avean fatto un soldato. A malincorpo, se 
vogliamo; imperocché, qual è il negozio di qualche 
importanza che non si cominci a farlo cosi? Ve n’ha 
che piacciono maledettamente, e cionondimeno V inci¬ 
gnarli è stato un guaio de* grossi; testimone il gusto 
matto che io provo adesso a ragionare coi popoli, dopo 
averci fatto il viso ; che, a dir vero, non fu la fatica 
d’ un giorno. 

Per altro, in quella guisa che mettendosi a tavola 
suol venir l’appetito, la necessità aveva portato la 
consuetudine, e la consuetudine un certo gusto alla 
vita soldatesca, in quel mescuglio di balordaggine e di 



— 211 — 

malizia che era il ragazzo dell’ Aitino. Già, egli bi¬ 
sogna dire a sua scusa, che balordo lo avea reso il 
padrone, non gli lasciando mai pace e rimeritando alla 
cieca con pan buffetto e cacio scapezzone ogni bella e 
brutta cosa ch’egli dicesse, o facesse. Triste vita pel 
Maso, sentirsi a trillare nel capo la sua vivace na¬ 
tura, e doverla respingere nel più profondo del cuore! 
Aveva voglia di saltare per la casa e doveva star 
cheto per la paura di qualche soprammano; era mogio 
c doveva saltare in fretta, per cansarsi da un sot- 
tonsù che gli era scoccato senza preamboli. Se ne ri¬ 
cattava con certi suoi lazzi, smorfie e marachelle degne 
d’ una bertuccia, di cui spesso recitava il paternostro 
in qualche angolo della casa, quando avveniva che i 
saluti del burbero padrone fossero giunti al loro ri¬ 
capito. 

Mastro Bernardo non era cattivo, bensì un tal poco 
fantastico. La povertà inasprisce il carattere, e all'o¬ 
stiere dell’ Aitino il non poter sempre ragguagliare 
l’entrata con 1’ uscita facea spesso uscire il cervello 
dai gangheri. Del resto era un buon diavolo, amava 
il suo paese, la sua casa, la sua famiglia, e, quantunque 
a modo suo, anche il ragazzo, bocca inutile, co.m’egli 
soleva chiamarlo. Quando vennero i tristi giorni pei 
Finaro, fu egli che diede al Maso l’esempio delle opere 
forti. Veduto lo spianto della sua casa e la impossi¬ 
bilità di ripigliare il suo traffico di vin cristiano, era 
andato a mettersi nelle mani della sua cara nipote; 
per intercessione di lei aveva appoggiato la sua fami- 
gliuola al castello, e, indossato un vecchio panzerone 
di ferro che si ricordava de’ suoi vent’anni, aveva 
detto tra sé: « crepi l'avarizia, quest’oggi il marchese 
avrà un soldato di più ». 



_ 212 _ 

Gli era venuto sulle prime il ghiribizzo di attaccare 
il Maso alla sua guerresca persona ; ma ricordò savia¬ 
mente di essere tavolacci no e non capolancia, e, data 
licenza al ragazzo, gli disse: va, acconciati con qualche 
pezzo grosso e sii soldato fedele 1 Voleva anche dargli 
lo scapellot.to d’uso; ma questa maniera d’essere ar¬ 
mato cavaliere non facea comodo al Maso, che fu 
pronto a sbiettare. 

Ed era andato, corno gli raccomandava il padrone; 
e al tempo in cui lo ritroviamo, era paggio, cioè a 
dire governava il cavallo di messer Antonello da Mon- 
tefalco, capitano dei fìnarini dopo la partenza di Fran¬ 
cesco del Carretto, il quale, come sanno i lettori, aveva 
imitato il corvo dell* Arca. 

A* servigi di quel provato uomo di guerra, il nostro 
Masuccio, se ancora non aveva fatto prodezze, certo 
ne avea vedute e di molte. Esse per altro non aveano 
tolto che i genovesi piantassero bastite per ogni dove, 
a Gottafrigia, al poggio della Croce, che è presso Gorra, 
sui dorso di Pian Marino, sulle alture di Melogno, a 
Orco, a Collamonica presso Feglino, nel luogo di Corsi 
dirimpetto a Carbuta, facendo per tal guisa alla terra 
assediata una corona di &rri. In questo frattempo il 
Maso aveva combattuto due volte a Rialto e aiutato 
alla presa di Santino da Riva e di sessanta cavalieri, 
che sotto il suo comando s'erano avventurati fin là. 

Più tardi, essendo stretto da vicino il Borgo, avea 
combattuto a Pertica e risicato di andar prigioniero, 
insieme col suo capolancia, con Geronimo Doria, Spi¬ 
netta del Carretto e il cavaliere Scalabrino. Il colpo 
era fatto da una imboscata di pochi genovesi, e per 
fermo riusciva, se le donne del Finaro, correndo a 



— 213 — 

furia sul luogo e tolte in iscambio tT un drappello a 
rinforzo, non avessero tratto i mal capitati cavalieri 
dalle ugne dei nemici. Anche le donne combattevano, 
od altrimenti uscivano fuori per dure una mano ai 
mariti. Madonna Bannina, la vecchia marchesana, in 
quella che pietosamente si recava a soccorrere i ca¬ 
duti, era stata colta da un verrettone sopra il ginoc* 
cliio; la qual ferita, perchè non potuta rammarginare, 
fu cagione più tardi che la nobil donna morisse. 

Queste prove di fortezza non erano soverchie. Il 
Finaro reggeva a stento e pativa difetto d'ogni cosa. 
Ancora una speranza restava ; ed era che i francesi, 
per quel tempo signori del Piemonte, venissero da senno 
in aiuto al marchese. Del balivo di Trasnay, che non 
si era fatto avanti, ho già raccontato a suo luogo. 
Aggiungerò che, andato a Cherasco il magnifico mar¬ 
chese Spinetta del Carretto ed esposta la domanda del 
cugino all'illustrissimo signor duca d' Orleans, n’ebbe 
licenza di pigliarsi Bonifazio Castagnola, eccellente ca¬ 
pitano ai servigi di Francia, il quale oziava allora in 
aspetto, con gran numero di cavalli, a San Michele 
di Ceva. 

L’ aiuto era grande, e, col rinforzo di parecchie com¬ 
pagnie di fanti levate da Millesimo e da altre castella 
del parentado, poteva riuscir pari al bisogno. Senonché, 
il punto difficile era quello di penetrare nel marche¬ 
sato, rompendo la cerchia fortificata dell’esercito asse¬ 
diale. Il Castagnola sperò di venirne a capo, facendo 
massa su Carcare; la qual cosa avrebbe persuaso ai 
nemici, che certamente stavano alle vedette, di an¬ 
dargli a contendere il passo per la via di San Gia¬ 
como, mentre egli con una marcia sforzata si sarebbe 



— 214 — 

pittato a ponente, sulla via di Melogno. E così fece, 
e T impresa fino ad un certo segno potè dirsi riuscita 
a bene; ma giunto alla torre di Melogno e veduto 
come fosse guardato quel passo, gli venne manco l’ar¬ 
dire. Che più ? Inoltratosi per malagevoli sentieri a 
specolar quelle vette, le vide formicolar di nemici; la 
croce rossa in campo bianco sventolava da per tutto. 
Che sarebbe egli andato a faro nel Borgo, se non vin¬ 
ceva prima una battaglia in aperta campagna? E 
questa battaglia, come poteva argomentarsi di vin¬ 
cerla, in mezzo a quella selva di bastite, e in quelle 
gole tutte comandate da greppi, donde i sassi eran 
difesa bastante contro un esercito anche due volte più 
numeroso del suo? 

Così lenteggiava il valentuomo, forse meditando in 
cuor suo di seguir le pedate del balivo di Trasnny. 
Ma gli uomini di Millesimo, ligii ai marchese Ga¬ 
leotto, volevano fare ad ogni costo qualcosa, tentare 
almeno d*introdur vettovaglie nella terra assediata. 
Perciò, caricate dugento bestie da soma, si gittarono 
una notte alla ventura per certi tragetti, e la for¬ 
tuna arrise all* ardire. Del resto il capitano Bonifazio 
aveva appoggiata la salmerìa con una forte dimostra¬ 
zione delle sue 'schiere, la quale valse a sviare 1* at¬ 
tenzione del nemico, mentre il convoglio, protetto da 
un pugno di animasi cavalieri, giungeva a riparo sotto 
le mura del Borgo. 

Qualche tempo addietro, il Borgo era stato miraco¬ 
losamente vettovagliato dalla parte del mare. Onorato 
Lascari, conte di Ventimiglia e di Tenda, desideroso 
di venire in aiuto al suocero Galeotto, avea comperato 
una gran quantità di frumento in Arles, e da Mar- 



— 215 — 

siglia su tre galere la condusse al Finaro. Lo sbarco 
era avvenuto felicemente il 24 giugno; donde al po¬ 
polo parve di dover arguire una grazia particolare di 
san Giovanni Battista. I genovesi, per contro, che ci 
avevano nel loro Duomo lo ceneri del santo e non po¬ 
tevano fargli il torto di credere che egli potesse sco¬ 
noscere a quel modo gli obblighi dell’ ospitalità, attri¬ 
buirono la fortuna dei loro nemici ad un gagliardo 
vento di libeccio che non avea consentito alla Gri- 
malda e alla Scarabina (due loro galee mandate ad 
impedire lo sbarco) di svoltare in tempo il capo di 
Noli. Chi avesse ragione non so; lascio la quistione 
in sospeso e tiro di lungo. 

Seguirono per tutto 1* autunno fazioni di poco ri¬ 
lievo; quella, tra l'altre, di Bonifazio Castagnola, che 
pigliò Calizzano e fé' dire alla gente che, non potendo 
il cavallo, s'era dato a picchiare la sella. L'esercito 
genovese, scemato di alcune compagnie mercenarie, 
s J era accresciuto di certe altre ed avea preso in con¬ 
dotta Gaspare di Monte Brianzo e il famoso Pietr.o 
Torello, capitano lombardo, con cento e cinquanta ca¬ 
valli. Intanto si ciarlava di pace, ma così, fiacca¬ 
mente, senza scaldarcisi il sangue. I genovesi dovevano 
re^ituir Castelfranco e mandar libero senza riscatto 
il marchese Giovanni, cogli altri prigionieri fatti a 
Giustenice. Quanto al marchese Galeotto, egli non ci 
aveva a rimettere un bruscolo. 

Questo almeno credeva, e non era de* suoi errori il 
più grave; dovendosi avere per tale la speranza in 
lui nata e cresciuta che simili pratiche fossero fatte 
da senno. Ma egli s*era fondato sulla morte di Giano 
Fregoso, avvenuta in dicembre, dopo una malattia di 



— 216 — 

tre mesi, e sulla elezione a doge del fratello di lui 
Ludovico, generalmente creduto meno avverso ai Car¬ 
retti. Ora di che tempra fosse Ludovico Fregoso e 
che potesse Galeotto aspettarsene, sarà manifesto tra 
breve. 

Torno intanto al Maso, che questi discorsi m’han 
fatto lasciare in compagnia di messer Antonello da 
Montefalco, mentre avrei dovuto già raccontare co¬ 
ni’ egli cambiasse di bel nuovo padrone, e questa volta 
senza molto suo gusto. 

Ciò avvenne una mattina sullo scorcio di dicembre. 
Alcuni drappelli di fìnarini erano usciti dalla porta di 
San Biagio a foraggiare nella campagna di Pertica; 
dappoiché, non solamente difettavano le vettovaglie 
pei combattenti, ma eziandio la paglia e lo strame 
per quella moltitudine di cavalli che il marchese Ga¬ 
leotto aveva radunati nel Borgo. 

Messere Antonello da Montefalco guidava egli stesso 
quella importante fazione. Epperò non ci mancava la 
persona del Maso, che si vedeva marciare di costa al 
cavallo del capitano, colla sua balestra manesca in 
ispalla. 

Al Fregoso queste continue sortite degli assediati 
davano una molestia incredibile e direi quasi superiore 
alla loro importanza. In fondo in fondo, non reca¬ 
vano molto sollievo alla terra, che troppo aveva ser¬ 
rati addosso i nemici; senonché, per questa medesima 
angustia del teatro della guerra, mettevano ogni volta 
a risico una parte dell’ esercito assediante, che era su 
tutti i punti costretto ad una ugual vigilanza, e do¬ 
veva, nella persona del suo comandante, viver sempre 
in sospetto. 



— 217 — 

Per quella volta Antonello da Montefalco trovò il 
nemico, non pur preparato a riceverlo, ma così forte 
da ributtarlo al primo scontro. E peggio fu, quando 
dal colle dell'Argentara messer Pietro Fregoso mandò 
una grossa mano di fanti, che pigliassero in mezzo la 
cavalcata nemica. Rotte le ordinanze, gli uomini del 
Montefalco non pensarono più ad altro che a met¬ 
tersi in salvo ; e tale era la confusione, che fìnarini 
e genovesi per lungo tratto mescolati si spingevano 
sotto le mura, mettendo i custodi della porta nel bi¬ 
vio più doloroso a cui si trovassero mai soldati dab¬ 
bene, o di alzare il ponte o chiuder fuori gli amici , 
o di tenerlo calato e per salvar cinquecento perdere 
i quattromila, e con essi day la città in balla dei ne¬ 
mici. 

Fortunatamente sopraggiunse il marchese Galeotto, 
che, vista la mala prova del Montefalco, fu pronto ad 
uscire, con quanta gente potè avere alle mani, in so¬ 
stegno del suo capitano. Per tal modo, rattenuta la 
furia del nemico , i cavalieri ebbero agio a raccapez¬ 
zarsi nel parapiglia, a riunirsi e mettersi in salvo. 
Non così i fanti che andavano con esso’ loro , i quali 
nella improvvisa ritirata erano rimasti più indietro, fa¬ 
cilmente avviluppati e travolti nella mischia. 

Il Maso, tra gli altri, perduto di vista il capitano, 
era stato pigliato in mezzo da un manipolo di nemici. 
Ben s* era adoperato colle mani e co’piedi ; uno avea 
morto e un altro ferito ; ma sopraffatto dal numero, 
non aveva potuto far altro. E si divincolava in quelle 
strette, si scontorceva e smaniava , ma invano ; due 
maledetti diavoli lo avevano abbrancato, e non c'era 
verso, bisognava andare con essi. 



— 218 — 

— Che! non si scappa! — gli gridava un di co¬ 
storo, che lo aveva agguantato pel collo e gli faceva 
sentire il ginocchio nelle reni. — Tu se*capitato nelle 
granfie del Tanaglino e puoi metter 1* animo in pace. 
A te, Ve mazza ; due giri di corda e legami questo ri¬ 
baldo. — 

11 soldato, che rispondeva al nome di Vernazza, si 
cavò di sotto il farsetto la corda di ricambio della 
balestra e l'avvolse prontamente, senza tanti riguardi, 
intorno ai polsi del Maso, che si trovò per tal guisa 
ammanettato come un ladro in mezzo ai sergenti della 
giustizia. 

— E adesso , vira di bordo ! — gli gridò il Tana¬ 
glino, accompagnando Torcine con un colpo d aiuto, che 
al Maso fece tornare in memoria le carezze di mastro 
Bernardo. 

Obbedì, e, come volle il Tanaglino, prese la strada 
dell' Argentara, a passo giusto da prima, indi man 
mano più frettoloso, perchè i balestrieri lo spingeano 
da tergo, incalzati com'erano d’improvviso dalle schiere 
di riscossa condotte innanzi dal marchese Galeotto. 

Ad una svòlta del sentiero e già in vista dello stec¬ 
cato di Pertica (che colaggiù erano calati i genovesi 
a piantar batti folle) comparve messer Pietro Fregoso 
a cavallo, c comandò ai capitani delle compagnie di 
lar ritirare in fretta la gente, lasciando libera e sgom¬ 
bra la via al nemico. 

Obbedirono tutti, e, menando seco i prigioni che 
avevano fatti, si gittarono pe’campi. 

Il Maso colse il destro di quella conversione, per 
dare una sbirciata dietro di sé. Il cuore gli fece un 
sobbalzo di contentezza, poiché non molto lunge on- 



— 219 — 

deggiava l’insegna del marchese Galeotto, e al grido 
di « San Giorgio e Carretto » i suoi compagni d’arme 
muovevano spediti airassalto. 

Ma ohimè, la gioia del Muso non durò che un istante. 
Dalla parte dello steccato si vide un lampo, anzi una 
corona di lampi ; si udì un rombo, un tuono, uno 
schianto, che a lui smemorato fece traballare la terra 
sotto i piedi ; e in meno che non si dice fischiò nel¬ 
l’aria una rovina di sassi, battè , saltellò, ruzzolò per 
la strada, mettendo lo scompiglio nelle prime schiere 
che si facevano innanzi. 

Quasi sarebbe inutile il dire che questo fuoco d’in¬ 
ferno arrestò il corso dei nemici. Molti caddero, l’uno 
sull’altro, a rinfusa, urlando o gemendo, bestemmian¬ 
do o pregando, conforme portavano gli umori; altri 
non ebbero il tempo di raccomandar l’anima a Dio 
che quella grandine li colse e li sfracellò senza mise¬ 
ricordia. Tosto, dai due lati della strada, i balcstrier 
genovesi a spianar gli archi e scoccar frecce in quella 
calca disordinata; nè mancarono i balestroni e le 
briccole, per lanciare dallo steccato sugli assalitori 
una minutaglia di pietre e verrettoni, così riempiendo 
gl’intervalli un po’ lunghi, che allora portava la dif¬ 
ficoltà della carica, nel tiro delle armi da fuoco. 

Poco stante, il Maso, che oramai disperava di tor¬ 
nar salvo tra’ suoi, entrava, col Tanaglino ai fianchi, 
nello steccato nemico. Colà gli fu dato -veder da vi¬ 
cino que’brutti ordigni, donde tanta maledizione era 
uscita par dianzi. Un uomo era là, dietro i pezzi, che 
agli atti e al contegno pareva il capo di quei mini¬ 
stri del fuoco. Alto di statura, di membra poderose, 
nero in volto per lo imbratto del sudore e della poi- 



— 220 — 

vere, parea Satanasso in persona ; e per tale lo avrebbe 
pigliato il Maso, a ciò aiutando il mal animo con cui 
si sogliono guardare i nemici , se in lui non avesse 
ravvisato un vecchio conoscente, e proprio uno di que’ 
due forastieri, che egli aveva serviti tredici mesi ad¬ 
dietro all’osteria di mastro Bernardo. 

Si fermò allora, pensando tra sé come avrebbe po¬ 
tuto fare per dar negli occhi a quell’uomo. Intanto il 
Tanaglino, che non aveva le stesse ragioni per trat¬ 
tenersi, gli diede una spinta nello reni. 

Il Maso fu pronto a cogliere quella dolorosa occa¬ 
sione. Tanto é vero che tutto il male non vien per 
nuocere. 

— Oh insomma ! — gridò egli, voltandosi, tra pia- 
gnoloso e stizzito. — Che è ciò? Son forse un cane, 
da pigliarmi a pedate? Non voglio andare più oltre; 
voglio parlare a quell’uomo delle bombarde. 

— Quell’uomo l — sciamò il Tanaglino, mentre rad¬ 
doppiava la dose. — Messer Anseimo Campora, il capo 
dei bombardieri della repubblica, tu lo chiami quel¬ 
l’uomo ? 

— Sicuro ! — rispose il prigioniero, cansandosi. 
— Lo chiamavo quell’ uomo ; ma ora che tu m* hai 
detto il suo nome, lo chiamerò come va. — 

E alzata la voce, mentre, inseguito dal Tanaglino, 
correva alla volta delle artiglierie, si messe a gridare 
con quanto fiato ci aveva in corpo : 

— Messere Anseimo ! ohè ; messere Anseimo , di 
graziai — 

Il Picchiasodo volse la faccia da quel lato , non 
senza un tal po’di malumore, perché appunto allora 
stava mettendo una zeppa di legno sotto la tromba 
della signora Ninetta, per alzarne un tratto la mira. 



— 221 — 

— Che c'è ? chi mi chiama ? — gridò egli con pi- 
lio impaziente. 

— Son io, messere Anseimo; non mi conoscete? 

— Io! persona prima; — borbottò il Picchiasodo; 
— e che altro sei tu ? 

— Il Maso, messere ; non mi abbandonate. Sono il 
ragazzo delimitino. 

— Ah ! — disse il vecchio soldato, inarcando le 
ciglia. — Difratti, la riconosco , quella tua faccia di 
capocchio. Yien qua, buona lana, e non avertelo a 
male. Finisco di dire una parolina a’ tuoi concitta¬ 
dini e sono da tc. — 

Così dicendo, il buòn Picchiasodo curvò amorosa- 
mente la testa sull’òmero della sua dama, fece Toc¬ 
chiolino nei due traguardi che le ornavano il capo, e 
parve contento del fatto suo. Quindi, pigliato dalle 
naani d'un servente l'uncino, ne accostò la punta ar¬ 
roventata al focone. Un lampo incoronò la bocca della 
signora Ninetta e in mezzo ad una nuvola di fumo, 
e con fragore di tuono, partì fischiando una bigoncia 
di sassi. 

A mala pena ebbe dato fuoco alla bombarda, il Pic¬ 
chiasodo levò la fronte e tese V occhio verso la 
strada. 

— Di punto in bianco ! — gridarono poco stante i 
serventi, che stavano alle vedette, quali inerpicati 
sulle traverse della stecconata, quali in bilico sui car¬ 
retti delle artiglierie. — Vedi che squarcio ! E come 
son ruzzolati! Ne hanno abbastanza, ditreggèa; scan¬ 
tonano alla lesta, come gatti scottati dall'acqua calda. 

— Lo credo, io ; s'è fatto miracoli ; — disse il Pic¬ 
chiasodo ridendo. — La signora Ninetta è una don- 



_ 222 _ 

nina di garbo, c adesso bisognerà darle una secchiata 
d’acqua, per la sete. A proposito d’acqua, chi diavolo 
mi parlava dell’Al tino? 

— Son io, messere Anseimo ; — si affrettò a ri¬ 
spondere il Maso; — sono io, il ragazzo dell’osterìa. 

— Ah sì, ora mi ricordo ; — ripigliò il Campora ; 

— « fermatevi all’ Aitino, c’é buona l’accoglienza e 
meglio il vino ». E dimmi, per caso, non ne avresti 
portato un fiasco di quel buono ? E’ sarebbe proprio 
la man di Dio. 

— Gli è tutto andato, messere; — disse il Maso 
con aria contrita. — Ci avete conciati davvero per 
le feste. 

— Necessità di guerra ; che farci , ragazzo mio ? 
Non dovevate pigliarla a dire con noi ; — sentenziò il 
Picchiasodo , stringendo le spalle. — Ma via , questi 
non sono discorsi da fare con te. Come sei qua?. Ah, 
perdinci, non ci avevo badato prima; tu se’legato 
come un cane. 

— Necessità di guerra; — disse di rimando il Maso ; 

— e in verità, son capitato in certe mani.... 

— Capisco; — interruppe il buon capo dei bom¬ 
bardieri; — e tu ameresti ora cambiar di padrone. 
Andate, voi altri ; — soggiunse poscia , voltandosi ai 
due balestrieri che accompagnavano il Maso; — questo 
prigioniero rimane con me. — 

Il Maso diede una rifiatata di contentezza. Ma quei 
due non si muovevano ancora. 

— Messere, — entrò a dire il Tanaglino, — la 
corda di balestra con cui è legato, mi appartiene. 

— E tu levala! 

— Levala ! — ripetè il Maso, mettendo i polsi sotto 
il naso del suo aguzzino. 



— 223 — 

Indi, mentre il Tanaglino, tutto raumiliato, lavo¬ 
rava a slegarlo, soggiunse: 

— Che te ne pare ? Son io ancora quel villano ri¬ 
baldo di poco fa ? 

— Sarete un pezzo grosso, — borbotto il balestriere 
stizzito, — e a noi due spetterebbe la taglia. 

— Eccoti la taglia, furfante ! — esclamò il Picchia- 
sodo, appoggiandogli una pedata. 

— Ne valgo cento, di queste; —.aggiunse il Maso, 
gongolando dalla gioia ; — fàtti dare il tuo giusto. — 

Il Tanaglino, come i lettori avranno di leggieri ar* 
gomentato, n'ebbe abbastanza di una c non aspettò 
le novantanove che il Maso gli consigliava di pren¬ 
dere. 

— E così, ragazzo mio, — disse il Campora, come 
furono soli, — eccoti fuori dal servizio di mastro 
Bernardo.... 

— E di messere Antonello da Montefalco, ai ser¬ 
vigi del quale sono accomodato come paggio. 

— Di quel traditore, che in principio della guerra 
era con noi? Grama casacca, quella che dentro l'anno 
si volta! Buon per te che non lo servirai più. Vuoi 
restare con me ? 

— Messere, — rispose maliziosamente il Maso, — 
questo sarebbe un voltar casacca ancor io. 

— Oh, non dico già come paggio ; sei prigioniero, 
e resti al mio servizio fino al compimento di questa 
impresa maledetta. È il meno ch’io possa fare per te. 
Avevo fame e tu m'irai portato un pollo ; avevo sete 
e non m* hai fatto aspettare un fiasco di vino. Ora 
dimmi, hai fame tu? hai sete? 

— Eh, non fo per dire.... Stamane siam venuti ad 
assalirvi prima di far colazione. 



— 224 — 

— È una pittima cordiale, il vostro marchese ! 
Far combattere i suoi soldati a ventre digiuno! 

— Gli è un buon massaio e tira allo sparagno; — 
rispose il Maso, che volea dire e non dire. — Sapete, 
messere Anseimo? Lo sparagno è il primo guadagno. 

— Capisco, sì, capisco che siete agli sgoccioli. 

— Oh questo poi ! Messere Antonello, mio padrone, 
dice che il Borgo, senz’altri aiuti di vettovaglie, può 
tener fermo ancora sei mesi. * 

— Sì, sì, dagli retta! Noi ci abbiamo intorno a 
ciò ben altri ragguagli. Ma basti ^ tu hai fame e sete, 
tu ; ed io, vedi , quantunque da noi si abbia avuto 
cura di asciolvere, la fame l’ho ancora sui denti e la 
sete l’ho sempre. Gli è un vizio che m’hanno lasciato 
i vaiuoli. — 

Con queste celie amichevoli , Anseimo Campora si 
era mosso di là, per andare verso l’alloggiamento. 
Quella mattina la sua orchestra aveva fatto buona 
prova e messer Pietro Fregoso doveva esser contento 
di lui; frattanto il buon Picchiasodo se ne rallegrava 
da sé. La qual cosa era naturalissima, ed io la rac¬ 
comando, sull’esempio di lui, a tutti i lettori; impe¬ 
rocché l’csser contenti di noi medesimi é già un buon 
punto per aspettare che gli altri lo siano del pari, o 
per passarcene bravamente, se gli altri ci stanno sul 
tirato, come il più delle volte interviene. 

Aggiungete che l’allegria fa buon sangue e ci aiuta 
a veder tutto bene, quello che è stato fatto dalla prov¬ 
videnza, o dal caso. Però argomentate come al Pic¬ 
chiasodo godesse l’animo di aver tra’ piedi il Maso e 
di fargli servizio. La vista di quel poveraccio gli ri¬ 
cordava l’Altino, il teatro di una tra le sue più alle- 



— 225 — 

gre bevute. Se gli fosse capitato anche mastro Ber¬ 
nardo, che festa ! di certo lo avrebbe abbracciato. 

1/alloggiamento del Picchiasodo, distante una bale¬ 
strata dal fosso, era, come si può argomentar di leg¬ 
gieri, una baracca e niente di più, cioè a dire una 
capanna fatta con assi e coperta di frasche, breve fa¬ 
tica de' suoi bombardieri, a mala pena erano calati a 
piantare le artiglierie nella bastita di Pertica. 

Non c* era che una camera, ma questa abbastanza 
capace. Il letto (so letto può dirsi una cuccia di stra¬ 
me con suvvi una coperta di lana) si vedeva in un 
angolo, e un lungo spadone appiccato alla parete vi 
raffigurava indegnamente V olivo pasquale. Tutto in¬ 
torno fiaschi e stoviglie, una rozza panca ed una rozza 
tavola, dinotavano che Anseimo Campora non si rac¬ 
coglieva in quel suo romitaggio per recitar pater¬ 
nostri. 

Giunti appena colà, il Maso ebbe le nari soavemente 
vellicate da un odor di stufato, che dovea rosolarsi a 
lento fuoco in una cucina posticcia, dietro la baracca 
del suo ospite. Nè meno grato gli giunse .un altro 
odore di basilico, aglio, maggiorana e cacio pestati 
insieme; stillato, elettuario, nettare, ambrosia e tutto 
quel meglio che vorrete, donde ogni naso ligustico 
fiuta le dolci impromesse di una minestra maritata. 
E non mi faccian niffolo le signore lettrici, se per av¬ 
ventura questo racconto ne ha ; imperocché tutto é 
•buono, anche una minestra maritata , e sto per dire 
anche per la bocca più leggiadra , purché capiti a 
tempo. 

— Che te ne pare, eh? — dimandò il Picchiasodo, 
notando Y aria di beatitudine che si diffondeva sulla 
13 aiuoli. Castel Garone. 15 



— 226 — 

faccia del Maso. — Non ti poteva per avventura an¬ 
dar peggio? 

— Ali, non me ne fate ricordare! — esclamò il 
Maso, pensando al Tanaglino. — Questa è grazia di 
Dio, cucinata dal generalissimo dei cuochi. 

— La nostra gloriosa repubblica ha di cotali va¬ 
lentuomini al suo servizio, — soggiunse gravemente 
Anselmo Campora, mettendosi a tavola. — Siedi, ami¬ 
cone. Domani sarai l'aiutante del mio cuoco; oggi sei 
il mio commensale. Lo hai meritato. Chi fa bene, ab¬ 
bia bene in questa vita e nell’altra. Tu m'hai portato 
il migliore della tua osteria, e Anseimo Campora non 
lo ha dimenticato. Bada a me, ragazzo ; porta sempre 
del vino buono al nemico; verrà giorno che egli po¬ 
trà ricambiartene. Assaggiami questo; è di Calice. 
Quest'anno lo abbiamo svinato noi altri. 

— Pur troppo ! — disse il Maso tra sé. 

E mandò dalla tavola del nemico un pensiero alla 
patria. 



CAPITOLO XII. 


Nel quale si dimostra l’ingratitudine d’un ventre satollo. 


Il Maso ha mangiato, anzi no, dico male, ha scuf¬ 
fiato, macinato a due palmenti, il palmento della lame 
e quello della gioventù. Adesso sta facendo la sua me¬ 
riggiata alLaperto, al riparo del sole, colla schiena 
contro l’assito della baracca, mentre il paggio del suo 
anfitrione sta rigovernando i tondini e le scodelle im¬ 
brattate. Anch’egli si piglierà quella briga, ma co¬ 
minciando dal giorno vegnente ; per ora sfa a vedere 
e fa conto di schiacciare un sonnellino, in onore del¬ 
l’ospitalità ricevuta. 

Anche il Picchiasodo si era posto a giacere nella 
sua cuccia di strame, e già aveva legato l'asino a 
buona caviglia, allorquando vennero ad annunziargli 
un prigioniero che aveva chiesto di parlargli a quat¬ 
tr’occhi. 

Il Maso, senza volerlo, aveva l’orecchio di contro 
al sottile tramezzo. « Un prigioniero ! a quattr'occhi ! > 
Ragione per lui di aprirne due ; e magàri ci avesse 
avuto i cento del mitologico guardiano di Danae, che 
tanto li avrebbe messi tutti in opera, anco senza sa¬ 
pere il cattivo servizio che rese ad Argo il non averne 
adoperati che cinquanta nella sua famosa nottata. 



— 228 — 

Poco stante, il prigioniero entrò nella baracca di 
Anseimo Campora e i due balestrieri che lo avevano 
scortato si ritrassero fuori. Il paggio, intento a stro¬ 
finare le sue stoviglie, dava le spalle al Muso; e il 
nostro curioso ne profittò per dare una sbirciata tra 
le commessure delle assi.Jndi ripigliò la sua prima 
postura, ricacciando in corpo uu grido di meraviglia, 
che era ad un pelo di uscirgli. Aveva in queirattimo 
riconosciuto il Sangonetto ; Maso avea visto Tom¬ 
maso. 

Non meno meravigliato di lui, il Picchiasodo inarcò 
le ciglia alla vista del prigioniero che gli domandava 
un colloquio. 

— Ah, ah ! — diss’ egli, facendo bocca da ridere. 
— Il messere deirarchibugio ? 

— Ma sì, ma sì! — balbettò il Sangonetto, arros¬ 
sendo. — Ve ne ricordate ancora? Ho piacere che 
sia così, ppr pigliar animo a dirvi un mondo di cose. 
Del resto, — soggiunse con un certo sussiego, — la 
mia presenza qui vi dirà che non ero soltanto un 
cacciatore da passeri. 

— Eh via! — sbuffò il Picchiasodo, rincalzando la 
frase con una alzata di spalle. — Sareste per caso 
venuto a chiedere che io mi ripigli ciò che vi ho 
detto? Amerei meglio farvi dire dell’altro da quella 
bella milanese, che non avete voluto saggiare, né dalla 
punta nè dal manico, all’osteria deU’Aliino. — 

Così dicendo, Anseimo Campora accennava il suo 
spadone, che pendeva dalla parete ai posto della Ub¬ 
bia pasquale. Ma il Sangonettto fece un gesto con¬ 
trito, come per dirgli che non aveva bisogno di tanto ; 
la qual cosa fece spianar le ciglia al suo ospita ira¬ 
condo. 



— 229 — 

— Ali, meglio così! — soggiunse questi rabbonito. 
— Dicevamo dunque... cioè, no, ero per dirvi che sono 
molto contento di vedervi in buona salute. Me lo dice 
il vostro naso, che è sompre di un amabil colore. A 
voi certo piace il vin buono. Ma N sedete, perdinci ; 
quella è la panca; e adesso si metterà il becco in 
molle, perchè un mondo di cose, come ci avete da 
dirmene, si sa, non lo si snocciola così su due piedi 
e a labbro asciutto, come una mezza serqua di pater¬ 
nostri. — 

E intanto che andava alla parete per un fiasco, An¬ 
seimo Campora borbottava tra sé: 

» — To’, to’ ! Quest’oggi mi capita qua mezza osteria 
dell'Altino. Che vuol dir ciò ? — 

Il Sangonetto accettò il bicchiere cho gli veniva 
profferto, e dopo averne bevuto un sorso per cortesia, 
due altri per farsi coraggio, così prese a incignare l’ar¬ 
gomento : 

— Giorni or sono avete ricevuto una lettera ?... — 

Il Picchiasodo , che stava allora per bere a sua 

volta, si trattenne, col bicchiere a mezza strada, e 
guardò il suo ospite con aria che voleva dirgli: ti¬ 
rate innanzi, risponderò poi. 

— E nell’estate scorsa — prosegui il Sangonetto, — 
il vostro capitano generale non ne ha ricevuto un'al¬ 
tra, con utili notizie e consigli, che ha incontanente 
seguiti ? 

— Ah, ah ! — sciamò il Picchiasodo. — Eravate voi ? 
Già, ci si vedeva la mano di un chierico! — 

Chierico dicevasi anticamente per uomo dotto, come 
laico per uomo ignorante. E i lettori rammentano di 
certo che all' osteria dell' Aitino il Picchiasodo avea 



— 230 — 


dato del chierico a Tommaso Sangonetto, aggiungendo 
ch’egli doveva averci nelle vene inchiostro per sangue. 

— Ero io quella volta e quest’altra ; — rispose il 
Sangonetto: — e come allora parve buono il consi¬ 
glio, cosi ora... mi sembra... 

— Eh, non dico di no. Sarebbe un bel colpo e il 
tentarlo piacerebbe a più d' uno. Ma chi mi assicura 
che non fosse un tranello? 

— Ma... la parola di Santino da Riva , vostro ca¬ 
pitano e prigioniero dei nostri... 

— La parola, avete detto bene. Infatti, Santino da 
Riva é un buon laico e lascia scriver chi sa. Capi¬ 
sco quello che mi potreste rispondere. Se la prima 
lettera diede un buon consiglio... 

— Ecco! — interruppe il Sangonetto, con aria di 
trionfo. 

— Essa, — proseguì inflessibile il Picchiasodo, — 
non ci persuadeva già un colpo temerario, ma un atto 
di accorgimento sopraffino, che a messer Pietro Fre- 
goso era venuto in testa più volte. Qui invece si trat¬ 
tava di una mezza pazzia... che è poi quasi inutile, al 
punto in cui sono le cose. Santino da Riva è un buon 
soldato, ma non ha il diavolo in testa e nemmanco 
neirarapolla; poteva dunque aver dato nella pania. 

— Ma adesso... — entrò a dire il Sangonetto. 

— Sì, adesso lo so , che il consigi io viene da voi. 
Ma voi, chi siete ? che malleveria^ni date ? E prima di 
tutto, qual fine è il vostro ? che tornaconto ci avete 
a farci servizio? 

Grandissimo; — rispose il Sangonetto, con aria 
maestosa. — Congiuriamo, al Finaro ; Genova è re- 
publica; vogliamo appartenere a Genova, perchè vo¬ 
gliamo la libertà. 



— 231 — 

— Bravi ! mi piacete ; — replicò il Picchiasodo. — 
La libertà è un'ottima cosa, e Genova ve la darà. Ne 
ha da vendere; figuratevi, l’ha messa per insegna fin 
sulle porte delle prigioni, con due grifoni per custo¬ 
dirla. Ma bevete, compar Sangonetto; buon vino, fa¬ 
vola lunga, dice il proverbio. Voi dunque, congiurate ; 
e in quanti? 

—v Oh , in parecchi ; e il popolo, stanco di questa 
guerra che non lo risguarda, di queste privazioni e 
di questi pericoli che non serviranno ad altro fuorché 
a ribadirgli le catene ai polsi, ò quasi tutto dalla no¬ 
stra. 

— Dalla vostra ! di chi ? 

— Di me, vi ho detto ; di Antonio Sturlino, vi 
posso aggiungere, che ha molta autorità in paese e 
che T altro giorno dopo aver preso a dirla col mar¬ 
chese, è stato, per ira di popolo, liberato dalle mani 
dei birri che lo menavano in carcere; di Bernardo 
Marchelli e di Giorgio Battaglia, caporali di schiera ; 
di Antonio Giudice e di Nicolò Valle, uomini di legge ; 
di Vincenzo Campi e di Nicolò Cavazzola, cittadini 
che sono tra i più ricchi e i più ragguardevoli della 
terra; di Giacomo Pico finalmente.... 

— Ah, ah ! Pico, l’avversario di messer Pietro Fre- 
goso all’osteria dell’Altino ? 

— Lui, sicuro. Se ci son io mi pare.... 

— Ah, voi, si capisce; voi siete un personaggio 
delle storie antiche e congiurate per la libertà. Ma 
lui, il braccio destro dei marchese, a quanto dicono, 
lui, che in queste fazioni ha sempre combattuto come 
un eroe.... 

— Sì, questo è nell'indole sua, ma Giacomo Pico 



— 232 — 

non,, fa oramai maggior conto dei Carretti, pigliati a 
mazzo, con tutta la loro protezione, di quello che 
voi ne facciate, sia detto con vostra licenza, messere 
Anseimo riverito, d'un fondigliuolo di fiasco. 

— Eh via, che ne sapete voi? — disse il Piccliia- 
sodo, ridendo del paragone. — Se il vino non fa po¬ 
satura, anche la fondata ò buona da bere. Vedete que¬ 
sto vino di Calice , come é chiaro e sfavillante, seb¬ 
bene già il piede vi faccia imbuto per entro. 

— Sicuro, — replicò il Sangonetto, — ma suppo¬ 
nete che nel calice dei marchesi, nostri padroni, ci 
sia della feccia, e che Giacomo Pico sia giunto a que¬ 
sto bivio, di gittare, o di bere. 

— Spiegatevi meglio ; ci vedo buio pesto, finora. 

— Ecco ! Rammenterete, io non dubito, la cagione 
dell' alterco di Giacomo col vostro magnifico messer 
Pietro Fregoso. 

— Sì ; cioè, ricordo che non ce n'era, e che il vo¬ 
stro amico lo aveva tolto in iscambio. 

— Rivalità d'amore ; — soggiunse Tommaso. — li 
mio povero amico avea perso la tramontana per ma¬ 
donna Nicolosina del Garretto. 

— Sta bene; questo è il gran punto. Tirate in¬ 
nanzi. 

— Madonna Nicolosina non voleva saperne di Gia¬ 
como Pico. 

— Davvero ? Eh, infatti, — soggiunse Anseimo 
Camperà, — sappiamo che la ci ha poi sposato il suo 
conte di Cascherano. Ma ciò non toglie.... che anzi! 

— Eh, l'ho detto ancor io, da principio, quando 
non sapevo niente dei loro segreti e pensavo che le 
malinconie di Giacomo gli venissero tutte dal padre. 



— 233 — 

Ma egli sembra che non fosse proprio cosi. Madonna 
Nicolosina amava il Cascherano, o, per dire più ve¬ 
ramente , non amava il Bardineto, ed egli era dispe¬ 
rato per due versi ; pel padre, che non gli avrebbe 
dato la figliuola; per la figliuola, che ci aveva in te¬ 
sta più superbia del padre. Ora, voi m'intendete, mes¬ 
sere Anseimo; un grande amore può cangiarsi spesso 
nell'odio più acerbo. 

— Capisco ; — disse il Picchiasodo con gravi|&. — 
Del vino dolce si fa l’aceto forte. 

— Ci siete, — incalzò il Sangonetto, — ed ora ca¬ 
pirete eziandio che se Giacomo Pico ricusa di bere la 
feccia del calice, ci ha le sue grandi ragioni. 

— Questo Pico, — notò il capo dei bombardieri 
coi piglio di chi vede mollo lontano, — è un acqui¬ 
sto prezioso, per gli amici della libertà. Ma che dia- 
vol c'è egli? soggiunse, con accento mutato e bal¬ 
zando dalla panca.— Qualche topo mi rosica la parete; 
forse per giungere ai ‘cacio. Ma gliene caverò io il 
ruzzo, perdinci ! — 

Non c’erano topi , il lettore lo ha già indovinato; 
e il Picchiasodo, dal canto suo, parlava in metafora. 

11 Maso, tutto orecchi da un’ora ad ascoltare quel- 
Pimportantissimo dialogo, nello stupore onde lo ave¬ 
vano compreso certe inaspettate rivelazioni, non era 
stato saldo abbastanza. Si aggiunga che il paggio di 
Anseimo Campora non era più là, testimone del suo 
sonno simulato, avendo dovuto allontanarsi un tratto 
per certe faccende del suo ministero. Così, pensando 
di esser più libero e non ricordando che la parete era 
un semplice tramezzo di assi, il Maso aveva provato 
a rivoltarsi sulle reni, per accostar meglio l'orecchio; 
e il rumore lo aveva tradito. 



— 234 — * 

Si penti dell' atto, come in fin di vita non si sa¬ 
rebbe pentito de* suoi peccati ; ma il pentimento non 
gli serviva un frullo, poiché Anseimo Campora s'era 
alzato da sedere ed accennava di voler uscire dalla 
baracca. Ora il Maso fu pronto ad intendere che se 
il Picchiasodo lo coglieva là dietro, anche in atteg¬ 
giamento di chi dorme, egli era un uomo spacciato. E 
intender ciò e pensare al rimedio, fu un puntò solo. 
Di c(jjta fu in piedi, come se dentro ci avesse avuto 
una molla; spiccò un salto da banda, indi un altro, 
a guisa di scoiattolo, e trovato per sua ventura un 
carro di bagaglie, si accoccolò dietro a questo, prima 
che il Picchiasodo fosse giunto sul luogo d'onde gli 
era parso di sentire lo strepito. 

Cosi fu salvo il mariuolo. Anseimo Campora venne 
dietro la capanna, con quel suo cipiglio che non pro¬ 
metteva niente di buono ; guardò tutto in giro e non 
vide nessuno ; svoltò la cantonata e si ricondusse 
dall’altra parte fino all'ingresso della sua modesta abi¬ 
tazione, senza vedere il prigioniero, nè il paggio. 

— Che dire ? — borbottò, stringendosi nelle spalle. 
— Avrò sognato ad occhi aperti. 

E tornò ai suo colloquio col Sangonetto, che gli do- 
vea premer di molto, come il savio lettore argomenta. 

Frattanto, il Maso ci avea avuto una gran batti¬ 
soffia, che l'allontanarsi del Picchiasodo non valse a che¬ 
targli d'un tratto. Però stette lungamente nel suo 
nascondiglio ; ci stette per ricogliere il fiato ed anche 
un pochino per richiamare i pensieri a capitolo. 

Non c’era da scherzare; egli, il Maso, umilissimo 
soldato, pur dianzi ragazzo d'osteria, ci aveva in corpo 
un segreto da cui dipendeva la sorte della sua terra. 


- 235 - 

E non importa il dire che si trattava piuttosto del 
marchese del Carretto e della sua discendenza; coteste 
distinzioni il Maso non le conosceva, e se le avesse 
conosciute, di certo le avrebbe lasciate ai curiali del 
suo tempo, e ai politiconi di là da venire. 

Ora, che doveva egli fare? Svignarsela dal campo 
nemico, per dar ravviso nel Borgo? Questo era un 
punto difficile ; ma il nostro giovinotto. non ci vedeva 
niente d'impossibile. Ci avrebbe pensato, e al postutto, 
avrebbe tentato. Ma egli non poteva ancora pensarci; 
ma egli non sapeva ancor tutto. Aveva capito che nel 
Borgo c’era una fazione avversa ai signori dei luogo 
e al proseguimento della guerra ; aveva capito che il 
Sangonetto e lo Sturlino, il Marchelli e il Battaglia, 
il Giudice e il Val^e, il Campi, il Cavazzola e il Bar- 
dineto, congiuravano per dare la terra ai genovesi. 
Ma ciò non bastava ancora. In che modo contavano 
essi di darla ? Questo era il busilli ; questo bisognava 
sapere ; e per saper questo bisognava tornare laggiù 
contro l’assito della capanna, ad origliàre la conver¬ 
sazione del Sangonetto coi Campora. 

Come venirne a capo? A tornar là, ci risicava la ■ 
vita ; e questo sarebbe stato il meno, per un ragazzo 
animoso coni' egli, se, risicando la vita , non avesse 
anche risicato di non portare più niente all’ orecchio 
degli assediati. Ci voleva dunque giudizio ed audacia, 
audacia e giudizio, due cose che tra gli uomini, come 
tra i popoli, sogliono andare così poco d’accordo. 

Il Maso ci si provò. Quello che l'esperienza il più 
delle volte non dà, lo aspettava egli dalla fortuna. 
Era giovine, e la fortuna li ama, questi benedetti 
giovani. Suvvia, dunque ; il Maso si tolse di dietro al 


— 236 — 

carro, non senza aver dato una prudente sbirciata per 
mezzo alle ruote, e con passo leggiero, ma in appa¬ 
renza sbadato, colle mani in tasca e gli occhi in 
guardia, andò incontro al pericolo. 

Mai volpe vecchia s'accostò più guardinga al pol¬ 
laio insidiato, di quello che il ragazzo dell’ Aitino a 
quella baracca di legno, in cui si patteggiavano le 
sorti del suo luogo natale. Egli voleva esser pronto 
ad apparire in atto di chi torni da una passeggiata, 
e per moto di prudenza istintiva tenea corrugate le 
labbra e dondolava la testa per zufolare in cadenza; 
ma il fiato lo chiudeva per bene tra i denti, poiché, 
se gli venia fatto, voleva udire, non essere udito. 

Così infatti gli avvenne. Non ho detto che la for¬ 
tuna ama i giovani ? 

Anseimo Campora data la sua scorsa nei pressi 
della capanna, aveva bandito per allora ogni sospetto 
e la conversazione proseguiva più'calda che mai. 

— Già, — diceva il Sangonetto, quando il Maso 
riuscì a metter l’orecchio da un altro lato del tra¬ 
mezzo, — la condizione sarebbe di ucciderlo. Egli non 
consentirà a questi patti, se non gli si leva d’inn anzi 
quel terzo incomodo. 

— Ucciderlo 1 — notò il Maso tra sé. — Diavolo I 
Chi sarà costui che si condanna in tal modo, senza 
fargli il processo? — 

Intanto il Picchiasodo rispondeva. 

— Ah, quanto a -ciò, non lo sperate. Messer Pietro 
è un gentil cavaliere e non vi accetterà mai un tal 
patto. 

— Manco male ! — ripigliò il Maso, sempre tra sé. 
— Chiunque sia Tuomo che si vuol morto, questo 
messer Pietro Fregoso incomincia a piacermi. 


— 237 — 

— Non lo accetterà ; — proseguiva il Picchiasodo. 
— Tanto e tanto si verrà a capo della vostra resi¬ 
stenza , o, per dir meglio, della resistenza del mar¬ 
chese. Ci ho il mio.disegno anch’io e messer Pietro 

10 approva. Il vostro è più spicciativo, non nego;ma 
abbiatelo per fermo, io conosco il capitano generale 
come il fondo delle mie tasche; egli non vi venderà 
in compenso la vita di nessuno. 

— Ma... — si provò a dire il Sangonetto. 

— Ma infine, o non siete buoni voi altri, a far le 
vostre vendette? Voi pratici dei luoghi; voi più al 
caso d’ogni altro di cavar profitto da un’ora di tram¬ 
busto; noi non ci avremo nulla a vedere. Del resto, 
sarà buio, a quell’ora. Ma intendiamoci, non parlate 
di ciò a messer Pietro ; e* sarebbe capace di non vo¬ 
lerne sapere, e allora, addio fave ; piuttosto, si po¬ 
trebbe domandare un duello, e messer Pietro, che 
ama questi combattimenti come un tordo la ginepra, 
ve lo consentirebbe senza fallo. Proponete questo; ò 

11 partito migliore. 

— Lo proporrò; — disse il Sangonetto, chinando 
il capo in atto di assenso. 

— Andiamo dunque; — soggiunse il Campora. — 
Messer Pietro sentirà e risolverà secondo il suo sa¬ 
vio consiglio. C’intenderemo, non dubitate; io l’ho 
tanto per negozio conchiuso, che piglio per via un 
mio vecchio compare, Giovanni di Trezzo, il più ar¬ 
rischiato capitano di tutto l’esercito, a cui simili im¬ 
prese vanno a sangue, come ai tordi... Ah scusate, il 
paragone l’ho adoperato poc’anzi; dirò invece: come 
ad Anselmo Campora il vostro vino di Calice. — 

Il Maso non volle saperne altro, e mentre i due si 



— 238 — 

alzavano da sedere, corso difilato, come già avea fatto 
una volta, ad appiattarsi dietro il suo carro. 

E là, fìngendo di dormir della grossa , il povero 
Maso s'immerse nelle più profonde meditazioni intorno 
al modo di uscire di mano ai nemici e di avvisare il 
Borgo del tradimento ordito a suo danno. 

Ma questa gretola era più difficile a trovare che 
non sembrasse a tutta prima. Osservare la forma dello 
steccato, le consuetudini delle scolte, e quelle del Cam- 
pora, trar profitto delle occasioni, avere un occhio al 
cane e l’altro alla macchia; queste esano tutte cose 
bellissime, che il Maso si disponeva a fare, ma colle 
quali non cavò quel giorno, nè il giorno soguente, un 
ragno da un buco. 

Bene andava egli mattina e sera col paggio del 
Picchiasodo ad attinger acqua in un pozzo, che era 
in una certa forra a tramontana, poco lnnge dello 
steccato. Ma egli lavorava, e il paggio colla balestra 
stava a fargli la guardia, come fa 1' aguzzino alla 
ciurma. Anseimo Cam pora, che non lo aveva veduto 
nella occasione del suo colloquio col Sangonetto, sa¬ 
puto com’ egli fosse andato da solo a pisolare in un 
canto, aveva sgridato il paggio, ordinando che d'al¬ 
lora in poi non lo perdesse più d’occhio. Ospite sì, 
ma prigioniero, e certi riguardi non si dovevano smet¬ 
tere. Così fu tenuto alla lunga il falconetto dell’ Ai¬ 
tino ; ed ebbe un bel beccarsi i geti e dar l’anima al 
diavolo; la sua inquietudine non gli fruttò che una 
vigilanza più stretta» 

Il Sangonetto dopo essere andato dal oapitano ge¬ 
nerale, non si era più visto nella baracca del Cam- 
pora. Certo era rimasto in custodia della compagnia 



— 239 — 

che lo aveva fatto prigione. Ma il terzo giorno ci fu 
gran novità nel campo, per dare un altro grattacapo 
al nostro povero Maso. Una scorribanda di cavalieri 
menava prigione entro il battifolle messer Giacomo 
Pico. 

Pallido in volto come un cencio lavato, gli occhi 
stravolti e i capegli più rabbuffati del solito, messer 
Giacomo Pico avea V aria d’ un uomo a cui grande¬ 
mente cuocesse di quella umiliazione , assai comune 
del resto agli uomini di guerra, la cui sorte è pur 
troppo di dare e di ricevere. 

— 0 come è egii possibile che costui sia un tra¬ 
ditore? — dimandò a sé stesso il Maso, vedendolo a 
passare , colla fronte china e livida di vergogna e di 
rabbia, in mezzo a un drappello di nemici. — Egli mi 
sembra un cavallo generoso che morde il freno e 
sbuffa e si ribella allo sprone. — 

Intanto, si spargeva tra i crocchi la voce che il 
Bardi netto , il braccio destro del marchese Galeotto, 
era stato preso, mentre , con un pugno di arditi ca¬ 
valieri , tentava di attraversare la cerchia degli as¬ 
sediati , per riuscire sulla via di San Giacomo. L'im¬ 
boscata in cui egli doveva cadere, era comandata da 
Giovanni di Trezzo. 

Questo nome risvegliò i sospetti del Maso. 

Giovanni di Trezzo ! Ma questi era l’amicodel Cam- 
pora; l'uomo che egli volea condurre dal Fregoso, due 
giorni addietro, come capitano d'audacissime imprese, 
dopo la conversazione avuta col Sangonetto. E poi, 
che volea dire questa sequenza di prigionieri ? Prima 
il Sangonetto; indi il Pico. Questa di certo non era 
l'opera del caso, bensì la conseguenza d'un patto fer- 



— 240 — 

mato tra loro; che anzi, o non poteva il capitano ge¬ 
nerale, prima di pigliare per evangelio le parole del 
Sangonetto, aver voluto alla sua presenza il più rag¬ 
guardevole tra tutti i congiurati? 

Ma come? Il Sangonetto avea dunque potuto da 
lunge comunicare coi sozi? mandare un messaggio al 
Borgo, anzi a castel Gavone, dove abitava il Bar- 
dineto ? 

E a lui, Maso, non sarebbe riuscito di fare altret¬ 
tanto? di fuggire dal campo genovese e portare in 
tempo un salutare avviso al castello? 

Quei pensiero s'impadronì di lui, mentre, con una 
bigoncia in bilico sulla cervice, se n'andava per acqua 
al pozzo, accompagnato dal paggio aguzzino. Avvian¬ 
dosi per quella forra , che, come ho detto, era poco 
lunge dello steccato, il Maso guardava con desiderio 
infinito le sovrastanti colline, di cui conosceva, me¬ 
glio delle capre, ogni sentieruolo, ogni ciglione, ogni 
solco. Quante volte non le aveva egli corse e ricorse 
da bambino, per cogliervi le viole mammole, o per 
tagliarsi un arco ne’ pieghevoli rami dei fràssini ! E 
adesso, che brutto divario! Una bigoncia sui capo e 
una balestra minacciosa alle spalle. 

Fattosi alla bocca del pozzo, cavò di dentro alla bi¬ 
goncio una secchia e cominciò ad attingere, secondo 
il costumo di tutti i dì. Ma il povero Maso doveva 
quel giorno esser molto distratto, poiché, alla terza 
calata, gli scivolò di mano la corda, e tàffete, secchia 
e corda piombarono nell’acqua. 

Il Maso, disperato, si messe le mani nei capegli, 
guardando con occhi laglimosi ora nel pozzo, ora in 
volto al custode. 



— 241 — 

— Lasagnone ! — gridò costui, a mala pena si ac¬ 
corse del guaio. 

— Scusate, Falamonica, non l'ho fatto a posta; — 
disse il Maso umilmente. 

— Eh, non ci mancherebbe altro che tu Tavessi 
fatto a posta ! — replicò il Falarnonica, che così avea 
nome il paggio. — Va là, buono a nulla; per colpa 
tua si perderà un* ora di tempo, e le ripassate toc¬ 
cheranno a me. — 

Frattanto si accostava al raurello e guardava a sua 
volta nel pozzo. 

— Ali, manco male! — soggiunse. — La secchia 
non ha bevuto e galleggia. Ora dimmi, bertuccione ; 
come faresti tu a cavarla deH’acqua? 

— TV I disse il Maso. — La bocca del pozzo non 
ò troppo larga ; mi calo dentro, aiutandomi colle mani 
e coi piedi... 

— E dài un tuffo anche tu , babuasso ! — inter¬ 
ruppe il Falamonica. — Il guaio non sarebbe dei 
grossi, per verità; ma tu potresti, neiraffogare, man¬ 
darmi al fondo la secchia. Per fortuna, il mio diavolo 
la sa più lunga del tuo. Starami a vedere ed im¬ 
para. — 

Così dicendo, il Falamonica trasse di tasca la corda 
di ricambio della sua balestra; rannodò con queiral¬ 
tra, che aveva avuto cura di spiccare dai due capi 
dei suo strumento di guerra, e v' adattò in fondo il 
crocco, che era il gancio del martinello con cui si ca¬ 
ricavano le balestre, e serviva a tender la corda fino 
a quel punto del fusto, o temere, che dir si voglia, 
dove s’incoccava la freccia. 

Il pozzo non era molto profondo, e il Falamonica, 
Barri li. Cantei Gacone. 10 



— 242 — 

così ad occhio, aveva misurato lo spazio che gli bi¬ 
sognava percorrere con quella sàgola posticcia. Le due 
corde annodate bastavano, solo che egli si curvasse 
un pochino sull’ orlo del pozzo, per calare il crocco 
fin sotto l’anello della secchia, che si dondolava beata¬ 
mente sul pelo dell'acqua. 

— Ripesco io? — disse il Maso, offrendosi a quella 
fatica. 

— Sì, per gittarmi anche il crocco nel pozzo! Ti¬ 
rati in là, scimunito, e tienmi piuttosto la balestra, 
che non mi si sciupi nel fango. 

— Dite bene, Falamonica ; sono uno scimunito ; — 
borbottò il Maso, crollando il capo e tirandosi col 
sommo delle dita un sentore, anzi una voglia, di baffi. 
— Sono uno scimunito, — aggiunse poscia in cuor 
suo, — se non cavo i piedi di qua. — 

Il Falamonica intanto a calar la sua fune. Tutto 
andò com’egli aveva immaginato. Il crocco dondolava, 
taceva le giravolte a due o tre spanne dalla secchia. 
Bisognava dunque spenzolarsi sull'orlo del pozzo e al¬ 
lungare il braccio, perché il gancio arrivasse ; pel re¬ 
sto, non si trattava che di cogliere il punto buono 
e infilare il dente nell'anello insidiato. 

Il Maso guardava, e guardando pensava. 

— Faccio, o non faccio? — chiese egli perplesso a 
sè medesimo. 

La tentazione c* era ; 1’ occhiata sospettosa in giro 
l’aveva già data, e si vedeva sólo nella forra, solo col 
suo aguzzino, il cui capo spariva dietro le spalle, in¬ 
curvate sulla bocca del pozzo. 

— Animo, a te, lanternone senza moccolo ! — disse 
il Falamonica, sporgendo un braccio dietro di 3 è. — 
Dammi una mano, che son per toccare. — 



— 243 - 

Il Maso alzò gli ocelli al cielo, donde si fanno ve¬ 
nire le cattive ispirazioni, come le buone. 

— Eccomi qua! diss'egli di rimandò. 

E poste le palme contro le reni al nemico, gli dette 
un spianta gagliarda, che lo fé’andare a capo fìtto 
nel pozzo. 

— Tocca ora la secchia ! — soggiunse. — Io tocco 
il cavallo. — 

E lo toccò daddovero, e lo fe’ parere T ippogrifo di 
Ruggero, quantunque e'non foss' altro che il modesto 
cavalluccio di san Francesco. Avea 1* ali alle piante ; 
saliva su per la collina, veloce come un ramarro, e 
non c 9 era pericolo che si voltasse indietro, per dare 
uno sguardo allo steccato di Pertica , e un saluto a 
quella baracca, nella quale aveva mangiato e bevuto 
per quattro. 

— Gratitudine di ventre satollo ! — doveva dire 
il Picchiasodo, più tardi. 



— 244 


è 


CAPITOLO XIII. 

Del giro che fooo un segreto prima di usoiro ad util9 
di qualoheduno. 


L*ho detto; il Maso correva, volava come il dio 
Mercurio portalettere, o come Iride, messaggera d’C- 
limpo. Se egli pare soverchio ardimento rassomigliarlo 
agli Bei, fo un passo indietro e lo imbranco tra gli 
eroi, rassomigliandolo ad Ettore, quando scappò davanti 
allora di Achille e prese più volte a tondo la misura 
di Troia. E se neppur questo vi torna, lo parago¬ 
nerò... Ma, Dio buono, che grattacapi mi piglio? e che 
bisogno c’ò egli di paragonarlo a qualcuno ? Scappava, 
e basta. 

Così dandola a gambe, giunse alle viste dell'erta su 
cui torreggiava il castello. Per altro, n' era ancora 
lontano un bel tratto, e gli bisognava passare sotto il 
tiro dello beltresche, e delle bicocche, guardiole di le¬ 
gno, rizzate su pali, donde le scolte avanzate veletta¬ 
vano il nemico. 

Il suo apparire sull’erta fu prontamente notato, e un 
verettone, scagliato da mano maestra venne a fischiar¬ 
gli airorecchio. Se in quel punto e’non avesse dovuto 
causarsi da un sasso che attraversava il sentiero e 
perciò non si fosse tirato da banda, povero Maso ! il 
suo segreto era morto con lui. 



— 245 — 

— Canchero! — esclamò egli, fermandosi tosto e 
guardando la beltresca più vicina, donde gli era ve¬ 
nuto l’avviso. 

E siccome la sua esclamazione ionadattica non gli 
sarebbe servita a nulla coi soldato in vedetta, che 
probabilmente incoccava un secondo verrettone, il no¬ 
stro Maso si affrettò ad alzar le mani e a raccoman¬ 
darsi coi gesti, gridando con quanto fiato aveva in 
corpo: — San Giorgio e Carretto! Carretto c San 
Giorgio! Ohé, Finarino, cosi ricevi gli amici? — 

Il soldato lo udì, e per fermo lo riconobbe ezian¬ 
dio, poiché fu sollecito a scendere la sua scaletta a 
piuoli. 

Intanto il Maso si avvicinava di buon passo alla 
beltresca. 

— Amici, perdio ! — seguitava a gridare. — Sono 
il paggio di messer Antonello da Montefalco, scam¬ 
pato or ora dalle ugne dei genovesi. 

— Sì, ti ho riconosciuto, buona lana ! Vien qua e 
ringrazia il cielo che la mia mano non ha più venti- * 
cinque anni. 

— Ah, siete voi, mastro Bernardo ? Vedete un po’ 
il tiro che avete risicato di fare ! La m’ è passata a 
una spanna dall’orecchio. Altro che venticinque anni! 
Per fortuna io m’ero gittato da una banda ; se no, ad¬ 
dio roba mia! 

— Ma sì, ma sì, la mano mi serve ancora ; — disse 
mastro Bernardo ridendo. — Credevo di averti fal¬ 
lato per colpa mia, e tu mi consoli, adesso. Vien qua, 
abbraccia il tuo vecchio principale , e raccontami, 
come hai potuto cavartela dalle granfie di quei figli 
di cani ? 



— 246 — 

— Eh, potreste chiamarli cani addirittura , senza 
tanti rigiri! — notò il Maso, che voleva sempre dire 
la sua. — Tanto, non ci sentono, e V ultimo di loro, 
con cui ho avuto a discorrere è troppo occupato a ber 
vino celeste. — 

Qui il Maso, più brevemente che gli venne fatto, 
raccontò al suo vecchio principale il perché e il per¬ 
come della sua fuga dal battifolle di Pertica, cer¬ 
cando di ricordarsi tutte le frasi, chiare ed oscure, 
del Sangonetto, nel suo segreto abboccamento col Cam- 
pora. 

Allorquando udì della caduta di Giacomo Pico in 
balìa de’nemici, mastro Bernardo , che la vedeva in 
cotesto come il suo antico ragazzo d’osteria, perdette 
proprio il lume degli occhi. 

— Ah, l’avrei giurato ! — gridò , serrando rabbio¬ 
samente le pugna. — Io l’ho conosciuto da bel prin¬ 
cipio , quel villano rifatto ! Serpicina riscaldata , per 
amor di Dio, in seno ai nostri signori ! Ed ecco ora 
com’ei li rimerita ! 

— Oh, per questo, non dubitate ; — disse il Maso 
a lui di rimando. — E’ potrebbe darsi ancora che il 
Bardineto avesse fatto male i suoi conti. Io me ne 
vo difilato da messere Antonello e gli spiffero ogni 
cosa. 

Mastro Bernardo rimase un tratto sovra pensiero. 

— No, no, — rispose, egli poscia, — non lo fare ! 
Chi ó, dopo tutto, questo messere Antonello ? Un buon 
capitano, dicono; ma che altre imprese ha egli fatto 
finora? Un giorno, te ne ricordi? se non ci mette¬ 
vano mano le nostre donne, e’si faceva pigliar prigio¬ 
niero insieme col cugino del nostro marchese, col ma- 



— 247 — 

f 

gnifìco Spinetta del Carretto. Quell’uomo non mi qua¬ 
dra , affediddio, non mi quadra ! Viene dall’ esercito 
genovese, eh’ egli ha abbandonato per una differenza 
di pochi fiorini; e chi ti dice ora?... No, no, ragazzo 
mio ; fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. Già, vedi, 
se qui tradiscono i finarini, saranno più saldi i fo- 
rastieri ? 

— Ma... e come fareste voi ? — disse il Maso per¬ 
plesso. 

— Io? Me ne andrei diritto diritto a parlare col 
marchese. Capisco, tu non ci hai dimestichezza. Ma a 
questo c'è rimedio; ci vado io. Anzi, vedi, ci corro. 
To’la balestra; piglia il mio posto alla vedetta ; in duo 
salti son là, e se occorrono altri ragguagli, il mar¬ 
chese ti farà chiamare. — 

Il Maso fu scavalcato, cosi, alla sprovvista, e non 
s’addiede dei tiro che allorquando fu in terra. Bor¬ 
bottò un poco, sicuramente, poiché 1’ atto gli parve 
mancino; ma in fondo in fondo, non si poteva negare 
che nei sospetti di mastro Bernardo ci fosse una parte 
di vero, e si chetò, da quel ragazzo dabbene eh* egli 
era. Al postutto, i suoi sopraccapi per quel giorno li 
aveva avuti, e mentre egli ci guadagnava un' ora di 
riposo, il suo vecchio principale, andando al castello, 
non poteva mica tacere la fonte delle sue preziose 
notizie. 

Perciò non disse altro, e, presa Y arma dalle mani 
di mastro Bernardo, e datogli senza troppo corruccio 
il buon giorno, s’inerpicò sulla beltresca. 

Mastro Bernardo, dal canto suo, grave nel porta¬ 
mento come ogni uomo che ci abbia le grandi cose 
in testa, s’avviò verso il castello. 



— 248 — 

Vi giunse, distribuendo in giro un saluto di pro¬ 
tezione alle scolte, e commise la sua gravità sul ponte 
levatoio che cavalcava il fosso , in cospetto di due 
barbacani, muniti di feritoie , che proteggevano la 
porta, sfondata nel muro di fronte, in mezzo a due 
dèlie quattro torri che già i lettori conoscono. Var¬ 
cata la soglia e l'androne, dove gli parve che i suoi 
passi rimbombassero meglio di prima, entrò sotto la 
saracinesca, altra porta piombante che difendeva l’in¬ 
gresso del castello, e finalmente pose il piede nelle 
scale, salutato da tutti i soldati di guardia, che lo 
conoscevano come un vecchio camerata, ma che do¬ 
vevano (così gli bisbigliava la sua ambizione) vedere 
in lui un pezzo più grosso del solito. 

Se lo avessero fermato , chiedendogli dove andava, 
oh come ci avrebbe avuto gusto a sfolgorarli con quat¬ 
tro parole: « porto gravi notizie al marchese! » Ma 
nossignori, quella zotica soldatesca non capiva una 
maledetta; lo vedeva passare accigliato e chiuso come 
una cornacchia di campanile, e non si attendeva di 
dargli l'assaggio. 

Privo di quella consolazione, mastro Bernardo volle 
procacciarsene un’ altra, andando a far pompa delle 
sue gravi notizie colla nipote. La cosa era del resto 
naturalissima, imperocché, senza mettere in conto i 
riguardi dovuti alla Gilda, per cui intercessione aveva 
allogato la sua famigliuola tra i servi dei castello, il 
nostro messaggiero pensava di farsi introdurre dalla 
nipote presso il marchese Galeotto, col quale, come 
v'immaginate, non ci aveva tutta quella dimestichezza 
che aveva lasciato intendere al Maso. 

Applaudendosi in cuor suo di quella profonda pen- 



X — 249 — 

sata, mastro Bernardo salì prontamente le scale, e 
scambio di fermarsi alla gran sala, in cui tenea corte 
e riceveva i suoi visitatori il marchese, proseguì fino 
al piano superiore , dove, poco lunge dalle stanze di 
madonna Nicolosina, era la cameretta della Gilda. 

La bella nipote di mastro Bernardo appariva gran¬ 
demente mutata da quella vispa e rosea fanciulla che 
i lettori hanno conosciuta nei primi capitoli di que¬ 
sto racconto. Una pallidezza estrema regnava su quel 
volto, i cui grati contorni s’erano fatti più severi e 
ricisi, come di statua; gli occhi scintillavano di luce 
più viva sotto Turco delle ciglia, ma si vedevano al^ 
tresì più infossati nelle orbite, se non per avventura 
dal piangere, certo da un’assidua cura che fosse ve¬ 
nuta struggendo quella sua giovinezza beata. Era bella 
sempre; forse più di prima, per molti; ma non più 
come prima, e s’indovinava al solo vederla che il do¬ 
lore era passato sul fronte della povera Gilda. Così 
Tostro nemico, scaldato sulle arene dei deserti afri¬ 
cani, brucia i teneri germogli delle piante, alidisce 
le splendide corolle dei fiori. 

Quali fossero da parecchio tempo i pensieri di Gilda, 
il savio lettore ha già inteso. Si aggiunga a tante 
cagioni di tristezza, che ella aveva avuto pur dianzi 
la nuova della prigionia di Giacomo Pico. 

— Anche tu, — le disse mastro Bernardo , veden¬ 
dola in quello stato, — anche tu, mia povera ragazza, 
ti struggi di questi malanni che sono piombati su 
casa nostra? Brutti giorni, figliuola! E anch’io do¬ 
vevo vederli a conforto della vecchiaia ! 

— Che farci, buon zio? Ci vorrà pazienza. Iddio è 
misericordioso, e quando avremo patito abbastanza... 



— 250 — 

— Eh, mi pare che il tempo sarebbe venuto! Ma 
via, non mormoriamo ; forse son io Turaile strumento 
di cui la Provvidenza si serve per metter fine alle 
sue prove. — 

La Gilda guardò meravigliata suo zio, per since¬ 
rarsi a* suoi atti se parlasse da senno, o non avesse 
per avventura dato il cervello a pigione. L'aria d'im¬ 
portanza ond'era impresso il volto di mastro Bernardo, 
faceva somigliare il bravo ostiere soldato ad uno del 
suoi tacchini, ingrassati pel Natale, quando gli fa- 
ceano la ruota suiraia. 

— Sai? — proseguì mastro Bernardo, rispondendo 
ad una domanda ohe Gilda gli avea fatta cogli oc¬ 
chi. — C' è del nuovo. Notizie gravi ! Non tremare. 
Uomo avvisato, mezzo salvato; ed io vengo a salvare 
il magnifico signor marchese. Ilo pensato di parlarne 
prima con te, perchè sei una buona figliuola ed hai 
fatto del bene alla mia Rosa, tua povera zia, e a quat¬ 
tro ragazzi, che la guerra fa rimanere senza l'aiuto 
del padre. 

— Ho fatto il debito mio; — disse brevemente la 
Gilda. — Ma parlate, per carità ; che c'è egli di così 
grave, e qual è questo avviso di salvezza che portate 
al castello ? 

— Chetati, e te le dico in poche parole. Bada; ti 
parrà strano, come lo parrà al nostro magnifico si¬ 
gnore. E se non fosse eli* io l'ho di buon luogo... Ma 
via, non vo*tenerti sulla corda. Il Pico tradisce; il 
Sangonetto tradisce ; tutti tradiscono qui. 

— Che dite voi mai? — gridò la Gilda, non ba¬ 
dando che al nome del Bardineto. — Giacomo ?.... 
Giacomo Pico un traditore ? Ma lo pensate voi ? E po- 




tete voi aggiustar fede a chi gli vuol male ? No, non può 
essere altrimenti ; — soggiunse ella, notando un atto 
di diniego dello zio; — solo un nemico suo ha po¬ 
tuto calunniarlo in tal guisa. Ma dite, ditelo vói, co¬ 
me potrebb* essere un traditore ruomo che appunto 
stamane, combattendo da valoroso, è stato colto in 
una imboscata dai genovesi ? 

— Sì, si, 1* imboscata ! — ripetè mastro Bernardo 
scrollando il capo e battendo le labbra. — Parlia¬ 
mone, dell' imboscata ! Anche il Sangonetto, il suo 
grande amico, è prigioniero dei genovesi da tre giorni, 
ed io ne so quanto occorre, della loro prigionia. — 

Qui, stretto, incalzato dalle domande di sua nipote, 
mastro Bernardo, che non domandava altro, si fece 
a raccontarle tutto, per filo e per segno , quello che 
aveva risaputo dal Maso ; come il Sangonetto, datosi 
spontaneamente prigione al battifolle di Pertica, si 
fosse abboccato col Campora, proponendogli un colpo 
che dovea porre il Finaro in balìa degli assediati; 
come dapprima il Campora e poscia il capitano ge¬ 
nerale deiresercito genovese volessero assicurarsi della 
sincerità deir offerta avendo prigioniero anche il capo 
della congiura ; come didatti il Pico cadesse due giorni 
dopo in una imboscata, a cui era andato incontro con 
pochissimi uomini, certo per levarsi ogni obbligo di 
resistenza; come tra i patti richiesti dal Pico ci fosse 
la morte di un tale, di cui non s'era potuto intendere 
il nome, e il capitano generale non avesse voluto sa¬ 
perne, proponendo in quella vece che il Pico se ne po¬ 
tesse spacciare con un duello, 'dopo la presa della 
terra assediata. Ora qual colpo si meditasse , e qual 
fosse il nemico di cui si patteggiava V uccisione, bi- 



— 252 — 

sognava cercare; quanto al disegno e ai patti fermati 
e alla imminenza del pericolo, non ci cascava più 
dubbio. 

A cosiffatte notizie, che lasciamo immaginare ai let¬ 
tori come le tornassero dolorose, la Gilda non seppe 
più che rispondere. I commenti che v’ aggiungeva lo 
zio, commenti crudeli che le andavano come tante pu¬ 
gnalate al cuore, rischiaravano a'suoi occhi un triste 
vero elio da lunga pezza ella sospettava, e che, pau¬ 
rosa o magnanima, non aveva voluto vedere, accagio¬ 
nando del dubbio la sua gelosia irrequieta. Giacomo 
Pico aveva sguainato la spada contro il Fregoso, cre¬ 
dendo di averla a dire col conto di Osasco. Il fatto e 
Terrore erano ricordati in buon punto da mastro Ber¬ 
nardo. Il marito di Nicolosina dei Carretto era dun¬ 
que il nemico di cui si chiedeva la morte. E la rab¬ 
bia contro un fortunato rivale, e il rancore contro 
una superba che lo avea dispregiato, erano dunque le 
cagioni del tradimento di Giacomo? 

Questo pensava la Gilda, e lo sdegno le traluceva 
dagli occhi, le usciva in rotte parole dal labbro. Ma¬ 
stro Bernardo, che pure Taveva a morte col Bardineto, 
non intendeva perché la sua cara nipote ci si riscal¬ 
dasse poi tanto. 

— Orvia, chétati, figliuola; non mi far pentire di 
averti detto ogni cosa. Sono un chiacchierone; ma già, 
chi l’ha nelTossa, lo porta alla fossa. Avrei dovuto 
andarmene difilato dal magnifico nostro marchese, ed 
eccomi invece a dar molestia a te, che poverina, non 
ci hai nulla a vedere. 

— No, no, zio ! avete fatto benissimo ; — gridò la 
Gilda sollecita. — Dal padrone ci vado io. Sapete ? 



— 253 — 

egii è quest'oggi di pessimo umore, o potrebbe farvi 
una brutta accoglienza. 

— Dici da senno? — chiese mastro Bernardo, con 
piglio scontento. — Mi pare che chi porta notizie 
utili.... 

— Ma cattive come queste 1 — interruppe la Gilda. 
— Credete a me, zio, vi accoglie male ; non andate. 

10 sono di casa e con me non c’é pericolo che si metta 
in collera. 

— Ma io... — si provò a dire mastro Bernardo, 
sperando di rimettersi in sella, — io posso dir cose 
che una donna, una ragazza senza esperienza, non po¬ 
trà mai mettere in chiaro come si bisogna. Io poi ci 
ho le notizie di prima mano e tu... 

— Mi fate pensare ad un altro pericolo; — inter¬ 
ruppe la nipote. — Che dirà dei fatti vostri il mar¬ 
chese, quando gli porterete voi le notizie date da un 
altro ? Il Maso le ha in prima mano , non voi. E se 

11 marchese vi chiedesse perchè non avete lasciato an¬ 
dare da lui il Maso in persona, che cosa potreste ri¬ 
spondergli ? 

— Ma.... — balbettò il povero ostiere. — Lì per 
lì non saprei.... Ci penserò. 

— No, bisognerebbe averci pensato. Vedrò io, farò 
io. Voi farete una cosa più utile, di cui \i si darà 
lode e.ricompensa domani. 

-r- Che cosa? Parla, dilla su, poiché vuoi fare a tuo 
modo; — soggiunse rassegnato lo zio. 

— Ecco; stanotte, con quanti uomini potete, tro¬ 
vatevi sotto il castello. Ci potrebb' essere bisogno di 
voi, c, mi capite? Tesserci venuto spontaneamente vi 
tornerà a grandissimo onore. 



— 254 — 

— Che cosa prevedi già tu, nella tua testolina? 
Credi clie ardiranno salire al castello? 

— Non credo niente, non prevedo niente. Venite, e 
basta. Domani saprete ogni cosa. 

— E sia; prenderò meco tutti gli amici che tro¬ 
verò. Quanti abbiamo ad essere ? 

— Che so io? Venti, trenta, sessanta. Più nume¬ 
rosi sarete, tanto meglio per tutti. 

— Oli, per questo, se non vuoi altro, ti porto tutta 
la compagnia di santa Caterina, il cui caporale ò An¬ 
tonio Cappa, mio buonissimo amico e compare. 

— Sta bene, venite e tenetevi pronti alla chiamata, 
qui sotto, nella macchia delle roveri. 

— Perchè da questa banda e «non dall' altra ? — 
domandò mastro Bernardo, che voleva scoprir terreno. 

— Perchè.... perchè.... volete saper troppo. 

— Ma, non so niente, mi pare. 

— Meglio per voi. Andate, buon zio, e fate com’iò 
v’ho detto. Il magnifico nostro signore e tutta la fa¬ 
miglia vi sapranno grado di tutto, non dubitate. 

— Basta, mi fido di te. Hai una certa testolina, 
che, sto per dire, se comandassi io, ti metterei su¬ 
bito al posto di messere Antonello da Montefalco. Ora, 
addio; vo a salutare la Rosa.... 

— No, no, la vedrete domani. Andate, è già tardi, 
e se avete da cercare gli amici, non ci sarà tempo da 
perdere. Ma badate, giudizio, o non una parola ad 
alcuno 1 

— Che ! nemmen per sogno. Tu mi conosci, nipo- 
tina. Sono un po’chiacchierone, l’ho detto, ma nelle 
cose di meno importanza. Qui poi, acqua in bocca! 

— Sì, dunque, andate. Io corro dal padrone. — 



— 255 — 

Con queste parole fu congedato mastro Bernardo, 
che uscì poco stante dal castello, scavalcato a sua 
volta dalla Gilda, com’egli avea scavalcato il Maso, 
e senza capire una maledetta dei disegni della sua 
bella nipote. 

La quale, poiché fu partito lo zio, non si mosse al¬ 
trimenti dalla sua camera. Muta, immobile, attonita, 
come chi, per malvagità di possenti e implacati ne¬ 
mici , o per cieco volere del caso, 3Ì veda di balzo 
gettato nel fondo di ogni miseria e sappia pur troppo 
che ogni scampo gli è chiuso, la misera donna rimase 
là, contro la finestra della sua camera, a cui s’era af¬ 
facciata per veder scendere lo zio giù dai tortuosi sen¬ 
tieri del castello. Rimase là , coi gomiti appoggiati 
sui davanzale di pietra, il volto nelle palme, gli occhi 
torbidi e fisi di rincontro a sé, sulla roccia dell'Aurera, 
salutata allora dagli ultimi raggi pallidi d’un sole di 
febbraio, non curando il freddo rovaio che già comin¬ 
ciava a soffiare dalle gole di Rialto, addensando in 
aria negri e minacciosi drappelli di nuvole. 

Niente guardava la Gilda, di niente si avvedeva, 
niente sentiva da fuori ; le forze tutte dell’ anima sua 
s’erano concentrate in un pensiero, l’infamia di Gia¬ 
como Pico. Imperocché, ella avea pure inteso il dise¬ 
gno di lui, per mezzo ai pochi cenni recati da suo 
zio. Il colpo che si tentava era di- dare il castello in 
mano ai nemici, d’impadronirsi di madonna Nicolo¬ 
si na, di uccidere il Cascherano. Quest’ultima parte del 
disegno di Giacomo Pico doveva andargli fallita, poiché 
il conte di Osasco, quel giorno medesimo era disceso 
nel Borgo, per custodire co’suoi uomini la porta di 
san Biagio ; ma questa assenza non tornava forse a 



— 256 — 

vantaggio del Bardineto, caso mai gli venisse fatto di 
penetrare nel castello in compagnia dei nemici ? 

Vitupero! Ed ella lo amava, quel traditore 1 E s’era 
data a lui, col più sublime sagrifizio della sua alte¬ 
rezza, nel più generoso oblìo d'una offesa recente ! Ah» 
come s’era egli mostrato degno di quel magnanimo 
affetto! E non era piuttosto meritevole di mille morti? 
Non si doveva punirlo, avvisando i difensori del ca¬ 
stello e cogliendolo al laccio che egli stesso evea 
teso ? 

Sì, questo era il meglio; ma questo potea fare ogni 
altra donna, non Gilda. Avrebbe ella venduto in tal 
guisa l’uomo a cui la legava il più soave, o il più 
doloroso, ma certamente il più intimo dei vincoli? Im¬ 
perocché, forse, tra breve ella non avrebbe potuto na¬ 
sconder più oltre lo stato suo. Egli, ancora il giorno ad¬ 
dietro, le aveva promesso, giurato, di condurla seco, 
a guerra finita. E poiché il tempo stringeva, e l’asse¬ 
dio accennava a durare un bel pezzo, la congiura di 
Giacomo non poteva essere un modo da lui immagi¬ 
nato per farla finita d’un colpo ? 

Queste erano vane speranze, illusioni, chimere ; lo 
sentiva anche lei. Ma allora, qual vendetta efficace e 
condegna a tanta viltà sarebbe mai stata quella di 
avvisare il marchese? Essa, essa, dovea vendicarsi, 
non altri; essa, in quella casa, e per quella casai 
giunta a tale di miseria e di vergogna oramai ! 

. Tra queste incertezze , tra queste contraddizioni 
d'uno spirito abbattuto, giunse rapidamente la notte. 
Le scolte si ricambiarono per la prima volta il grido 
di vigilanza dalle loro beltresche, e quelle grida si 
udivano al castello fiòche e interrotte, come che 



— 257 — 

di voci lontane, tanto le soverchiava la furia del vento. 
Era una notte minacciosa ; il mare mugghiava al lido, 
il tuono rumoreggiava nella gole dei monti. 

Madonna Nicolosina, all’ora consueta delle altre sere, 
si ritirò nelle sue stanze. La Gilda, come portava l'uf- 
ficio, era andata a servirla nel suo spogliatoio, ma 
più rigida e più taciturna a gran pezza che le altro 
volte non fosse stata colla sua giovin signora. 

Il broncio dell'ancella (quasi sarebbe inutile di dirlo) 
era cominciato dalla scoperta di una rivale, tristo 
scoperta che ella avea fatta nella torre dell’Alfiere. 
Madonna Nicolosina, dal canto suo, vedendola cosi 
piena di cruccio, era stata in contegno, nè aveva cer¬ 
cato occasione di rompere il ghiaccio. Anche trovata 
da lei a colloquio col Bardineto, madonna Nicolosina 
si sentiva innocente e non voleva scendere alle prove 
colla sua cameriera. Così erano rimaste ambedue col¬ 
l'amaro, l'una servendo a puntino, l’altra comandando 
con garbo, ambedue fredde e guardinghe. 

Tale la Gilda all'aspetto; ma il cuore avea gonfio 
di sospiri e di lagrime. E s'era fatta innanzi, con un 
tal poco di sostenutezza , a vestir la padrona. Ma 
quando fu al punto di toglierle la sopravveste, la sua 
anima candida non seppe più contenersi, e la pove¬ 
retta diede in uno scoppio di pianto. 

— Madonna ! — gridò tra i sighiozzi che le facean 
nodo alla gola. — Madonna, ve ne prego, concedetemi 
una graziai 

— Che cosa ? — domandò Nicolosina, voltandosi 
stupefatta a guardare l'ancella. 

— Non dormite in questa camera! —prosegui con 
accento supplichevole la Gilda. . 

B 4 RR 11 . 1 . Castel Gacone. 17 



— 258 — 


— Perchè? 

— Perchè... — (e qui la povera ancella si trovò 
molto impacciata) — perchè temo non. vi colga al¬ 
cun male... perchè io ve ne scongiuro... infine,'perchè 
vi amo. — 

Madonna Nicolosina stette un tratto a guardarla 
in silenzio. 

— Gilda , — le disse poscia con piglio grave, ma 
impresso di dolce malinconia, — è questa la prima 
volta, da lunga pezza, che non mi parlato così. Io vi 
Ito perdonato ogni cosa, perchè vi ho creduta in¬ 
felice. 

— Oh, grandemente, signora, senza fine infelice 1 — 

E cadde, stemprandosi in lagrime, ai piedi della sua 

giovine signora. 

— Suvvia, buona Gilda, parlate ; che volete da me ? 
— disse madonna Nicolosina, rialzandola affettuosa¬ 
mente tra le sue braccia. 

— Fatemi questa grazia, signora; non me la ne¬ 
gate! — soggiunse 1’anoella. — Non dormite qui ; ri¬ 
tiratevi per questa notte nella camera della vostra 
povera Gilda. Ho un triste presentimento... 

— Ah ! — sciamò Nicolosina. — Come mio padre ! 

— Clie dito voi mai? — gridò la Gilda atterrita. 

— Sì, così pure mi parlava stassera il mio povero 
padre. Una vecchia donna è venuta a bella posta da 
Savona per dirgli che l'uomo, in cui egli si affida di 
più, si disponeva a tradirlo. 

— Ed egli? 

— Ed egli ha risposto che la sua fede non si sce¬ 
ma per le ciancie delle donnicciole; che ella, se sa¬ 
peva alcun che di più certo intorno alla infedeltà di 
Giacomo Pico... 



— 259 — 

— Ah! — interruppe la Gilda. —Di Giacomo Pico 
ella disse ? Egli fu dunque scoperto ? 

— Soperto ! — esclamò Nicolosina. — È egli dun¬ 
que un traditore ? Che ne sapete voi, Gilda ? Parlate ; 
ve lo comando. — 

L'ancella si pentì di aver troppo parlato. 

— Signora, perdonatemi ! — ripigliò, giu ngendo le 
palme. Ho io detto scoperto? Volevo domandare 
se si sospetta per avventura di lui. Sono una povera 
fanciulla ; non so parlare a modo. Abbiate compas¬ 
sione, madonna. Io non ho che un presentimento di 
sventura; forse un'ubbìa di donnicciuola, come quella 
che mi avete detta poc'anzi. Ma ve ne supplico, mia 
dolce signora, non ridete de'miei timori ; dormite que¬ 
sta notte nella mia camera... È un luogo più sicuro, 
e nessuno penserà ad andare là entro. 

— C' è dunque qualcuno che può pensare a venir 
qua? — replicò madonna Nicolosina con accento di 
collera. — Ogni vostra parola vi tradisce; e sta bene. 
È forse nella vostra confusione un avvertimento del 
ciclo. Mio padre non ha creduto alla vecchia di Sa¬ 
vona ; eppure, anche giudicandola pazza, non ha sa¬ 
puto vincere un senso di dubbio e di sgomento. La¬ 
sciatemi , Gilda ; io vado da lui e dalla mia povera 
madre... 

— Signora mia! 

— Lasciatemi, vi dico ! Già troppo male avete fatto 
a parlar così tardi. — 

Così dicendo, respinse la Gilda che le si era aggrap¬ 
pata alle vesti, e andò verso l’uscio. 

Ma, appunto in quel mentre, si udì nella sala del 
piano inferiore uno strepito, come di armi percosse. 



— 260 — 

Madonna Nicolosina ristette, coir orecchio teso e cogli 
occhi sbarrati dallo spavento. Non v'era più dubbio; 
ignoti assalitori aveano scalate le mura del castello, 
si spandeano per le sale. 

La Gilda raccolse tutte le virtù deir anima sua in 
uno sforzo supremo. 

— Ah, non v'è più tempo, madonna! Nella mia ca¬ 
mera, vi prego, ritiratevi nella mia camera. E badate, 
ci sono i nostri finarini appiattati nella macchia dei 
roveri. Chiamateli tosto... ho preparato le lenzuola an¬ 
nodate... Ma andate, per la salute vostra, andate! — 

Spinta dall’ ancella, madonna Nicolosina uscì dalle 
sue stanze, corse a rifugio nella camera di Gilda. 

E Gil'da, poiché l’ebbe veduta sparire per quella 
fuga di sale, si ritrasse nella camera della sua signora, 
dove rimase, ansante e spaventata, in ascolto. 





CAPITOLO XIV. 


Dove si vede chela notte non ò sempre fatta per dormire. 

Che era egli avvenuto ? 

Per chiarire aggiustatamente la cosa, ci bisognerà 
saltare indietro un’ora ed un miglio, o giù di lì; non 
volendo io (e probabilmente neanco i lettori) far cam¬ 
mino a ritroso, fino alla tenda di messer Pietro Fre- 
goso a' suoi abboccamenti, da prima col Sangonetto , 
indi con Giacomo Pico. 

Intorno ai quali, basterà il dire che la Gilda, gui¬ 
data dal filo della sua gelosia, ave^a indovinato il 
loro disegno. Il Bardineto, per vendicarsi delle ripulse 
di madonna Nicolosina, vendeva ai genovesi il castello. 
Messer Pietro Fregoso, da buon capitano, profittava 
d’ogni occasione che gli venisse profferta; e questa 
del Pico, che gli agevolava di tanto il conquisto della 
terra assediata, doveva parergli la man di Dio, senza 
più. 

Il castel Gavone, murato in alto, come ho già detto, 
a cavaliere del Borgo, su d’un contrafforte della roccia 
di Pertica, era un validissimo arnese che ai nemici 
non poteva neppur girare per la fantasia di pigliare 
d’assalto, almeno, fino a tanto non fossero padroni del 
Borgo e liberi di voltargli contro tutto lo sforzo delle 



— 202 — 

loro soldatesche e dei loro ingegni di guerra. Anche 
dopo esser venuti a stringer l’assedip del Finaro dalla 
parte deirAppennino, dovevano essi contentarsi di ve¬ 
dere da lungi quella mole solitaria e superba, poiché 
la roccia di Pertica, che si rizzava alle sue spalle, era 
inaccessibile ad un esercito ; e quanto poi allo iner¬ 
picarsi sul greppo del castello medesimo, per dare a 
questo una brava scalata, le necessità quotidiane del¬ 
l’assedio intorno alla città sottoposta, non ne concede¬ 
vano loro il tempo, nè il modo. 

E ciò senza mettere in conto che un assalto a quelle 
mura di granito, contro quelle torri di pietre sfac¬ 
cettate a punta di diamante, non sarebbe servito a 
nulla. Soltanto una sorpresa notturna avrebbe apprò- 
dato ; ma questa richiedeva intelligenze segrete, amici, 
o a dirla più veramente, traditori nel castello. 

Ora, da questo lato, il marchese Galeotto dormiva 
tranquillo i suoi sonni. E se non era che Santino 
da Riva, prigioniero dei finarini in castel Gavone , 
avesse fiutato nel Sangonetto una schiuma di ribaldo, 
se non era che Giacomo Pico, meditando del conti - 
tinuo vendetta, avesse dato facile ascolto alle sug¬ 
gestioni del sozio, e tutti poi avessero pigliato a pre¬ 
testo della loro perfìdia il malcontento di parecchi cit¬ 
tadini del Borgo, a cui pesava la lunghezza deir as¬ 
sedio, chi sa? il marchese Galeotto v avrebbe potuto 
ancor dire per mesi parecchi del suo dominio, ciò che 
disse'Enea della sua patria aDidone: 

Troiaque nunc starcs, Prìamique arx alta maneres ! 

Ma pur troppo il castel Gavone, che non doveva 
avere un Virgilio a cantare la sua misera fine, ebbe 



— 263 — 

in quella vece il suo Siuone, come Troia ; anzi peg¬ 
gio di Troia, poiché esso ebbe un Sinone domestico, 
non forastiero, a tradirlo. Vorrei qui proseguire il pa¬ 
rallelo, confrontando T Elena del Finaro a quell* altra 
dell’antichità ; ma oltre a non essere Virgilio, siccome 
ho già detto, e come tutti sapevano, prima della mia 
confessione, non sono neanche Plutarco (e’ci corre !) ; 
però, con quella discrezione, che dovrebb'essere la dote 
dei poveri ingegni, mi tiro in disparte e lascio ope¬ 
rare a lor posta i miei personaggi. 

Or dunque avvenne che l’accordo dei traditori con 
messer Pietro Fregoso fosse compiuto la mattina del 
5 febbraio, cioè a dire quando Giacomo Pico si diede 
prigioniero, in pegno di sicurezza, ai nemici. Il capi¬ 
tano generale credette allora che si potesse tentare 
l’impresa; e Giovanni di Trezzo accettò di condurla. 

Il Picchiasodo voleva pur dire qualcosa della fuga 
del Maso, che lo metteva in sospetto. Ma già, il dado 
era gittato, e pel solo dubbio che al castello fossero 
avvisati della trama, non si poteva mica rimandarne 
l’esito a più tarda occasiono. Del resto, ogni indugio 
non avrebbe fatto altro che 'peggiorare le sorti del¬ 
l’impresa. E poi, e poi, se il Maso aveva potuto co¬ 
gliere a volo qualche indizio e andarlo a rifischiare 
al castello, la colpa non era tutta di lui, Anseimo 
Campora, che, cedendo a un moto compassionevole della 
sua ruvida ma schietta indole soldatesca, aveva pi¬ 
gliato a proteggere quel mariuolo del Maso? La con¬ 
seguenza di questo ragionamento si fu che il Picchia¬ 
sodo non rifiatò de’suoi dubbi ad alcuno, ma che egli 
promise a sé stesso di partecipare ai pericoli di quella 
notturna sorpresa. 



— 264 — 

Ora, siccome il nostro bravo Campora solea mettere 
in tutte le cose sue poco intervallo tra il pensare ed 
il fare, a mala pena ebbe pigliata questa risoluzione, 
uscì dalla sua baracca per andarne a chieder licenza 
a messer Pietro, padron suo riverito. 

S’ aspettava qualche po' di contrasto ; ma, con sua 
gran meraviglia, non ci fu nulla. 

— Bravo ! — gli rispose il capitano generale. — 
Stavo appunto per mandarti a cercare e chiederti se 
volevi farmi compagnia. 

— Che? come? — farfugliò il Picchiasodo, inar¬ 
cando le ciglia. — Voi, magnifico messere? 

— Sì, io. Che ci trovi di strano? 

— Eh, mi sembra che ce ne sia la sua parte. Gli 
è un colpo ardito, quello che si tenta, con questi fur¬ 
fanti di tre cotte. E se ci andasse a male? Se quei 
di lassù stessero in guardia? Se fossero stati av¬ 
visati? 

— Baie ! Chi vuoi tu che li abbia avvisati ? E fosse 
pur vero, che vuoi tu che s’aspettino proprio stanotte 
da noi? E poi, vedi, Anseimo; chi non risica... Lo co¬ 
nosci, il proverbio? 

— Non rosica ; lo capisco ; — soggiunse il Pic¬ 
chiasodo, chinando la fronte. 

— Orbene, — proseguì messer Pietro, — ce n’ è 
anche un altro che fa al caso nostro. Dal farle tardi 
Cristo ti guardi ! Ora, questa s’ ha da far subito, o 
mai. Genovese aguzzo, piglialo caldo. — 

A queste parole il Picchiasodo non potè ritenersi 
dal ridere. 

— Scusate, messer Pietro ; — diss’ egli, con piglio 
di rispettosa dimestichezza; — siete tutto proverbi, 
«tasserà. 



— 265 — 

— Sì mio vecchio compare ; perchè il cuore mi pro¬ 
mette bene di questo negozio; perchè sono in vena 
d'allegria. Ah, credi tu che, dopo un anno di soprac- 
capi, di molestie d'ogni fatta , io non debba veder di 
buon occhio questa congiuntura propizia? E poiché la 
si profferisce a noi, e noi la cogliamo, non dovrei ve¬ 
nirci io in persona, all’impresa, per ispingerla avanti, 
se c'è modo di venirne a capo, per rimetterla in se¬ 
sto, se si fa un buco nell’acqua ? 

È vero ciò che dite ; — rispose il Picchiasodo; 
— ma dopo tutto, il vostro risico... 

— Che ! — sciamò messer Pietro , scuotendo alte-, 
ramente la testa. — Ci ho la mia stella. Non ti ram¬ 
menti di Gavi ? Eppure, se non me l’hai cantato e ri¬ 
cantato le mille volte : « messer Pierino, badate, noi 
« ci faremo impiccare come tanti assassini di strada! » 
Il che non toglieva, — soggiunse messer Pietro ri¬ 
dendo, — che in ogni occasione tu fossi il primo a 
seguirmi e negli scontri picchiassi più sodo degli al¬ 
tri, come non tolse che io fossi restituito alla patria, 
reintegrato in tutti gli onori della mia casa e fatto 
capitano generale della repubblica. Statti dunque di 
buon animo, Anseimo, mio vecchio compagno; il ferro 
che mi ha da colpire non è ancora entrato in ma¬ 
gona. — 

A intendere per suo verso Y allusione di messer 
Pietro Fregoso, bisognerà ricordare che egli, cinque 
anni addietro, essendo la sua fazione sbandeggiata da 
Genova ed eletto doge Raffaele Adorno, era stato di¬ 
chiarato ribelle contro la repubblica. E allora, ridot¬ 
tosi nella terra di Gavi, la quale aveva dianzi otte¬ 
nuta dal duca Filippo Maria Visconti, messer Pierino 



— 266 — 

(come lo chiamavano ancora, a cagione della sua gio¬ 
vinezza) radunò partigiani, corse il vicinato a sua po¬ 
sta, recando alla repubblica quante più molestie potò. 
Monsignor Giustiniani, che non lo ebbe in troppo buon 
concetto, narra di lui negli Annali che « essendo di 
« gran spirito e bisognoso di molte cose, quasi che 
« si mise alla strada e faceva de* mali assai. Tra i 
« quali, detenne cento venti some di mercanzia di 

< gran valuta, che mulattieri portavano in Francia ; 

< e fra 1*altre cose vi erano alquante arme per la 

< persona del Rè. Del qual fatto il duce Raffaello si 
« risentì assai e ne scrisse lettera a Sua Maestà ». 

La qual cosa, m'affretto a dirlo, non tolse che fosse 
un compito cavalliere, e che, il 3-di febbraio del 1447, 
tornata la fazione Fregosa al governo della repubblica 
nella persona di Giano, messer Pietro fosse restituito 
alla patria e fatto capitano generale della città, indi 
deputato all'impresa del Finaro, e da ultimo eletto 
doge a sua volta. 

Ma non ci dilunghiamo dal nostro argomento. La 
notte è calata, notte buia e fredda, siccome si è detto, 
e gravida di tempesta. Giovanni di Trezzo e i suoi 
trecento fanti escono silenziosi dal battifolle di Per¬ 
tica, sfilano leggieri a guisa di ombre davanti a quel 
pozzo, in cui, la mattina di quel medesimo giorno, 
aveva pigliato un bagno freddo il povero Falamonica. 
Spartiti in dieci bandiere, ognuna delle quali con¬ 
stava di trenta uomini, cioè a dire dieci balestre, 
dieci picche e dieci pavesi, i soldati di Don Giovanni 
di Trezzo (la dominazione aragonese nel reame di Na¬ 
poli aveva già sparso l'uso del titolo di Don nella mag¬ 
gior parte dei condottieri italiani) si avviarono per 



— 267 — 

l'erta, seguendo il sentiero indicato loro da Giacomo 
Pico e da Tommaso Sangonetto. Il quale, a dir vero, 
non ci andava di buone gambe; ma oramai, volere o 
volare, bisognava uscirne con manco disdoro e non 
esser nemmeno degli ultimi sulle mura, poiché il Bar¬ 
dinetto gli aveva promesso la sua parte di preda ! 
Tommaso Sangonetto se ne sentiva già correre T ac¬ 
quolina alla bocca. 

Il vento, che scendeva impetuoso dalle gole dei 
monti, cogliendo di fianco i notturni viandanti, non 
consentiva loro di correre così spediti come avrebbe 
desiderato messer Pietro ; il quale venia dietro alle 
schiere, col Campora a lato, e tutto chiuso nel suo 
mantello, per non dar nell'occhio ai soldati, che do¬ 
vevano vederlo soltanto ove ciò fosse stato mestieri. 
Per altro, se il vento rallentava il corso della gente, 
toglieva altresì che si potesse dall' alto udire il ru¬ 
more dei passi e lo strepito delle armature. 

Le prime ordinanze giunsero per tal guisa sotto alla 
beltresca che comandava il sentiero, deludendo la vi¬ 
gilanza del soldato di guardia, il quale fu colto nel 
suo aereo covo, prima che avesse potuto dare ai lon¬ 
tani compagni il grido di sveglia. 

Povero Maso! Imperocché gli era lui, proprio lui, 
piantato là, come Olimpia sullo scoglio, dal suo vec¬ 
chio principale. Mastro Bernardo, tutto all' incarico 
che gli aveva commesso la sua bella nipote , non¬ 
ché andarlo a rilevare, non si era più ricordato di lui. 

— Povero a me ! — disse il Maso in cor suo. 

E crebbe la sua giusta paura, allorquando, dietro a 
quélla lunga processione di ombre che gli sfilava da 
vicino, gli parve di udire la voce del Campora, che 
sollecitava i più tardi. 



- 268 — 

— Son fritto ! — soggiunse egli, a mo' di conchiu- 
sione, mentre- due di quei manigoldi lo veniano le¬ 
gando per bene, come già avevano fatto tre giorni 
addietro il Tanaglino e il Vernazza. 

La masnada frattanto si accostava con passo guar¬ 
dingo alle mura. Nessun rumore, nessun filo di luce, 
davano indizio di vigilanza nel castello. Don Giovanni 
di Trezzo incominciava a meravigliarsi della fortuna, 
che gli faceva guadagnare così agevolmente un pre¬ 
mio di trecento scudi d’ oro del sole, a lui promesso 
dal capitano generale se avesse condotta a buon fine 
l’impresa. 

Il castel Gavone, lo rammenteranno i lettori, era 
munito di fosso da due lati soltanto, cioè da fronte e 
da tergo, dove perciò era, stagliata ad arte la cresta 
del monte ; laddove i fianchi, perché fondati a scarpa 
sul masso e abbastanza forti di lor natnra, non ave¬ 
vano alcuna di simiglianti difese. 

Ad uno di questi fianchi, quello che guarda a le¬ 
vante, i soldati genovesi accostarono le scale. Giacomo 
Pico fu il primo ad appoggiarne una contro il da¬ 
vanzale di una finestra che metteva al secondo pia¬ 
nerottolo dello scalone interno. 

— Che fai? — gli domandò il Sangonetto all'orec- 
chio. — La finestra è chiusa, e a romperla daremo 
la sveglia. 

— No; — rispose l’amico; — lascia fare. La notte 
scorsa ho tagliato una lista di piombo nella intela¬ 
iatura dei vetri. — 

Poscia, voltandosi verso Giovanni di Trezzo, che gli 
stava sempre alle costole, soggiunse : 

— Voi, messere, dovreste mandare una parte dei 



— 269 — 

vostri uomini alle spalle del castello, là, dietro la torre 
della Polvere. Io stesso, appena entrato , andrò ad 
aprir loro la postierla. 

— Sì, sì, non dubitate, compare! — gli rispose 
Giovanni di Trczzo. — Io salirò con voi e v’ accom¬ 
pagnerò io stesso alla porta. Ma prima di tutto, aspet¬ 
tate ; vo’ fare un po’ di rumore. 

— Perchè ? 

— Il perché ve lo dico subito. A Venezia, dove ho 
servito qualche anno, ci ho imparato una gran mas¬ 
sima, che credo 1* abbiano trovata in Grecia, nella 
tomba dei sette Sapienti. « Da chi mi fido mi guardi 
Iddio ; da chi non mi fido mi guarderò io. » Ora, ve¬ 
dete, messer Pico; io non vo'dar molestie a nostro 
Signore, e non mi fido mai di nessuno. — 

Così dicendo, Y astuto condottiero col pomo della 
spada venia battendo sui muri del castello. Nessun 
rumore di dentro accennò che il suono dell’arme fosse 
stato udito dagli abitatori del luogo. Del resto, a quel - 
Torà , nuli’altro si sarebbe potuto udire che il mug¬ 
ghio continuo del vento nelle gole e il baturlo del 
tuono sulle montagne vicine. 

— Sta bene ; ed ora insegnatemi la strada ; — disse 
Giovanni di Trezzo. 

Il Bardineto ascese prontamente la scala ; Gio¬ 
vanni, presa la spada tra i denti, gli venne allo cal¬ 
cagna. 

Frattanto un’altra scala era rizzata poco lunge da 
Tommaso Sangonetto. I suoi capi poggiavano sul da¬ 
vanzale di una finestra, che Giacomo Pico doveva 
aprirgli, a mala pena entrato nel castello. 

L’ascensione fu compiuta senza ostacoli. Dietro al 



— 270 — 

Bardineto e a Giovanni di Trezzo s* erano inerpicati 
quattordici soldati. Poco stante si udì un lieve scric¬ 
chiolio. Giacomo Pico aveva potuto, mercè la sua pre¬ 
cauzione della notte antecedente, togliere una lastra 
di vetro dai margini di piombo e giungere colla mano 
al paletto. L’imposta girò lenta sui cardini, e il Bar¬ 
dineto e Giovanni di Trezzo, afferrando il davanzale, 
sparivano prontamente nel vano. I quattordici soldati 
che li seguivano su per la scala, ad uno ^d uno, le¬ 
sti come scoiattoli, guizzarono dentro. 

Il medesimo avvenne dei loro compagni che erano 
sull'altra scala, poiché il Bardineto ebbd aperta la 
finestra all’amico. E tutto questo in brevissimo spa¬ 
zio di tempo, senza strepito, o con pochissimo, che il 
vento non lasciò giungere lino alla sala di guardia ; 
la quale era sulla fronte del castello , tra la saraci¬ 
nesca e il ponte levatoio, secondo il costume d'allora. 

Messer Pietro mandò allora una parte degli uomini 
rasente il muro, fin dietro alla torre della polvere, 
in agguato alla postierla che doveva esser loro aperta 
da Giacomo Pico. 

Ogni cosa procedette a seconda. Ma se non si aveva 
ad udire lo strepito di fuori, ben si ebbe ad udirlo 
quando fu dentro le mura e pe’ corridoi del castello. E fu 
appunto il saltar degli uomini dal davanzale della 
finestra sul pianerottolo e il loro spandersi su e giù 
per le scale, che dié nell’orecchio alle due donne su 
in alto. 

Lo strano rumore fu udito altresì in una camera 
appartata del primo piano, dov’ era il più ragguarde¬ 
vole abitatore del castello e il più interessato in quella 
bisogna, poiché il colpo degli assalitori notturni era 
rivolto contro di lui. 



— 271 — 

Il marchese Galeotto si era da forse un'ora ridotto 
nelle sue stanze, per prendere un po’ di riposo da 
tante fatiche e sopraccapi del giorno. Madonna Ban- 
nina, la fida compagna della sua giovinezza, ancora 
travagliata dalla sua ferita , dormiva accanto a lui 
d'un sonno leggiero, come soglion le donne e gl’in- 
fermi. In una cameretta poco lunge da essi, riposava 
lo scudiero del* marchese e suo consanguineo , Anto¬ 
nio Porro, giovine robusto e valente, che molto amava 
Galeotto e in cui questi a ragione riponeva ogni fede. 

Era triste in quell’ora, il marchese Galeotto, e i neri 
presentimenti, di cui aveva pur dianzi toccato ma¬ 
donna Nicolosina alla Gilda, gli giravano per la fan¬ 
tasia, disviandogli il sonno. Sopra tutto, e qon una 
pertinacia di cui non poteva farsi ragione, gli torna¬ 
vano in mente le parole della vecchia di Savona. Gia¬ 
como traditore? Giacomo, il suo antico scudiero, cre¬ 
sciuto al suo fianco, il suo compagno d’armi, il suo 
salvatore, tradirlo? e perchè? Come poi ravviso sa¬ 
lutare doveva egli venirgli così da lontano? Certo, 
taluno a cui sapea male di quella sua fede in un sem¬ 
plice vassallo, non osando assalirlo da vicino e di 
fronte, aveva soffiata quella calunnia negli orccclii 
alla vecchia pazza ; éd ella, pur di parere illuminata da 
uno spirito, era corsa a recargli la malaugurata no¬ 
vella. E in mal punto, davvero; poiché Giacomo Pico, 
l'uomo contro cui si muovevano così nefandi sospetti, 
quel medesimo giorno, in servizio del suo signore, 
combattendo da valoroso, era caduto nelle insidio ne¬ 
miche. 

Questo diceva la fede, dall' animo di Galeotto. Ep¬ 
pure, bisbigliava il dubbio, eppure.... 



— 272 — 

In quel mentre gli venne udito un insolito rumore, 
come d'uomini che cautamente, ma senza poter spe¬ 
gnere affatto il suono dei passi e il tintinnio delle 
armi, battessero de'piedi sull'impiantito d'un corri¬ 
doio lontano. 

Si rizzò tosto fuor delle coltri e stette coirorecchio 
teso in ascolto. Quello strepito continuava, anzi venia 
sempre crescendo ; laonde egli fu pronto a balzare da 
letto, per correre alla volta deguscio. 

Madonna Bannina si svegliò in soprassalto. 

— Che é? — dimandò ella sbigottita, vedendo in 
quell'ansia il marito. 

— Bannina mia, siamo traditi 1 — gridò egli, con 
voce tremante dallo sdegno. 

E uscito dalle sue stanze, s’imbattè in Antonio Porro, 
il quale, non avendo ancora potuto pigliar sonno, 
stava al pari di lui in ascolto sull’uscio della sua ca¬ 
mera. 

Antonio vide il marchese, e i loro occhi si ricam¬ 
biarono i comuni sospetti. 

— Il nemico ? — chiese Galeotto sommessamente ad 
Antonio. 

— Chetatevi, mio signore! Vado a vedere. 

— No, no ! Ti faresti ammazzare senza alcun frutto. 
Non senti? Son già nella gran sala. — 

Antonio, che già era persuaso della inutilità del¬ 
l'andare, e soltanto si era profferta per divozione al 
marchese, si affrettò a sbarrare la porta. 

— Fuggite, dunque, messere! fuggite! — diceva 
egli frattanto. 

— Fuggire? e come? e lascierò i miei.... la mia 
casa? 



— 273 — 

— Provvedete alla salvezza vostra, Galeotto ! — disse 
madonna Bannina, che lo aveva seguito. — Voi li¬ 
bero, niente é perduto. Accogliete il consiglio di An¬ 
tonio e la mia preghiera. — 

Il marchese non sapeva risolversi. Darla vinta del 
tutto ai traditori gli cuoceva ; cadere in balìa dei ge¬ 
novesi gli parea troppo grande vergogna. E in tal 
contrasto esitava. 

— Orsù, egli non c'è tempo da perdere; — disse 
Antonio Porro. — Madonna , vi prego, annodate lo 
lenzuola del letto, il copertoio, quanto vi capita alle 
mani. Io faccio la via. — 

E si volse alla finestra dell’anticamera di Galeotto, 
nella quale si erano in quel trambusto ridotti. Una 
inferriata diritta ne chiudeva il vano. Antonio Porro 
afferrò le spranghe e le scosse con tutto il vigore de* 
suoi polsi d’acciaio. Traballarono quelle; ma Antonio, 
dalla resistenza che avevano fatta, giudicò che troppi 
scrolli sarebbero bisognati a schiantarle, e in quelle 
strette ogni istante era prezioso, per la salvezza dei 
suo signore. 

Perciò, mentre Galeotto lo venia guardando an¬ 
sioso, e madonna Bannina colla sollecitudine dell’af¬ 
fetto e dalla paura stava annodando i pannilini della 
sua camera a foggia di corda, Antonio Porro si trasse 
indietro alcuni passi, raccolse le membra , strinse le 
pugna sul petto, e veloce, impetuoso, come un brac¬ 
cio di catapulta, si scagliò contro l’inferriata con tutto 
l’urto delle sue spalle poderose. 

Le sbarre percosse si piegarono in fuori, segno elio 
parecchi dei capi si erano smossi dai loro alveoli di 
piombo. Un nuovo urto, non meno poderoso del pri- 


Bamum. Castel Canone. 


18 



— 274 — 

mo, svelse a dirittura una parte dell* inferriata dal 
suo stipite di pietra. 

Intanto nelle mura del castello il frastuono cre¬ 
sceva. I soldati di guardia, udito il rumore degl* in¬ 
vadenti nemici, erano accorsi a difesa, e per le scale, 
pe’ corridoi, dovunque gli uni negli altri s* imbatte¬ 
vano, era una pugna cieca e feroce. 

Antonio legò saldamente un capo delle lenzuola ad 
un tronco di sbarra, che era rimasto infìtto nel da¬ 
vanzale, e senza far motto indicò la via di salvezza 
al padrone. 

— Mio buon Antonio ! — esclamò il marchese, con 
piglio amorevole. 

— Andate, messere, andate! 

— Raccomando alle tue cure la mia povera mo¬ 
glie ! — soggiunse Galeotto, colle lagrime agli occhi. 

E stretta al seno la fedele compagna della sua vita, 
o baciatala in fronte, si spiccò dalla camera, per rac¬ 
comandarsi a quel fragile sostegno , che dovea porlo 
in salvo a’pié delle mura. 

— Corro al Borgo ! — diss'egli, nell'atto di scaval¬ 
car la finestra. 

— No, messere, non lo fate ! — gridò Antonio 
Porro. — Chi vi assicura che il Borgo non sia già 
caduto in potere dei nemici? Prendete la via dei 
monti; correte a San Giacomo. 

— Addio dunque, Bannina ! — ripigliò Galeotto. 
— Ma no, a rivederci, tra breve , in Millesimo, se 
mi sarà dato di giungere fin là. A te il capitano dei 
genovesi concederà prontamente il riscatto , che non 
vorrà infellonire contro una donna. — 

Ciò detto, si aggrappò alla fune e si commise nel 
vuoto. 



. — 275 — 

La discesa fu agevole e sicura fino a due terzi dello 
spazio che gli bisognava percorrere. Ma giunto a poca 
distanza da terra, o perchè uno di que’ pannilini non 
fosse saldamente annodato, o perchè la bontà del tes¬ 
suto non soccorresse, la fune si ruppe, e il marchese 
Galeotto percosse delle membra sui sassi, lacerandosi 
le piante, il petto e le braccia, con cui aveva tentato 
di schermirsi nel buio. 

Madonna Bannina, che si era fatta al davanzale per 
cogliere 1* ultimo saluto dei fuggente, udì in quella 
vece il tonfo ed un gemito. 

— Vergine santa! egli si è ferito! — gridò lano- 
bil donna raccapricciando. — Antonio, per carità, soc¬ 
corretelo ; andate con lui. Io già non ho mestieri di 
nulla; — soggiunse, come per indurlo più facilmente 
a quel passo. — I nemici verranno; che importa ora¬ 
mai ? Sono una povera vecchia e non ho niente a te¬ 
mere per me. Andate , Antonio , vi supplico ; egli ha 
bisogno d'aiuto. 

Il giovine, che l’aveva intesa alle prime, s’ inchinò 
senza dir verbo, e d* un salto fu sul davanzale. .Poco 
stante, facendo gran forza di braccia, si calò fino al¬ 
l’ultimo lembo del suó aereo sostegno. 

— Messere, — dimandò egli a bassa voce, — ove 
siete ? 

— Son qua, buon Antonio. Hai voluto scendere an¬ 
che tu? Pon’ mente; s’è strappata la fune. 

— Lo so. A che altezza da terra? 

— Cinque, o sei braccia, mi pare. Ma bada a te; 
non ti gittar troppo in fuori, che potresti ruzzolare 
dai greppi. 

Non dubitate ; conosco il terreno. — 



— 276 — 

E pigliando le sue misure così a occhio e croce, 
l’animoso scudiero spiccò il salto dalla parte opposta 
a quella donde aveva udito la voce del suo signore. 

Agile e forte com’era, fu a terra senza farsi alcun 
male, e corse tosto in aiuto del marchese. 

— Orbene? — gridò ansiosa madonna Bannina dal 
davanzale. 

— State di buon animo, madonna. Qualche scalfit¬ 
tura, a cagione degli sterpi, e nient’altro. 

— Ah, sia lodato il Signore ! Andate dunque. Essi 
giungono. — 

E toltasi dalla finestra , la nobil donna corse nella 
sua camera, dove stette in attesa. 

Frattanto i nemici, giunti al l’appartamento del mar¬ 
chese, tempestavano 1’ uscio di colpi. A breve andare 
le imposte volarono in pezzi, fu rotta la sbarra che 
ci avea posta a ritegno lo scudiero, e Giovanni di 
Trezzo fu il primo a dar dentro, colla spada sguainata. 
Dietro a lui una frotta di uomini, le cui facce ira¬ 
conde e le armi erano sinistramente illuminate dalla 
torbida fiamma di alcune torce a pugno, intrise di 
pece. 

Giunto che fu nella camera-, e veduta la marche¬ 
sana del Carretto, che si alzava, con piglio austero 
dal suo seggiolone per muovergli incontro, Giovanni 
di Trezzo si fermò sui due piedi, tolse la spada nella 
mano manca sotto l’impugnatura, e, mentre inchinava 
la fronte, stese la mano in atto di cortese saluto. 

La marchesa rispose con un cenno del capo. 

— Che chiedete, messere ? — diss’ella poscia, con 
accento tranquillo. 

— Potete argomentarlo, illustre signora ; —rispose 



— 277 — 

Giovanni di Trezzo. — Chiediamo del magnifico mar¬ 
chese Galeotto del Carretto, già signore del Finaro. 

— Egli lo è sempre per diritto ereditario de* suoi 
maggiori ; — replicò ella nobilmente. 

— Non piatirò di titoli con voi. Son uomo di spada, 
non già di toga. So che il castello Gavone per opera 
mia appartiene ora alla repubblica genovese, e cerco 
il marchese Galeotto per condurlo prigione, com'egli 
terrebbe me, se la fortuna delle armi non mi avesse 
assistito. Del resto, non temete, madonna; siamcava¬ 
lieri e ai prigioni e alle dame non sarà torto un 
capello. 

— Yi credo, e commetto alla vostra lealtà di sol¬ 
dato tante povere donne che sono in vostra balìa. Il 
marchese Galeotto non è nel castello; statevi pago, 
messere, di aver prigione sua moglie. — 

Giovanni di Trezzo, che sapea far queste cose per 
bene, s’inchinò profondamente e non aggiunse parola. 
Per altro, egli non poteva capacitarsi di non aver tro¬ 
vato il marchese nelle sue stanze. Lo scompiglio che 
si vedeva per la camera, gli dava sospetto bensì d'una 
fuga; ma da dove poteva esser fuggito il nemico? 

Uno de’ suoi soldati, tornando dall’ anticamera, gli 
disse dell’ inferriata rotta e delle lenzuola ancora so¬ 
spese al davanzale. 

— Ah, ah ! — sciamò egli. — Il merlo è volato 
via. Ma la gabbia è nostra ; questo è l’essenziale. — 

E pensava, così dicendo, ai trecento scudi d'oro del 
sole che gli fruttava l’impresa. 

Un alto fragore di combàttenti, dall’altra parte del 
castello, venne in quel punto a rompergli il filo delle 
sue meditazioni e a distoglierlo altresì dal pensiero 
di mandar gente sull’orme del fuggitivo. 



— 278 — 

Che c’era egli di nuovo? Laggiù si picchiavano di 
santa ragione. Ma d’onde erano sbucati i nemici? San 
San Giorgio e Carretto ! San Giorgio e Fregoso ! Eran 
queste le grida che cozzavano insieme, come le mazze 
e le spade, facendo un chiasso indiavolato. 

— Vi pigli un canchero ! — brontolò Giovanni di 
Trezzo. — Il premio sarebbe ancora in sospeso?... — 

E lasciata la marchesana del Carretto in custodia 
a due uomini, corse colla sua gente dall’altra parte 
del castello, donde gli era giunto all’orecchio il fra- 
gor della pugna. 



— 279 — 


CAPITOLO XV. 

Qui si racoonta delle valentie di due sozì, 
ì quali non erano Teseo e Firitoo. 


Non credano i lettori benevoli che l’autore, avendo 
nel capitolo precedente chiamata madonna Nicolosina 
l’Elena di Castel Gavone, voglia venire in quest’altro 
a nuovi riscontri mitologici. Egli ha per contro già, 
confessato nel titolo che i due sozi di cui parlerà non 
erano da mettersi a paragone con Teseo e Piritoo, 
que’ due famosi rapitori di donne. 

Compagni di ventura, il principe d’Atene e il re dei 
Lapiti, rubarono Elena, ancor tenerella di età, la quale 
toccò in sorte al primo di loro; e il patto essendo 
corso tra i due che il perdente fosse dal vincitore aiutata 
a trovarsene un’altra, ne conseguì che Teseo accom¬ 
pagnasse l’amico di là d’Acheronte, per dargli mano 
al ratto di Proserpina ; il secondo, e credo anche YuU 
timo, attentato amoroso, di cui fosse fatta argomento 
quella povera dea. Il primo, se ben ricordate, fu com¬ 
messo da Plutone, che poi consacrò la sua marachella 
con un bravo matrimonio e con un permesso alla mo^ 
glie di andare in campagna da sua madre per sei 
mesi d’ogni anno. 

Or dunque, s’avviarono i due amici aU’impresa, ma 


» 



— 280 — 

senza aver fatto i conti con Cerbero. Il quale avven¬ 
tatosi alla gola di Piritoo, lo strangolò senza mise¬ 
ricordia, dando tempo a Plutone di mettersi in arme 
e di far prigione il compare, che fu, anni dopo, libe¬ 
rato a stento da Ercole. 

Ognun vede che questi non sono riscontri da farsi 
con Tommaso Sangonetto e con Giacomo Pico. L'an¬ 
tichità riverente ci ha fatto due eroi di Teseo e di 
Piritoo, forse perdonando, in ricompensa di più nobili 
imprese, queste ed altre loro scappatelle di gioventù ; 
laddove i nostri due sozi, non che di lode, non sono 
pur degni di scusa, Epperò si ha da credere, se non 
c’è sotto un qualche artifizio acconcio a predisporre 
l'animo dei lettori, che i nomi de* due antichissimi 
eroi siano tirati in ballo per mostrare in che razza 
di dottrina è ferrato a diaccio l'autore di questo rac¬ 
conto, oramai presso al suo termine. 

E per non indugiarci più oltre, facciamo ritorno 
alle due donne, rimaste cosi sbigottite al primo indi¬ 
zio della scalata e dello spandersi dei nemici entro le 
mura del castello Gavone. Vedremo più tardi Don 
Giovanni di Trezzo e sapremo che diavol fosse quei¬ 
raltro tafferuglio che lo faceva accorrere con tanta 
fretta verso le scale. 

Madonna Nicolosina, fortemente turbata, era corsa 
a rifugio nella cameretta di Gilda. Modesta e linda 
cameretta, già così lieta dimora di colei che chiama¬ 
vano la più bella ragazza del Finaro, dopo la figliuola 
del marchese, che era per le grazie della persona e 
per l'altezza dei natali celebrata bellissima ! Pochi e 
Semplici in quel breve spazio gli arredi; un forziere 
di noce intagliato a rabeschi, nel quale la fanciulla 



— 281 — 

custodiva le cose sue; una scranna, uno specchio alla 
parete, una lampada sospesa, un letticciuolo, un ingi¬ 
nocchiatoio, su cui stava un picciol vaso di maiolica, 
con entro un mazzolino di fiori, davanti ad un trit¬ 
tico d’avorio, nella cui tavoletta di mezzo era dipinta 
la Vergine, e sulle altre due santa Caterina e san 
Biagio, patroni del Borgo. Una volta (e non era corso 
gran tempo) ia quel vaso erano i fiori freschi ogni dì, 
anche nel cuor deirinverno ; chè ogni stagione, in que¬ 
sti lidi benedetti dal cielo, ne porta. Ma, da parecchio 
settimane, quel culto gentile era stato posto in oblìo, 
nè più i fiori erano stati cambiati dinanzi alle imma¬ 
gini dei santi. Sfioriva nel rimorso e nei dubbio la 
povera Gilda; diseccavano i vecchi fiori dimenticati 
nel vaso. 

Il primo pensiero di Nicolosina fu di aprir la fine¬ 
stra e di spenzolare allo ingiù In lunga e salda appic¬ 
catura di lenzuola che avea preparata la Gilda. Il 
vento soffiava e i suoi buffi gelati entravano pel vano 
della finestra, facendo tremolare la fiamma nella lam¬ 
pada sospesa. Ma ella non se ne addiede, chè in quello 
stremo d'angoscia niente più poteva ferirla. Gridò, 
chiamando i fìnarini, che dovevano essere in quell'ora 
appiattati nella macchia delle roveri: ma, o non l'u¬ 
dissero costoro, o ancora non fossero giunti, o la voce 
loro non vincesse le folate del vento, la povera Ni¬ 
colosina non ottenne risposta al suo grido. 

Incominciò allora a tremare. Il fragore dei nemici 
cresceva nel piano inferiore del castello. Già saliano 
le scale. Non parevano molti ; erano due al più, i primi 
’ accorrenti ; ma uno solo bastava ad atterrirla , a ge¬ 
larle il sangue nelle vene. La misera donna già si 



— 282 — 

vedeva dinanzi l’immagine di Giacomo Pico, del suo 
fiero amatore, non più ginocchioni, in atto suppliche¬ 
vole, bensì ritto e minaccióso su lei, prostrata, ab¬ 
bandonata, senza schermo e senza forza, a'suoi piedi. 

Quella orrenda visione la comprese di spavento inef¬ 
fabile. Entrando nella camera , aveva chiuso l’uscio 
dietro di $ó. Ma questa difesa non poteva bastarle. 
Nicolosina corse allora a gittarsi sull’inginocchiatoio, 
e là, a mani giunte, lagrimosa, con rotti accenti, pregò, 
supplicò la vergine Maria, tutti i santi del paradiso, 
per suo padre, per sua madre, per sè. Pur troppo non 
era da aspettarsi più nulla dagli uomini ; se una spe¬ 
ranza di salute restava, questa non le appariva più 
che dal cielo. 

Un passo concitato risuonò allora nel corridoio. 11 
nemico procedeva nelle tenebre, ma pronto e sicuro, 
come uomo che conosceva la via. Non era un geno¬ 
vese, di certo; lui, dunque, lui ? La povera donna levò 
le braccia verso l’immagine di Maria ; raccomandò, 
non più la sua vita, l’onor suo, a quella donna che in 
suo vivente aveva tanto sofferto. Se Dio accoglie la 
preghiera, sotto qualunque nome gli sia rivolta da 
creature infelici, per fermo doveva udir quella. 

Ma invano ella pregava. Un urto poderoso schiantò 
il serrarne che riteneva l’uscio alla parete. Il vento che 
s’ingolfò nella camera avverti la povera donna che 
ogni sua speranza era perduta e che il nemico era 
giunto là dentro. 

— Ah, ah ! — disse una voce sarcastica. — La co¬ 
lombella s’è chiusa nel nido? — 

Nicolosina fremette, si aggrappò colle mani e coi 
gomiti all'inginocchiatoio, come un naufrago alla sua 
tavola di salvezza. 



— 283 — 

— Per altro, — soggiunse la voce, che non era 
quella di Giacomo Pico, — meglio era chiuder la fi¬ 
nestra che l’uscio. Con questo freddo morrebbe a ghiado 
l'amore, che pure ò tutto di fiamma. — 

E Tommaso Sangonetto (che era lui il nuovo ve¬ 
nuto , come avranno già indovinato i lettori) andò 
verso la finestra, per richiuder le imposte. 

— Ohè ! che novità son queste ? — prosegui, ve¬ 
dendo il nodo delle lenzuola raccomandato al colon¬ 
nino che partiva la finestra. — Si lavorava a tirare il 
ganzo quassù ? Ma bene 1 Questa non me l'avrei aspet¬ 
tata. Del resto, per gl'innamorati voglion essere scale 
di seta, o nulla. Stia al fresco, il babbione! Chi tardi 
arriva, male alloggia. — 

Così dicendo, Tommaso Sangonetto, che non pen¬ 
sava una parola di quel che diceva, e bene aveva in¬ 
dovinato perchè ci fosse quella scala posticcia sul da¬ 
vanzale, spiccò il nodo e gittò le lenzuola al vento; 
indi richiuse le imposte. 

— Ah ; bene così ! — ripigliò. — La lampada non 
darà più i tratti dell’ impiccato. E adesso, vi volge¬ 
rete-da questa banda, bella schifa '1 poco, donna sgar¬ 
giante, anima dell'anima mia. 

— Tommaso Sangonetto, — interruppe Nicolosina, 
balzando in piedi, tutta fiammeggiante di vergogna e 
di collera, — rispettate la figlia del vostro signore ! — 

A quella vista inaspettata, il Sangonetto diede un 
sobbalzo, che lo ricondusse tre passi indietro, nella 
strombatura della finestra, da cui si era mosso pur 
dianzi. Madonna Nicolosina! madonna Nicolosina là 
dentro l che voleva dir ciò? 0 non era quella la ca¬ 
mera della Gilda ? quella stessa camera in cui era ve- 



— 284 — 

nuto la prima volta a portarle la nuova del duello o 
della ferita di Giacomo, e a sfrombolarle in pari tempo 
la sua prima dichiarazione d'amore, accolta da lei con 
tanto sussiego ? 

Senonchè, Tommaso Sangonetto non era uomo da 
perdersi d* animo davanti ad una donna, nò per una 
sostituzione di donna. Pensò brevemente, com'era con¬ 
sentito dall' urgenza dei casi, e disse tra sè : vedi, 
Tommaso ; o viene Giacomo, che s'è accorto del tiro, 
e noi si cambia posto; o non viene.... e allora , che 
ci posso far io ? — 

Questo dilemma gli messe Tanimo in pace. Quanto 
alla dignità di Nicolosina, e a'suoi alti natali, se ne 
rideva quel poco ! Ci aveva in corpo un fiasco di vino, 
die doveva dargli coraggio come soldato, e lì per lì 
se ne trovava d'avanzo. 

— Oh, scusate, madonna! — aveva detto a tutta 
prima, nel colmo dello stupore. — Credevo... non mi 
potevo immaginare... 

Ma presto s'era rimesso in sella. Quel suo dilemma 
ne faceva testimonianza. 

— In fede mia, — soggiunse, dopo un momento di 
sosta e facendo bocca da ridere, — qui c'è uno scam¬ 
bio. Non me ne lagno, perdinci, non me ne lagno. 
Direi anzi che ci guadagno un tanto, mia bella con¬ 
tessa. 

Nicolosina si ritrasse indietro due passi. Gli occhi 
luccicanti di* quell'uomo le faceano paura. — Sentite, 
madonna ; — ripigliò il Sangonetto, che aveva no¬ 
tato quell'atto di ribrezzo. — Facciamoci a parlar 
chiaro. Per dare indietro che facciate, non uscirete di 
qui. Ancora due passi e vi troverete al muro. Non 



— 285 — 

vi schermite dunque inutilmente; non guastate in vani 
contorcimenti la vostra serena bellezza. 

— Mio Dio! mio Dio! — mormorò la povera Ni- 
colosina, giungendo le palme sul seno e levando al 
cielo uno sguardo atterrito. 

— Siete bella, — proseguì il Sangonetto — molto 
bella, troppo bella, ve lo dico io, che me ne intendo, 
e, da ventanni in qua, non fo che studiare di questa 
importante materia. Non vi aspettavate la mia visita, 

10 so; ma fuggivate quella d’ un altro. Vi basti di 
averla causata e di averci, non fo per dire, guada¬ 
gnato nel cambio. La Nena di Verezzi, che ci ha, 
senza farvi torto, il primo paio d*occhi di tutto il 
paese, dice che io sono il più bell* uomo del Finaro. 
Ah, ah! che ne dite? Non ha buon gusto la Nena? — 

La misera donna fremeva di paura e di orrore in¬ 
sieme, a vedersi quel ceffo dinanzi e a doverne udire 
le sconcio parole. Per fermo egli era preso dal vino. 
L'alito impuro dallo stravizzo le offendeva le nari. 

Por altro, e non era forse a vedersi in cotesto un 
aiuto del cielo? che non avrebbe ardito prima d*allora 

11 ribaldo, se i fumi del vipo bevuto non gli avessero 
offuscato il cervello? A questo pensiero un fìl di spe¬ 
ranza le belenò nella mente, e, vincendo il racca¬ 
priccio ond* era tutta compresa, tentò, col dargli ri¬ 
sposta, di guadagnar tempo su lui. 

— Badate; — diss* ella. — Siam vittime di un 
tradimento e la vittoria di un istante vi accieca. Ma 
i vostri concittadini, più fedeli di voi al loro signore 
non tarderanno a giunger quassù. Non aggravate la 
vostra colpa, Tommaso Sangonetto. Siete un ribelle; 
non diventate un infame. Io stessa chiederò la vostra 



— 286 — 

grazia a mio padre, e T otterrò; ma uscite; uscite, se 
vi è cara la vita. 

— Ah, ah! bene, in fede mia, questo è parlar da 
padrona! — replicò il Sangonetto, ghignando. — La 
mia grazia! Voi mi vendete il sol di luglio, mia bella 
ritrosa. La vostra mi preme, o l'avrò, per amore, o 
per forza; m'intendete? operamore o per forza! Do 
la mia parte di paradiso per voi. Siete mia, per dritto 
di guerra; non vi pensate di sfuggire la taglia. Vi par 
dura? Avete il torto. Un po'per uno a comandare ; questa 
è l'uguaglianza. Eravamo noi i vassalli, noi i cen- 
suarii, soggetti a tributo, noi le mani morte, ta- 
glieggiabili a misericordia. Ora tutto è cangiato. Non 
ci son più signori. Repubblica, mi capite ? Comanda 
la repubblica di Genova e noi siamo i suoi manda¬ 
tari, ci vendichiamo , occhio per occhio e dente per 
dente. Vi siete' goduti per secoli e secoli ogni ma¬ 
niera di privilegi e diritti ; parecchi di questi, assai 
ghiotti pe’vostri padri e mariti. Vivaddio, ne useremo 
un po’noi... E non c’è strilli che tengano! — 

Nicolosina trovò nelle sue braccia una forza di cui 
in ogni altra occasione non si sarebbe creduta capace. 
Tanto può in gentil nuore l’alterezza offesa e il ri¬ 
brezzo che un tocco d’impure mani gl’inspira. E non 
pure si sciolse da quel braccio che aveva ardito po¬ 
sarsi su lei, ma colla veemenza d’un assalto improv¬ 
viso fé’ dare indietro e barcollare un tratto l’insolente 
ribaldo. 

— Ah sì? — sciamò egli, facendosi pavonazzo dalla 
rabbia o fischiando le parole come un serpente il suo 
verso. — Dobbiam fare la guerra? Facciamola! Tu 
cederai, smancerosa, ingannatrice lusinghiera, doves- 



— 287 — 

s’io romperti le braccia, come rompo questa lampada 
che mi dà noia. — 

E gli atti seguendo la minaccia, il prode Tommaso 
strappò la lampa dalla sua catenella e la mandò in 
pezzi sul pavimento. 

Poco dianzi avea fatto quest’ altra argomentazione 
tra sé: 

— Giacomo non viene; dunque ha trovato il fatto 
suo; dunque a te, Sangonetto, e fa conto d’essere an¬ 
dato per la prima volta a Yerezzi. Scivolata per sci¬ 
volata, questa è la meno pericolosa di certo. — 

E intanto che egli, non badando al grido di ango¬ 
scia di Nicolosina , nè ad un altro suono più degno 
della sua attenzione, ha gittato a terra la lampada, o 
fatto buio pesto nella cameretta di Gilda, vediamo 
come e perchè il suo degnissimo compare Giacomo 
Pico non corresse a dargli la muta. 

Salito con lui fino al secondo piano del castello, il 
Bardineto aveva svoltato da solo verso le stanze di 
madonna Nicolosina. Il cuore gli battea forte nel petto, 
cosi forte che sembrava dovesse ad ogni colpo schian¬ 
tarsi. Lo compresse rabbiosamente col pugno, ma in¬ 
vano ; quel battito gli suonava continuamente all’ o- 
recchio, e parea misurargli i minuti che ancora gli 
restavano a diventare il più infame degli uomini. Il 
tradimento consumato, la nefandità a cui si disponeva, 
e senza la quale il suo tradimento sarebbe stato il 
più inutile tra i delitti, gli turbinavano senza posa 
nell’anima, e, come le furie antiche, istigatrici e pu¬ 
nitaci, ad un tempo, lo incalzavano e lo inseguivano, 
gli toglievano il senno, ma senza levargli altrimenti 
«agli occhi l'immagine della sua abbiettezza. 



— 288 — 

Ma che era egli ciò , contro un* ora di vendetta e 
e di ebbrezza? Fosse pur venuta a coglierlo in quel 
punto la morte ! Tanto, egli lo intendeva, che in quel- 
l f ora di ebbrezza e di vendetta era pieno il suo vi¬ 
vere. 

Sul limitare della camera di madonna, si fermò ti¬ 
tubante. L'uscio era socchiuso e la luce trapelava dal 
vano. 11 Bardineto si fe' scorrer le mani sulla fronte, 
come per cacciarne V ultima vampa di rossore, ed 
entrò. 

Il letto a baldacchino, guernito di pizzi d'oro, scor- 
gevasi in fondo alla camera, ma vuoto, senza alcun 
segno di posatura recente. Giacomo Pico, meravigliato 
di ciò , corse cogli occhi in giro, e là, ai piedi del 
letto, ove la cortina pendente dal sopraccielo impe¬ 
diva la via alla luce dei doppieri, immobile, bianca 
come uno spettro, di rincontro al tappeto istoriato che 
copriva la. parete, gli venne veduta una donna. Im¬ 
mobile , ho detto, ma non come persona morta ; che 
viva, e agitata da una fiera tempesta di affetti, la di¬ 
cevano gli occhi fiammeggianti nell' orbite, le labbra 
rattratte da un moto convulsivo, il pugno chiuso sul 
seno, perfino il tremito del braccio teso che si ap¬ 
poggiava contro la spalliera del letto. 

Giacomo Pico rimase come inchiodato al suo posto. 
Quella donna era la Gilda. 

Fu un lungo silenzio tra i due, rotto soltanto dal- 
l'-adsia dei loro petti frementi. Nessuno dei due ab¬ 
bassò gli occhi davanti agli occhi dell'altro. Si gua¬ 
tavano fisi, e le occhiate si scontravano, torve come 
folgori in un cielo tempestoso. Pure, nè 1' uno nè 
l'altro avrebbe voluto trovarsi colà ; tanto era triste 



— 289 — 

la condizione d' entrambi, tanto sentivano nel lampo 
dei vicendevoli sguardi Y imminenza dello schianto 
che doveva lacerarli ambedue. 

Giacomo Pico tentò di svagarsi, inebbriandosi de ila 
sua collera. Si morse le labbra a sangue, diede in un 
ruggito di fiera e fu per muovere contro di lei. Ma 
Gilda non gli diede il tempo da ciò. 

— Sapevate di trovarmi qui ? — gli disse ella con 
accento vibrato, quantunque oppresso dall'ira. 

La domanda poteva offrire uno scampo. Ma il Bai*' 
dinoto ricusò il giovarsene. 

— No! — risposo egli furente. 

— E allora?..:. — gridò di rimando la Gilda, mal 
chiudendo in quella sua reticenza la furia di mille 
rimproveri. — Badate, Giacomo Pico; voi sareste un in¬ 
fame. Per chi venivate voi qua ? 

— Per lei ! — rispose Giacomo, sbuffando a guisa 
di toro ferito. 

— Ah, uditelo, demonii d’inferno ! — proruppe ella 
con voce di tuono. — Egli ardisce mostrarsi più nero 
più malvagio di voi ! 

— Smettete i paroioni! — replicò il Bardineto. —• 
Non vi ho amata mai; orbene, sì, questo è il mio 
torto, di non averlo detto prima] È anche vostra colpa 
di non averlo indovinato, di esservi abbandonata nelle 
mie braccia come una femmina sciocca. Maledizione, 
maledizione per voi e per me ! dovevo io imbattermi 
in due donne, l'una così superba e l'altra così debole! 

— Non proseguire, Giacomo! — gridò la Gilda, 
impallidendo. — Se ami qualcheduno o qualche cosa 
al mondo, non proseguire ! 

Barrili. Cantei Canone. W 




— 290 — 

Ala Giacomo Pico, riscaldato com’ era, inebbriato 
della sua collera, non le diè retta. 

— Ah, voi credevate, —* proseguì egli, mentre fa¬ 
ceva per la camera le volte del leone, — che io po¬ 
tessi dimenticar quella donna? che io potessi acque¬ 
tarmi a’ suoi superbi dispregi ? Mal conoscete il cuore 
deU’uomo. 

— Disgraziato, férmati! — gridò per la seconda 
volta la Gilda. — Vive già nel mio seno una vita che 
ti può maledire! — 

E mentre si contorceva nello spasimo, rasciugan¬ 
dosi con una mano il sudor freddo che le stillava dalla 
fronte, brancolava coll'altra per trovare un appoggio. 
In buon punto la spalliera del letto le sostenne il 
fianco spossato. 

Il Bardineto la vide e n'ebbe compassione. Ma era' 
detto che le parole sue non dovessero tornar di con¬ 
forto a quella povera donna. 

— È un acerbo dolore per voi; sì, pur troppo; ed 
una maledizione ch’io merito. Ci siamo ingannati am¬ 
bedue. Io stesso non vedevo in fondo al mio cuore. 
È un abisso, credetelo , e più nero che voi non pen¬ 
siate. Amo io quella donna, o l’odio? Non lo so. Ep¬ 
pure, ella ha da esser mia. È una rabbia in me, una 
feroce voluttà di vendetta. Sono un traditore per lei, 
mi capite ? un traditore. Voi non potreste dirmi cosa 
che io già non abbia detto a me stesso. Traditore ed 
infame. A lei la colpa, a lei la pena di ciò ! Dove è 
dessa? dove l’avete nascosta? 

— Non la cercate ; — rispose Gilda, con un filo di voce. 

— Per l’anima tua, disgraziata, dimmi dov’è? Vo¬ 
glio saperlo, m’intendi? 



— 291 — 

— Non lo saprete.... dal mio labbro.... mai ! Vi ba¬ 
sti di avermi trovato qui, in vece sua, per salvarla 
da voi. 

— Ah si ! Diffatti, perchè sei tu qui ? e se tu sei 
qui nella sua camera, — prosegui egli, illuminato da 
un improvviso raggio di luce, — perchè non sarebbe 
<jlla andata a nascondersi nella tua? 

— Ah! — sciamò ella, balzando in piedi e guar¬ 
dandolo in volto con occhi atterriti. 

— Sta bene! — disse Giacomo Pico. — La tua 
paura ti tradisce. Essa è là. Ed ora, vedremo se ella 
mi sfugge. — 

Cosi dicendo, Giacomo Pico andò verso l’uscio. Ma 
la Gilda, ritrovò in un subito le forze smarrite. 

— Voi non uscirete di qui ! — gridò ella con pi¬ 
glio risoluto. 

E veloce come la folgore, corse all’uscio, lo chiuse, 
trasse la chiave, e, innanzi ch’egli avesse avuto tempo 
a raccappezzarsi, andò a gittarla sotto un forziere, che 
stava in un angolo della camera. 

L’ arnese era di gran mole e appariva eziandio di 
tal peso da non potersi smuovere così agevolmente; 
inoltre, la Gilda si era aggravata colla persona con¬ 
tro la sponda del forziere, e, chiuse le mani intorno 
agli spigoli, mostrava negli atti e nello sguardo scin¬ 
tillante di esser pronta a resistere con ogni sua possa. 
Al solo vederla in quella sua minacciosa postura, il 
drago, custode geloso dei tesori nascosti, non sarebbe 
parso una favola. 

Livido per rabbia impossente, Giacomo Pico ristette 
alquanto sopra sè. Gli pareva impossibile che una 
donna avesse a fare così grave ostacolo a’suoi disegni, 



— 202 — 

alla sua volontà. Eppure, a tanto era giunta costei; 
e Giacomo Pico, nella incertezza in cui l’avea posto 
Tatto audace e repentino, cercava inutilmente il modo 
di romper gl’indugi, senza macchiarsi in un’altra viltà, 
percuotendo una donna. 

Ad un tratto, parve ricordarsi di qualche cosa. 
Il pensiero doveva tornargli molesto òltremodo, poi¬ 
ché egli si cacciò a furia le mani nei capegli e mise 
un urlo disperato. 

— Maledizione ! Sai tu clic fai ora ? — gridò, av¬ 
ventandosi all’uscio o scuotendolo vigorosamente. 

— Salvo la mia padrona! — rispose la Gilda, no¬ 
tando l’inutile sforzo di lui. 

— No, per la tua dannazione, tu non la salvi ; — 
ruggì il furibondo. — Tu fai un regalo a Tommaso 
Sangonetto. Ma se tu credi che questo serrarne possa 
arrestarmi.... — 

E smesso di urtare nell’uscio, Giacomo Pico ficcò 
le dita tra il catenaccio e la parete, cercando di schian¬ 
tare la staffa piantata nel muro. 

— Un regalo!.... al Sangonetto!.... — ripetè mac¬ 
chinalmente la Gilda. — Che hai detto Giacomo? 
Pov’è il Sangonetto? 

— Nella tua camera, perdio! — urlò Giacomo Pico. 
— Hai inteso ora ? 

E proseguiva, così dicendo, a trarre il catenac¬ 
cio con tutta la forza delle sue dita ripiegate ad un¬ 
cino. 

— Nella mia camera!.... lui!.... — sciamò la po¬ 
vera donna, a cui quelle parole mostravano una ve¬ 
rità a gran pezza più triste che ella non avesse po¬ 
tuto immaginare da prima. — Ah vile, tre volte vile ! 







— 293 — 

Dio di Giustizia, tu lo hai udito, tu lo hai condan¬ 
nato! — 

E mentre il Bardineto, con un ultimo sforzo, ve¬ 
niva a capo di schiuder l'uscio restìo, quella donna 
si scagliò furibonda come una tigre su lui, e, tratto 
un pugnale di sotto alla cintura, glielo cacciò nelle 
reni. 

Era quello il pugnale che, il giorno della sua ca¬ 
duta, la povera Gilda aveva strappato di pugno a Gia¬ 
como Pico. 

Si voltò in soprassalto il ferito, sentendo il freddo 
acuto della lama penetrargli nelle viscere. Voleva 
piombare su lei, e le sue mani si spiccarono dall’uscio 
che avea ceduto in quel momento a’ suoi sforzi. Ma 
non gli venne fatto; e neppure gli bastò Tanimo per 
sostenere lo sguardo iracondo di quella Nemesi* ven-. 
dicatrice. 

Rimase attonito ; mille pensieri, mille immagini 
confuse gli traversarono la mente. Il triste dramma 
della sua vita gli lampeggiò nello sguardo , in quello 
sguardo cosi fiero da primate in ultimo così raumi- 
liato. 

Sentì allora venir meno le forze. Con moto istin¬ 
tivo le mani si stesero, per aggrapparsi al catenaccio, 
da cui si erano un istante spiccate. Ma non fece più 
in tempo e cadde sullo ginocchia. 

La Gilda buttò il pugnale lungi da sè, ruppe in un 
grido di terrore e forsennata si gittò ai piedi di Gia¬ 
como. 

— Hai fatto bene ; — le disse egli con voce inter¬ 
rotta. — Sono un vile... tre volte vile!..,. Eppure non 
ero nato per finire così !... 



— 294 — 

— Giacomo! Ed io ti ho ucciso! gridò ella con ac¬ 
cento disperato, strappandosi i capegli dalle tempia. 

— No... hai fatto bene... ti dico. — soggiunse il 
morente, con voce sempre più fioca. — Vile... tre 
volte vile! — 

Così dicendo, girò attorno gli occhi smarriti , come 
cercando la luce che gli sfuggiva. Mosse ancora le 
labbra, balbettando parole confuse; allungò le braccia 
quasi volesse trattenersi anche un istante tra i vivi; 
indi reclinò il capo sul petto e stramazzò, colle 
membra prosciolte, sul pavimento. Giacomo Pico era 
morto. 



— 295 — 


CAPITOLO XVI. 

Noi quale si narra oomo la signora Ninetta al disonora 
preferisse la morte. 

È tempo di dire, poiché vien proprio a taglio coi 
fatti che abbiamo raccontati pur dianzi, da che avesse 
origine quel tafferuglio, che aveva distolto da un uf¬ 
ficio di cortesia Don Giovanni di Trezzo. 

Mastro Bernardo, coiramico Antonio Cappa e colla 
sua compagnia di finarini, s’era avviato per l’erta di 
castel Gavone, come aveva promesso alla Gilda. Per¬ 
venuto, con quella maggior sollecitudine che gli era 
consentita dalle tenebre, dal vento impetuoso e dalla as¬ 
prezza del cammino, sotto alla macchia dei roveri, aveva 
udito il grido straziante di soccorso, che, come i nostri 
lettori già sanno, era stato gettato da madonna Nico- 
losina. A lui, per altro, era parso di riconoscere la 
voce della sua bella nipote. Rispose, con quanto fiato 
ci aveva in corpo, e pensò di essere udito ; senonchò, 
quel rovaio indiavolato, che a lui portava i suoni 
dall’alto, impediva che giungesse la sua risposta lassù. 
Ma questo era il meno; giurfgere bisognava, e mastro 
Bernardo e il Cappa, sollecitati i loro uomini, s’iner¬ 
picarono di buona gamba per la costiera, e trafelati, ma 
contenti d’aver fatto quanto era in poter loro, affer¬ 
rarono la cima del poggio. 



— 296 — 

Colà, alzati gli occhi alle mura del castello, mastro 
Bernardo vide la finestra della nipote, illuminata, ma 
chiusa. Stava per gridare; ma in quel mentre, un 
soldato aveva veduto biancheggiare alcun che tra gli 
sterpi. Era l'appiccatura delle lenzuola, per cui dove¬ 
vano tirarsi in casa , secondo l’indettatura di Gilda, 
ma che oramai non poteva servire più a nulla. 

Mastro Bernardo capì che queirutile ordigno qual¬ 
cuno lo aveva buttato dalla finestra , e che questo 
inesser qualcuno non era un tale a cui mettesse 
conto la loro ascensione. E fin qui la prova della sua 
intelligenza non offriva niente di strano. Ma il buono 
venne subito dopo, e fu una vera alzata d'ingegno, 
che doveva raccomandare il suo nome alla memoria 
dei posteri. 

— Presto, ragazzi, a tórre una scala ! — gridò egli 
ai vicini. — Andate dai Bonorini, dai figli della Rossa, 
che stanno qui presso. Presto, una scala, due scale, 
vi dico; tre scale, anzi, quante scale si trovano. Più 
saranno, meglio per tutti! — 

1 casolari a cui mastro Bernardo accennava, erano 
appunto a breve distanza, giù per la costa del monte. 
Però le scale furono tratte al piò delle mura, prima 
ohe il bravo ostiere delimitino avesse il tempo di per¬ 
dere la pazienza. Duo di esse, legate insieme, rag¬ 
giungevano a mala pena l'altezza del davanzale; ma 
il valentuomo non desiderava niente di più. 

Per contro, vedendosi aiutato dalla fortuna, alzò 
l'animo a cose più grandi. Gli veniva udito al primo 
piano del castello un insolito tramestìo. I nemici en¬ 
travano dunque allora dall'altra banda? E non si po¬ 
teva opporre sorpresa a sorpresa ? Le scale c’erano, e 



— 207 — 

per afferrare una finestra del primo piano non ne occo- 
reva che una. Su dunque; egli al secondo, con pochi se¬ 
guaci ; il rimanente della compagnia, sotto il comando 
del Cappa, si sarebbe introdotto da quella finestra nel 
primo. 

Era questa, nello spazio di pochi minuti , la se¬ 
conda alzata d'ingegno di mastro Bernardo ; ma ohi¬ 
mè, non così felice come la prima, cppcrò (s’ ha da 
métterlo in sodo, quantunque a malincuore) meno de¬ 
gna del ricordo dei posteri. À scusa di mastro Ber¬ 
nardo non va dimenticato, per altro, che questa è la 
sorte di tutte le umane intraprese; chi fa falla, dice 
il proverbio, e non tutte le ciambelle riescono col 
buco. 

Lasciamo il Cappa col grosso della compagnia, o 
seguitiamo mastro Bernardo. Egli giunse, colla sua 
spada appesa sugli òmeri, all' altezza della finestra di 
Gilda, proprio nel puuto che si spegneva la lampada. 
Egli stesso la udì rompersi sul pavimento ed ebbe 
ancora il tempo di scorgere attraverso i vetri un’om¬ 
bra nera, che si scagliava verso il fondo della ca¬ 
mera. Afferrare la colonna che partiva in due la fi¬ 
nestra, sfondare d’ un pugno vigoroso la vetrata, ur¬ 
tar di spalle e rovesciarsi dentro, insieme colla im¬ 
posta atterrata, fu un punto. Nicolosina n’ebbe animo 
e lena a respingere il suo assalitore; e il prode Tom¬ 
maso, capito in di grosso che quello non era più luogo 
per lui, ebbe a mala pena il tempo di darla a gambe 
per l’uscio; e non baciò nemmanco la toppa. 

Mastro Bernardo alzatosi appena sulle ginocchia, e 
notato con grande soddisfazione di non essersi levato 
di sesto, si diede in quelle tenebre a chiamar la ni- 



— 298 — 

potè ; ma per lei, non senza meraviglia del valentuomo, 
rispose la voce di madonna Nicolosina. Poche e rotte 
parole chiarirono ogni cosa, e l'entrata dei nemici, 
guidati da due traditori nel castello, e lo stratagem¬ 
ma della Gilda, c 1' infame attentato del Sangonetto. 
Ma la Gilda ? ov’era la Gilda ? Nelle stanze della pa¬ 
drona , per fermo. E mastro Bernardo vi corse a fu¬ 
ria, brancolando a guisa di cieco , urtando della per¬ 
sona nei muri, guidato dai cenni della contessa d'Osa- 
sco, non meno ansiosa, non meno trepidante di lui. 

L* uscio era aperto. Si gittarono dentro, egli, ma¬ 
donna Nicolosina e i pochi cho, avevano seguito ma¬ 
stro Bernardo lassù. Un doloroso spettacolo si offerse 
ai loro occhi in quel punto. La Gilda, pallida, scar¬ 
migliata, noncurante di loro, stava acchiocciolata presso 
un cadavere. Invano la chiamarono per nome, la scos¬ 
sero, la incalzarono colle dimando ; lì guatava attonita, 
senza risponder parola; componeva le labbra ad un 
riso melenso ; indi tornava a guardare il cadavere. 

Madonna Nicolosina chinò gli occhi a sua volta e 
ravvisò Giacomo Pico, il suo fiero amatore; rabbri¬ 
vidì, pensando al pericolo ch’ella avea corso, e a quel 
nero tradimento che, nella profondità delle sue dolo¬ 
rose cagioni, nella fulminea prontezza del meritato ca¬ 
stigo, e nei lutti che si seminava d’intorno, attingeva 
una specie di cupa maestà, siccome è dato anche al 
delitto di averla, quando esso derivi da una grande 
sventura. E cadde allora, combattuta da tante sen¬ 
sazioni angosciose ; cadde a terra e pregò, colla fronte 
umiliata ai piedi di Gilda, che or lei, ora il morto , 
guardava con occhio istupidito e rideva. 

Intanto, gli uomini che avevano seguito mastro Ber- 



— 299 — 

nardo scendevano al piano inferiore, rincorrendo giù 
per le scale il Sangonetto fuggente. E là in cambio 
di trovar lui, che s’era accovacciato in qualche an¬ 
golo per aspettare il destro di uscirne, s’imbattevano 
nelle tenebre in una masnada di gente , che diè loro 
addosso con furia. Era il grosso della compagnia, gui¬ 
dato dal Cappa, che spandendosi per le sale e non 
pensando agli amici del pian di sopra , li toglieva in 
iscambio, assalendoli vigorosamente, al grido di San 
Giorgio e Carretto. Nè valse a tutta prima il rispon¬ 
dere in quella medesima guisa ; il furore è cieco, e 
sordo per giunta, e la prudenza, poi, teme sempre d’in¬ 
sidie. Allorquando i combattenti si persuasero d’esser 
tutti della medesima insegna , non era più tempo di 
far opera utile; chè la gente di messer Pietro Frc- 
goso era accorsa con impeto gagliardo ed alte grida 
di guerra, dal pianterreno, ove già aveva fatto pri¬ 
gione lo scarso presidio , e Giovanni di Trezzo giun¬ 
geva dall’altra banda, pigliando in mezzo i mal capi¬ 
tati soccorritori. Violento fu l’urto, e più assai la con¬ 
fusione che la pugna. Le fiaccole portate dagli uomini 
di Giovanni di Trezzo, illuminando le sale, diedero agio 
ai genovesi di compir l’opera, cansando l’errore in cui 
erano incappati i nemici, col picchiarsi alla cieca tra 
loro. Molti in questa occasione furono i morti ; i su¬ 
perstiti , come di leggieri s’ argomenta , caddero tutti 
prigioni. 

Fornita questa bisogna, e padroni oramai del ca¬ 
stello nella sua parte più ragguardevole, i genovesi 
pensarono di occupare altresì il piano superiore, per 
sincerarsi che non vi fossero altri difensori appiattati. 
A tale impresa, che richiedeva, oltre il valore, un tal 



— 300 — 

po’di riguardo, imperocché lassù dimorava il grosso 
della famiglia, donne, la più parte, e innocuo servido- 
rame, andò Giovanni di Trezzo in persona, col fiore 
do’suoi. 

In mal punto fu visto allora da Anselmo Campora 
il nostro prode Tommaso Sangonetto , che si era po- 
c* anzi imbrancato tra i combattenti. 

— Animo, a voi, Sangonetto, che conoscete il ca¬ 
stello; insegnate la strada. — 

Tommaso Sangonetto s’augurò in quell’ora d’essere 
almeno quattro palmi sotterra. Pure, gli bisognò fare 
di necessità virtù, e si mosse cogli altri verso le 
scale. 

— Che diamine aveto ? — gli domandò il Picchia- 
sodo, che nel^a allegrezza della vittoria avea preso a 
trattarlo più dimesticamente, e saliva con esso lui, ap¬ 
poggiandogli la sua larga mano sulle spalle. — Non 
mi sembrate troppo saldo sulle gambe. 

— Io ? che, vi pare ? sono un po’scombussolato ; — 
balbettò il Sangonetto. — Capirete bene.... in un mo¬ 
mento come questo!... Neppur io m’aspettavo che la 
dovesse andar così liscia. 

— Eh, non dico di no. Del resto, ci avete dato un 
buon colpo d’aiuto, e non dubitate; messer Pietro 
Fregoso vi compenserà a misura di carbone. — 

Il dialogo dei due amiconi fu interrotto da un cozzo 
improvviso di spade là in alto. Mastro Bernardo ne 
faceva delle sue. Inviperito da tante disgrazie, ed an¬ 
che un po’riscaldato, innalzato dalle circostanze a’suoi 
occhi medesimi, l’ostiere soldato menava colpi a dritta 
e a manca, sull’ingresso dell’appartamento di madonna 
Nicolosina, a cui i nemici, guidati dal chiarore dei 
doppieri, si erano allora rivolti. 



— 301 — 

— Sotto ! sotto ! pigliatelo vivo ! — gridò Giovanni 
di Trezzo. — Vo’farlo impiccare per la gola, questo 
furfante, che s'ostina a resistere dove comanda la re¬ 
pubblica genovese. 

— No, perdio, non comanda la repubblica ! — ri¬ 
spose fieramente mastro Bernardo. — Comando io, 
qui; difendo dué donne dai vostri tentativi ribaldi.— 

E seguitava a menar colpi a tondo, per tenere in 
rispetto gli assalitori. La lotta, per altro, era troppo 
disuguale e non poteva durare più molto. 

Madonna Nicolosina si fece innanzi e trattenne il 
braccio del suo furibondo campione. 

— Smettete, vi prego ; — diss' ella. — Colui elio 
ha parlato è di sicuro il comandante di questi soldati. 
Egli non vorrà certo recare offesa a due donne. 

—* Ben dite, mia nobil signora ; — fu pronto a ri¬ 
spondere Don Giovanni di Trezzo. — Dove noi co¬ 
mandiamo, degli insultatori di donne si sogliono ca¬ 
ricar le bombarde, 

— Ah, sì ? Vediamo dunque la prova 1 — entrò a 
diro mastro Bernardo. — Cercate pel castello il vo¬ 
stro amico e aiutante Tommaso Sangonetto, che in 
qualche buco si sarà pure ficcato, e fategli fare que¬ 
sta piacevolezza, che l'ha meritata davvero. 

— Che dici tu ora? 

— Dico , messere, che mentre voi facevate il vo¬ 
stro mestier di soldato a pianterreno, il vostro aiu¬ 
tante è salito quassù a ruba di donne, e già aveva 
ardito di mettere le sue sconcio mani sulla figliuola 
del nostro marchese , sulla illustrissima contessa di 
Osasco. 

— Se la cosa sta come tu la racconti, - disse Gio¬ 
vanni di Trezzo, — sarà fatta giustizia. 



— 302 — 

— Ohè! che cos'è questo ch'io sento? — diceva 
intanto il Picchiasodo a Tommaso Sangonetto. — Ma 
tu tremi a verga, furfante! 

— Fate cercare quest’uomo! — gridò una voce 
imperiosa dal fondo, che fece dare indietro i soldati 
e lo stesso comandante, per modo che il passo fu su¬ 
bito sgomberato. — Madonna, — proseguì allora co¬ 
lui che aveva parlato in tal guisa, nell’atto che s’i¬ 
noltrava verso la contessa d’ Osasco, — vogliate con¬ 
donare la poca vigilanza nostra ad un’ora di trambu¬ 
sto. Non sarà mai detto che l’esercito comandato da 
Pietro di Campo Fregoso sia contaminato da cosiffatte 
ribalderie. I miei soldati hanno ordini severi e con¬ 
suetudini oneste di pugna. Ora, se il capitano si giova 
di tutti gli spedienti e accoglie ogni servizio che lo 
conduca più prontamente al suo fine, egli non può al¬ 
trimenti sottrarre ad un castigo esemplare chi com¬ 
mette la viltà di oltraggiare una donna. Contessa d'O- 
sasco, il vostro offensore sarà giudicato domani. 

— 0 stamani, — mormorò il Picchiasodo, — per¬ 
chè oramai si può cantar mattutino. — 

Il Sangonetto faceva in quel mentre un passo in¬ 
dietro, sperando di mettersi lontano dal tiro e di 
darla a gambe non visto. Ma il Picchiasodo ci aveva 
gli occhi nella collottola. 

— Ehi, dico, non mi dare la volta ! Qua, mal ar¬ 
nese , e sentimi questo po’ di tanaglia. A voi, dopo 
tutto; non cercate più altro, ecco l’uomo! — 

Da questo breve discorso il savio lettore argomen¬ 
terà i gesti del Campora, che io non mi fermo a de¬ 
scrivere. E nemraanco mi dilungherò a raccontare 
come il Sangonetto, tirato a forza davanti a madonna 



— 303 — 

Nicolosina, che non voleva accusarlo, si buttasse vil¬ 
mente ginocchioni ai suoi piedi, e ne implorasse la 
intercessione presso il capitano generale. Il lettore 
ne sarebbe stomacato come lo fu messer Pietro Fre- 
goso. 

— Basta ! — dis3’egli, stizzito. — Levatemi questo 
codardo da* piedi ! Anseimo , tu sei pratico di queste 
faccende e sai che cosa ci voglia per mantenere la 
disciplina e custodir l’onore di un esercito. Ti dò que¬ 
sto briccone in governo ; fanne giustizia a tuo senno. 

— Eh ! un bel regalo ! — borbottò il Picchiasodo 
tra i denti. 

Messer Pietro tornò poco stante alle cure del co¬ 
mando ; chè, preso il castello Gavone, non era già fi¬ 
nita ogni cosa, ma bisognava tener salda la preda e 
provvedere in pari tempo alla sicurezza deir esercito, 
contro ogni colpo disperato del Borgo. 

Le precauzioni non erano inutili. Gente risoluta ce 
n’era in buon dato nel Borgo, anche dopo la partenza, 
voluta a forza un mese addietro dal marchese Ga¬ 
leotto, di messer Barnaba Adorno e degli altri della 
sua casa ; ai quali, perchè fuorusciti di Genova e mor¬ 
talmente odiati dai Fregosi, dovevasi risparmiare ad 
ogjji costo il brutto quarto d’ora d’una resa, oramai 
preveduta da tutti. Rimanevano adunque nel Borgo i 
congiunti e i principali aderenti del marchese; e bene 
pensava messer Pietro, che, pigliato di sorpresa il 
castello, bisognasse assicurarsene il possesso, rafforzan¬ 
dolo con molta mano di soldatesche e sussidio d’arti¬ 
glierie, prima che i difensori del Borgo fossero per 
riaversi dallo stupore. 

Frattanto, il nostro bravo Giovanni di Trezzo con- 



— 304 — 1 

duceva madonna Nicolosina, la madre e l'altre donne, 
a riparo nella chiesuola di San Giorgio, che era den¬ 
tro al castello, e colà usava ogni maniera di cortesi 
trattamenti ad esse e agli altri ragguardevoli uomini 
di casa Carretta, che erano stati colti in quella notte 
lassù. 

Tra queste ed altre cure simiglienti, giunse il mar¬ 
tino, lieto per gii uni, doloroso per gli altri, siccome 
avviene pur troppo di tutti i giorni deiranno. An¬ 
selmo Campora era già sulla spianata davanti al ca¬ 
stello, per mettere in sesto la signora Ninetta ed al-' 
cune bombardale tirate in fretta lassù dal battitoi) 
di Pertica, mentre i soldati di Trezzo e i mastri di 
legname, sparsi nei dintorni, lavoravano ad asserra¬ 
gliare il poggio dalla parte del Borgo. Lavoro arran¬ 
golato e sollecito, poiché si temeva che da un mo¬ 
mento all’altro potessero i finarini tentare un colpo 
disperato sull’erta. 

— Aspettate ; — diceva il Picchiasodo ; — or ora 
manderemo a quegli ostinati una nespola del nostro 
orto, e saprà loro d’acerbo. À proposito, s* ha a far 
giustizia di queU’altro. Ohè , Filamonica, dov’ò il pri¬ 
gioniero ? 

— Sotto chiave nei fondi del castello, come avete 
ordinato; — rispose il Falamonica, che i nostri let¬ 
tori avranno creduto morto, laddove egli non aveva 
preso che un bagno freddo. 

— Orbene , vallo a pigliare e portalo qua. Quel- 
l’altro ha già avuto ii fatto suo dalla donna; al suo 
degnissimo sozio glielo daremo noi, in lire , soldi e 
danari. — 

Poco stante, un drappello di soldati conduceva 



— 305 — 

sulla spianata Tommaso Sangonetio, il prode Sango- 
netto, bianco il volto come un cccio lavato, c già più 
morto che vivo. 

— Messer Pietro mi ha posto un bel carico sulle 
braccia! — borbottò il Campora , vedendo giungere 
quel disgraziato. — Che vi ..pare , amico Giovanni? 
S'ha proprio a caricarne la bombarda , di quel batuf¬ 
folo di stracci? 

— Perdio! — rispose Giovanni di Trezzo. — Fate 
come v'aggrada, Anseimo, poiché il capitano generale 
v'ha lasciato in governo il panno e lo forbici. Ma io 
domanderò a voi che cosa si è sempre fatto delle spie, 
dei disertori e dei furfanti pari a costui. Per me, ve 
lo dico schietto; se fossi il mastro de’bombardieri, 
vorrei risparmiare una palla. 

— E sia; — ripigliò il Picchiasodo. — a voi dun¬ 
que, signora Ninetta; preparatevi a ricevere in casa 
un briccone. — 

Il Sangonetto, come i lettori possono figurarsi, gua¬ 
tava con occhio smarrito ora il Picchiasodo ora Gio¬ 
vanni di Trezzo, e ansimava, sudava freddo e tremava; 
sopratutto tremava e gli battevano i denti, e gli si 
piegavano le ginocchia. I soldati, più assai che tenerlo 
stretto nelle ugne, dovevano reggerlo sotto le ascelle, 
che non avesse a cascare da senno, come un batuffolo 
di stracci. 

In quel mentre, il Falamonica si messe a gridare. 

— Ah, canel eccolo là! 

— Chi? — domandò il Picchiasodo. 

— Vedete, messore; il \03tr0 cucco, il vostro pre¬ 
diletto, il mariuolo che m'ha gettato noi pozzo. — 

Colui che il Falamonica segnava a dito , era per 
Darrili. Castel Gavone. 20 



— 306 — 

l’appunto il Maso, fatto prigioniero nella beltresca, 
riconosciuto da alcuni soldati pel fuggitivo del giorno 
addietro, c condotto da essi al Campora, colla spe¬ 
ranza di averne la mancia. 

Anche il Maso riconobbe il Falamonica, e se fu con¬ 
tento di non averlo mandato a male, non si tenne al¬ 
trimenti per salvo. 

— Son fritto! — diss’egli un’altra volta in cuor 
suo. — Non c’é più scappatoie. — 

Per altro, nell’avvicinarsi alla comitiva, l’animoso 
giovinotto volle ancor dire la sua. 

— Ah, sia lodato il cielo, Falamonica ! Siete voi, 
proprio voi,in carne ed ossa! 

— E nervi, per stringerti il nodo alla gola, assas¬ 
sino! — rispose il Fai agonica, guardandolo a squar- 
ciasacco. 

Il Picchiasodo entrò in mezzo al discorso. 

— Furfante ! — diss’ egli, aggrottando le ciglia e 
ingrossando la voce. — Così hai risposto alle mie 
amorevolezze per te ? 

— Scusate, padron mio riverito ; — rispose il Maso, 
facendo faccia tosta ; — ero prigione, ma non già 
sulla parola, nei campo vostro. Sono fuggito, per tor¬ 
narmene quassù, a fare il debito mio di finarino e di 
soldato. C’ò la storia del pozzo, lo capisco; ma il 
pozzo era poco profondo, e didatti, ecco qua il Fala¬ 
monica, più sano, e credo anche meglio pasciuto di pri¬ 
ma, mentre io non ho più messo altro in corpo, dopo 
la vostra ultima minestra. Messere Anseimo, fatemi 
impiccare, se ciò vi dà gusto e se è necessario alla 
vostra felicitàj^ma ditemi in grazia una cosa : ne’miei 
panni, iori, che^cosa avreste fatto voi? 



— 307 — 

— Si domanda? Avrei dato fuoco alla baracca cd 
al campo; — rispose il Picchiasodo alzando lo spalle 
e facendo cipiglio, per nascondere un sorriso che gli 
spuntava già sotto i baffi. — Del resto, — aggiunse, 

— siccome io non ero ne’tuoi panni, ieri, non vorrei 
esserci oggi per tutto l’oro del mondo. 

— Già, capisco j — borbottò il Maso ; — puzzano 
d'impiccato un miglio lontano. 

— Torniamo a noi, — ripigliò il Picchiasodo, — 
e sbrighiamo anzitutto quell’altro. 

— Messere, — disse il Falamonica sottovoce al pa¬ 
drone, — sapete che la bombarda è carica. 

— Eh lo so, bighellone! Prima si manda la no- 
spola al Borgo, e poi metteremo dentro costui. Mes¬ 
sere dell’archibugio, — soggiunse il Picchiasodo, vol¬ 
gendosi ai Sangonetto con una celia da camposanto, 

— o quanto non era meglio per voi che vi foste fatto 
vivo con me, laggiù, all’ osteria dell’Altino ? Ma già, 

— proseguì borbottando, — se voi foste stato un 
uomo di polso, nou vi sareste macchiato di tradimento 
e d’infamia. Animo, a te, bombardiere! Avanti l'un¬ 
cino, e fuoco! — 

Il bombardiere obbedì, togliendo V uncino arroven¬ 
tato dal braciere e accostandolo al focone. Segui un 
lampo e insieme col lampo un fragore, uno schianto, 
come di folgore, che intronò le orecchie di tutti gli 
astanti e a qualcheduno fe* peggio. La palla era uscita, 
ma in pari tempo era andata in frantumi la canna. 
La signora Ninetta, la povera signora Ninetta, amore 
e delizia di Anselmo Carapora, era andata dove vanno 
tutte le cose vecchie, e talvolta anco le giovani ; e 
ben se ne avvide il suo cavalier servente, quando fu 



— 308 — 

diradata la nube che lo scoppio della polvere aveva 
prodotta, e si udirono le strida di parecchi soldati, fe¬ 
riti dalle scheggio del pezzo. 

— Ali, per l'anima di!.... — gridò il Picchiasodo, 
che non sapeva più in nome di chi bestemmiare con 
frutto. — Birbe matricolate ! La mia bombarda ! La 
regina delle bombarde ! Vedete un po’ ! E stamane, 
poi, proprio stamane ! Ma che diamine avete voi fatto ? 
Forse nel trarla quassù V avreste lasciata ruzzolare 
pei sassi ? 

— No, messere Anseimo; s'é portata con ogni cura 
e non le si ò fatto alcun male; — gridarono ad una 
voce i soldati. 

— Già, — entrò a dire Giovanni di Trezzo, — tanto 
Va la gatta al lardo che vi lascia lo zampino. Anche 
le bombarde sono mortali, e voi saprete quello che ha 
detto il poeta: Cosa bella e mortai... 

— Sì, sì, ho capito ! — interruppe il Campora. — 
Questa è opera del Cattabriga, che, fedele alla sua pra¬ 
ticacela, mi avrà risciacquato la bombarda coll’aceto. 

Il Picchiasodo si apponeva; chò infatti il mal uso 
di layar le bombarde coll’ aceto era spesso cagione 
di simili guasti, e non tutti se ne volevano persua¬ 
dere. Il Cattabriga, bombardiere a cui Anseimo Cam¬ 
pora avea dato cagione di quella disgrazia, era li per 
rispondere, chiedendo scusa ai suo comandante, allor¬ 
quando il Maso usci fuori con una delle sue solitearguzie. 

— Messcr Anseimo — diss’egli — credete a me, 
non è l'aceto. La signora Ninetta è una bombarda per 
bene. Ha veduto il brutto coso con cui volevate ap¬ 
paiarla, e al disonore ha preferito la morte. — 

Il Picchiasodo lo guardò un tratto in silenzio, come 





— 309 — 


se stesse in forse, meditando la profondità delTosser-. 
vazione. L’amore per la sua povera bombarda gli 
diede il tracollo. 

— Tu hai colpito nel punto, — gridò, — ed ecco 
una osservazione che ti salva la vita. A te ! ami 
quest’uomo? — gli chiese, additandogli il Sango- 
netto. 

— Come il fumo negli occhi ! — rispose il Maso. 

— È un traditore del mio paese; faceva rocchiolino 
ad una certa persona che é sempre piaciuta a me ; 
ha fatto, come sento or ora, un’azionaccia... Come vo¬ 
lete che io l'ami? 

— Ti sentiresti di fartela con lui? 

— Perdio! — sciamò il Maso. — Ve lo infilzo 
come un tordo allo spiedo. 

— Sta bene, hai qui la mia spada. Tienla per amor 
mio, te la regalo. E tu, mascalzone, — proseguì il 
Campora, contento di aver trovato una via così spie-» 
eia, — lèvati di qua ; vattene al Borgo, se ti ricevono, 
e se questo giovinotto ti consentirà di arrivarci ! — 

Il Sangonetto cadeva, come suol dirsi, dalla padella 
nella brace. 

— Messere, — balbettò egli, con voce piagnolosa, 

— chiudetemi in una prigione per tutta la vita, vi 
supplico... 

— No, — rispose il Picchiasodo, — mi faresti 
scoppiar la prigione dalla vergogna. Va via! Fategli 
largo, voi altri ! E tu, piglialo, da bravo ! 

— Ammazza ! ammazza ! — gridarono in coro i 
soldati, vedendo il Sangonetto che batteva il tacco 
verso la china. 

— Non dubitate, — gridò il Maso, correndogli sul- 
Torme, — è un uomo morto. — 



— 310 — 

I soldati del Campora e di Giovanni di Trezzo eb¬ 
bero allora uno spettacolo di corsa, che nel Circo 
massimo, ai giuochi gladiatorii, non ebbe 1’ uguale il 
più famoso popolo della terra. IL Sangonetto , veduto 
andargli a male la sua ultima speranza, s’era dato a 
fuggire, e volava via come il vento. Come fu al ci¬ 
glione del poggio, piegò improvvisamente a dritta, e 
giù a fiaccacollo, guadagnando una cinquantina di 
passi sul Maso che lo seguiva furente. 

I soldati corsero sui greppi per averne l’intiero. 

— Lo perde ! — No , non lo perde ! «— Vedrete ; 
là dietro alla macchia dei roveri lo • raggiunge di 
certo. — Che ! vedetelo là, il furfante ; va via come 
una lepre. — Sì, ma l’altro è buon cane da giungere, 
e non gli dà troppo campo. — Ah, diamine, eccoli là 
nel torrente ! — Incespica ! — Chi ? — Il giovinetto, 
perdiana ! Ma ecco, si rialza; non s’è fatto nulla. — 
I{ quell'altro, vedete un po'! Già, la fortuna aiuta i 
bricconi. Piglia la via della Caprazoppa. — E qual’al- 
tra volete che pigli ? Se va al Borgo, è un uomo spac¬ 
ciato. Se volta a tramontana, intoppa nel battifolle 
di Gorra. — O come? Non si vede già più? — Lo 
nascondono quei massi sporgenti. Guardatelo ora, là 
tra quei due cespugli, che s’inerpica. — Ha da essere 
stanco la parte sua. Ma l’altro, dov’é ? — Guardate è 
là sotto, a cento passi più giù. — Lo. perde ! — No, 
non lo perde. Vedete ? lo fiuta da lunge, e si rimette 
sull'orma. — 

Questi i ragionari dei soldati, lungo la costiera oc¬ 
cidentale di castel Gavone. Intanto, era vero che il 
Sangonetto aveva fatto ogni poter suo, e che il petto 
non gli reggeva più oltre a sostener quella gara raor- 



— 311 — 

tale. Giunto a fatica presso uno di que'm assi biancastri 
che sporgono fuor della ripida costa, sotto la roccia 
dell'Auréra, si gittò per morto a rifugio entro una 
fratta di arbusti e sterpi intralciati. Colà ristette, trat¬ 
tenendo a forza il respiro, sperando che il suo nemico 
avesse smarrito la traccia. 

E ciò temettero dal canto loro i soldati genovesi. 
Il Campora già si pentiva di aver fatto al briccone 
un così largo partito. Ma poco stante comparve il 
Maso al piè dello scoglio ; i soldati lo videro star 
perplesso un istante , indi con passo guardingo inol¬ 
trarsi, strisciar quasi a mo'di serpente lunghesso i 
fianchi scoscesi del masso. Quel che seguisse, non fu 
dato ad essi di scorgere; bensì parve loro di udire 
a qualche distanza un grido lamentevole. Indi a non 
molto x una massa informe, come un sasso, o un ba¬ 
tuffolo di cenci (la frase era del Campora) precipitava 
da quel greppo, ruzzolava per la china paurosa del 
monte. 

— Animo, ragazzi ! — gridò il Picchiasodo. — Ci 
abbiamo avuto un'ora di svago. È tempo di tornare 
ai fatti nostri. E così vada bene ogni cosa per noi, 
come questa c’è andata, coll'aiuto di Dio. 

— Amen! —’ risposero i bombardieri, che vedevano 
il loro comandante di buon umore e s' arrischiavano 
a far gazzarra con lui. 



- 312 — 


CAPITOLO XVII. 

Che ò il più breve, e ohe parrà anche, per virtù 
del commiato, il più bello di tutti. 


La mattina del 6 di febbraio 1449 , i genovesi si 
erano impadroniti, come ho raccontato , del castello 
Gavone. Il giorno 8 di maggio avevano a discrezione 
le mura e gli abitanti del Borgo. 

Questa vittoria, siccome i tre mesi di estrema re¬ 
sistenza dimostrano, era costata sangue e fatica non 
lieve airesercito. Gli assediati con uno sforzo inaudito» 
avevano tentato perfino di ricuperare il castello, e in 
più d* uno scontro i genovesi si erano veduti a mal 
passo. Lo stesso capitano generale , entrando alla ri¬ 
scossa ed esponendo la persona, come del resto era 
suo solito in cosiffatti frangenti, toccò la sua brava 
ferita. Ma finalmente, veduti mancare i soccorsi che 
il marchese Galeotto cercava di raggranellare ne'suoi 
feudi d'oltre Appennino, e che chiedeva, ora a Torino, 
ora alla corte di Francia, i fìnarini si arresero, dopo 
quasi un anno e mezzo di lotta. 

A Genova, tenendosi certa la vittoria, si era di¬ 
sputato nell’ uffizio di Balìa se fosse ben fatto assac- 
comannare e distruggere in tutto la terra del Finaro ; 
ma il consiglio deliberò (come dice quel candido uomo 



— 313 — 

di monsignor Giustiniani) la parte più benigna ed 
umana . « E fu deliberato di dare a saccomanno so¬ 
lamente il borgo e di rovinare la fortezza del Gavone. 
E perchè si era promesso, in caso della vittoria , a 
Marco del Carretto e ai compagni la terza parte del 
Finaro, ovvero 1* equivalente, fu deliberato di sati¬ 
sfarlo. E, ai nove di maggio, gli uomini del Finaro 
giurarono la fedeltà alla repubblica di Genova. E poi, 
ai quindici d’agosto , la repubblica li fece capitoli e 
grazie, come appàreno di tutte le predette cose au¬ 
tentiche scritturo neH’archivio del comune ». Tra que¬ 
ste larghezze è forse da notarsi il presente d’uno sten¬ 
dardo , che portava un leon d’ oro in campo bianco % 
con questa leggenda tra le fauci : « Custos fidei sa - 
crac populus finariensis ». 

Mario Filelfo, istorico di quella guerra per conto 
di casa Carretta, racconta che addì 24 di maggio, es¬ 
sendo già tratti a Genova come statichi cencinquanta 
dei più ragguardevoli cittadini, fu dato il Borgo allo 
fiamme e smantellato il castello. Ed altro narra ezian¬ 
dio , che non mi pare da credergli intiero ; imperoc¬ 
ché, se di castel Gavone può ammettersi la rovina > 
almeno nelle parti più atte a difesa, non può credersi 
altrimenti che fosse distrutto il Borgo, ove il bellis¬ 
simo campanile di San Biagio, la chiesa di Santa Cat- 
terina col suo convento di domenicani, la vòlta di 
Ramondo, e più altre fabbriche raedioevali, fanno fede 
ai tardi nipoti di una certa moderazione , anche negli 
atti più vandalici, che erano pur troppo nel costume 
dei tempi. 

Nè mancarono da parte di messer Pietro Fregoso 
gli atti umani e cortesi. Prima ancora che avesse fine 



— 314 — 

l’assedio del Borgo, madonna Bannina e tutte le donne 
della sua nobil famiglia, tra le quali la bella Nicolo- 
sina, furono mandate in libertà e accompagnate alle 
Mài lare, donde andarono a ricongiungersi col mar¬ 
chese Galeotto a Millesimo. Dopo la resa, anche il 
conte di Cascherano fu libero di andare a pigliarsi 
la moglie e di ricondursi seco lei al suo castello di 
Osasco. 

Inoltre (e questo io l’ho di buon luogo, sebbene non 
ne faccia motto il Filelfo) Anseimo Campora, che si 
ricordava de’suoi amici, faceva rimandare a casa sua 
il povero mastro Bernardo; e messer Pietro Fregoso 
diede anche in regalo a lui e al Maso un bel gruz¬ 
zolo di monete; collo quali i nostri due amiconi rin¬ 
novarono i mobili, l’insegna e la cantina, nell’osteria 
deU’Altino. 

Insieme collo zio Bernardo e colla zia Rosa, si era 
ritirata all’Aitino la Gilda, non più pazza, nè scema 
di mente, come da principio si temeva, ma assai giù 
dello spirito pei casi gravissimi che l’avevano afflitta, 
e quasi esangue per una grave infermità che da tanta 
commozione le era seguita. Dal tempo e dall'amor vi¬ 
gilante de’suoi, aspettiamo il rimedio efficace ai mali 
delia Gilda, della più leggiadra ragazza del Finaro, 
ora che madonna Nicolosina è andata ad abbellire di 
sua presenza il castello di Osasco, sfuggendo al nostro 
tema e, come potete immaginare, anche alla nostra 
attenzione. 

11 marchese Galeotto, poi eh’ ebbe peregrinato qua 
e là in cerca d' aiuti, e risaputo con suo grave ram¬ 
marico della morte di Bennina, avvenuta a Millesimo 
in quel tempo che i genovesi entravano padroni nel 



— 315 — 

Borgo, si recò in Francia e vi rimase a lungo, pi¬ 
gliando parte, da quel valentuomo ch'egli era, alle 
guerre di quel reame. Colà, in una pugna navale sulle 
coste di Bretagna, un colpo di bombarda ebbe a scon¬ 
ciargli un braccio per modo, che indi a non molto 
dovette morirne, ma colla consolazione d'aver riveduto 
il fratello Giovanni, uscito finalmente dalle prigioni' 
di Genova. 

Chi vuol saperne di più, intorno a questi due per¬ 
sonaggi, faccia capo al Filelfo e si misuri col suo la¬ 
tino indiavolato. Leggerà eziandio come Giovanni, aiu¬ 
tato dalle soldatesche dei cugini, da quelle de* suoi 
aderenti e infine dai soccorsi di Francia, ripigliasse 
più tardi il marchesato ai genovesi e dèsse opera a 
rifabbricare la città ed il castello Gavone. 

Egli e i suoi discendenti godettero senza disturbo 
(poiché Genova, straziata dalle fazioni, aveva altro che 
fare) il loro marchesato insieme co’feudi di Stellanello 
in vai d’Andora, di Calizzano in vai di Bormida grande, 
di Massimino sul Tanaro, di Bormida, Pallare e*Car- 
care sulla Bormida d* Acqui. Senonchò (vedete, egli 
c'è un scnonchè !) un Alfonso II, o degenere da' suoi 
maggiori, o rifattosi per cagion d'atavismo alle costu¬ 
manze dei più antichi tra loro, uscì in ogni maniera 
di prepotenze e di colpe. Dura infame la memoria di 
lui nella terra, ed io mi dispenso dal ripetere tutto 
ciò che di lui si racconta. Basti il sapere che fattosi 
senza licenza sua un matrimonio nel borgo, andò furibondo 
a turbare la serenità d'un convito nuziale e afferrata 
la sposa per le trecce, la tolse sull'arcione e la portò 
via a galoppo in castello. Narrasi altresì che usasse 
cavalcare a diporto verso la Marina, e di là fino a Pia, 



— 31(5 — 

dove entrava col cavallo nella chiesa di Santa Maria» 
ed egli e i suoi cortigiani, ritti sulle staffe, abbeveras¬ 
sero i cavalli nella pila dell’acqua santa. 

Non so quale dei due fatti tornasse più ostico ai 
vassalli del marchese. Cito a memoria cose udite da 
bambino, e non ho tempo a dilungarmi in queste mi¬ 
nutaglie della storia. Il certo si é che i finarini per¬ 
dettero la pazienza, e mentre Genova ne pigliava ansa 
a tornare su Castelfranco, i maltrattati e disputati sud¬ 
diti si richiamavano contro il loro marchese e contro 
il doge di Genova, al tribunale dei sacro Romabo Im¬ 
pero ; che, imitando il giudico famoso della favola eso- 
piana, volle per sè il feudo aleramico e vi mandò com¬ 
missari v a governarlo in suo nome. 

Ciò fu nell'anno 15G8. Tre anni dopo vi si alloga¬ 
rono gli Spagnuoli , per avere una rada sicura donde 
procurarsi la via più spedita al milanese ; e signoreg¬ 
giarono il marchesato, spendendovi tesori, Ano al 1713; 
nel quale anno Carlo VI lo vendè per sei milioni di 
lire alla repubblica di Genova. Questa a sua volta lo 
tenne, quantunque agognato, e per due anni anche 
carpito dai duchi di Savoia, fino al giorno della in¬ 
gloriosa sua morte. 

Vedete mo’quante vicende in quattro palmi di terrai 
Ma altri luoghi d’Italia ebbero peggio, e per le divi¬ 
sioni dei popoli, e per le gare dei maggiorenti; donde 
le ambizioni dei condottieri, le male arti dei prìncipi 
e le armi straniere in casa nostra. L* esempio di ciò 
che patirono gli avi, insegni la concordia e la tem¬ 
peranza ai nipoti. 

Torno indietro fino al 1150, per dire ai lettori be¬ 
nevoli che questo racconto può non aver annoiati del 



— 317 — 

tutto, come le cure affettuose d’una buona famiglia e 
„ la divozione sconfinata di un'ottimo giovinotto, vinces¬ 
sero il male e confortassero lo spirito della povera 
Gilda. La più leggiadra ed anco la più disgraziata 
donna del Finaro , era ben degna di questo dono ce¬ 
leste, che è una stilla d’oblìo. 

Anseimo Campora, visitatore quotidiano della famosa 
osteria, s* invitò da per sò al modesto banchetto. Mo¬ 
desto, poi, si dice soltanto per la qualità dei commen¬ 
sali , non già per quella dei cibi, e molto meno per 
quella dei vini. Quel sornione di mastro Bernardo - 
scovò ancora per la solenne circostanza, da una certa 
buca fatta due anni addietro in cantina, una mezza 
serqua di fiaschi di quella sua prelibata malvasia di 
Candia, che faceva arrovesciar gli occhi, in segno di 
beatitudine, al miglior bevitore dell’esercito genovese. 

— Siete un brav’uomo, mastro Bernardo ! — gridò 
il Picchiasodo, poi ch’ebbe trincato alla salute di Gilda, 
del Maso, della zia Rosa, e, a farla breve, di tutti gli 
astanti. — E vedo, stando qui di presidio, che questo 
popolo è buono, come si è mostrato valoroso in tante 
occasioni. Sentite ora un mio pensiero; in vino ve - 
ritas , e se me no versate dell’ altro, mi spiegherò an¬ 
cora meglio. Grazie infinite ! Io dico dunque, che, 
come noi due non ci odiamo ,* perchè abbiamo potuto 
ricambiarci qualche servizio, così non debbono odiarsi 
finarini e genovesi. Che diamine? o non parliamo tutti 
lo stesso vernacolo? Meditate su questo punto,mastro 
Bernardo, che mi par 1’ essenziale. E non vi metta in 
pensiero qualche divario nella pronunzia, come a dire 
un po’di cantilena che noi sentiamo nella vostra par¬ 
lata, e un po’di strascico che voi fiutate nella nostra. 



- 318 — 

Son cose da nulla, e appunto perché son cose da nulla, 
mi stanno a riprova di quanto io v’ho detto. Credete 
a me, mastro Bernardo; io non so che cosa avverrà 
di noi tra qualche anno, ma son sicuro che un giorno 
i nostri figli dimenticheranno queste bizze tra parenti, 
o non le metteranno in tavola che per ricordare le 
prodezze comuni. Il Finaro è un bel paese, ma Genova 
non gli sta di sotto, e ve lo provo. Voi ci avete il 
vino di Calice; noi quello di Coronata; sinceri am¬ 
bedue come i nostri cuori, sfavillanti come i nostri 
occhi, generosi come l’indole nostra. A chi non piace 
il vino, Dio gli tolga l’acqua! Chi non vede di buon 
occhio 1* amicizia e la fratellanza dei Liguri, abbia il 
canchero in casa. Pensateci su, mastro Bernardo! Con 
Genova a capo, si può far la Liguria, come è già stata 
una volta. E un giorno, chi sa?... Da cosa nasce cosa, 
e il tempo la governa. Ho detto. — 

Cosi il buon Picchiasodo alle frutte. Ed io ho rac¬ 
colto con riverenza queste briciole oratorie d’un capo 
di bombardieri, che precorreva di mezzo secolo Nicolò 
Machiavelli. 


FINE. 



INDICE 


Cap. I. Nel quale si narra di due viaggiatori che ama¬ 
vano saper molto e dir poco. Pag. t 

* II. Dove mcsser Giacomo Pico impara che il torto 

è degli assenti.*21 

» III. Dal quale apparisce che, in materia di conso¬ 
lazioni , Tommaso Sangonetto avrebbe potuto 

dar de’punti a Boezio.* 4$ 

» IV. Nel quale si vede mcsser Pietro perdere la pa¬ 
zienza, il Sangonetto lo ciarla, il Picchiosodo 
Poccasione, Giacomo Pico il tempo e mastro 

Bernardo la scrima.* 68 

» V. Del messaggio di Pietro Fregoso e di ciò che 

ne seguisse al castello Gavone.» 91 

* VI. Nel quale si vede come san Giorgio, invocato do 

due parti, non sapesse a cui porgere orecchio » 112 
- VII. Come Giacomo Pico parlasse a madonna Nico- 

losina e qual risposta ne uvesse.*138 

* Vili. Dove si vede che non arriva sempre tardi chi 

* arriva dopo.» 159 

» IX. Qui si racconta di un nibbio, che rincorrendo 

una colomba s’abbattè in una tortora...» 170 
» X. Nel quale si parrà l’uccortczza del narratore, per 

annoiare il meno possibile i suoi benigni lettori * 192 
» XI. Dove c detto del Maso, ragazzo, come cangiasse 

stato c quante volte padrone.•►SIO 

* XII. Nel quale si dimostra l’ingratitudine d’un ven¬ 

tre satollo. » 227 

» XIII. Del giro che fece un segreto prima di uscire ad 

ùtile di qualcheduno.* 2 U 

* XIV. Dove si vede che la notte non è sempre fatta 

per dormire.» 261 

» XV. Qui si racconta delle valentie di due sozi, i quali 

non erano Teseo e Piritoo.» 279 

» XVI. Nel quale si narra come la signora Ninetta al 

disonore preferisse la morte . '..» 295 

» XVII. Che è il più breve, e parrà anche, per virtù del 

commiato, il piu bello di tutti.» 312